Berlin Calling

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“Avrei dovuto cominciare a scrivere di questa mia avventura molto prima di adesso” mi ripeto sempre. Così come non la smetto di dirmi sottovoce che mi sarei dovuta trasferire molto prima a Berlino, che qui avrei trovato più velocemente la mia strada e quel senso di appartenenza che sembrava non potessi mai trovare altrove prima d’ora.

Magari avrei dovuto farlo nei primi anni duemila quando, poco prima di finire il mio corso in Pittura all’Accademia di Belle Arti, ero ancora una post punk in cerca d’autore, ed un mio caro amico si trasferì qui per il suo Erasmus universitario, invitandomi a seguirlo.

Ma per venire a Berlino avrei dovuto lasciare l’Accademia quando ero ad un passo dalla tesi e, per quanto poi il valore effettivo di quel Diploma nel tempo si è rivelato quasi nullo, a quel tempo non mi sentii in grado di prendere alcuna decisione riguardo ad una tale rinuncia preferendo proseguire per la strada già segnata.

Poi nella mia vita è arrivato in maniera del tutto inaspettata e trasversale il Festival Xplore nella sua edizione romana (la principale è a Berlino), festival sulla sessualità creativa e sul BDSM che ha rivoluzionato la prospettiva della mia visuale sulla vita che avrei potuto ancora vivere.

E ho sentito che il momento era adatto per fare il gran salto.

A questo link c’è tutta la storia raccontata durante un’intervista nata in collaborazione con la scrittrice italiana Melania Mieli

http://www.melaniamieli.com/berlin-calling/

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“Avrei dovuto farlo prima” ancora riecheggia nella mia mente, ma intanto l’ho fatto.

Così come ho deciso di cominciare a scrivere delle mie avventure a Berlino solo un anno dopo il mio arrivo.

Meglio tardi che mai?

Si, decisamente.

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Kinbaku Croquis/Life Drawing

Qualche tempo fa ho partecipato ad una serata a casa di un amico durante la quale era stata organizzata una serata di disegno dal vero, i cui modelli erano due coppie che facevano Kinbaku.

Durante il disegno dei modelli, ovviamente quasi sempre in movimento, cercavamo tutti di “cogliere l’attimo”, di fermare un’idea, un momento, una vibrazione.

Questa è la mia versione.

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Artwork by me, Berlin 2018

 

Estemporanea

Ho alzato la gonna di una amica oggi.

Una lunga, larghissima gonna di jeans, con l’elastico in vita e le pieghe morbide che scendevano lungo i fianchi.

La lunghezza arrivava alle caviglie, quella lunghezza che lascia scoperti i malleoli e niente più.

Le ho alzato la gonna durante un innocente gioco con le corde, lei era sdraiata sul letto e le stavo mostrando, senza nessuna pretesa di maestria alcuna, come legare le caviglie ed appenderle al bordo superiore del letto a baldacchino.

Lei quella gonna, quando le ho sollevato le gambe, la teneva stretta tra i polpacci e le cosce, come se le due cose fossero un pezzo unico, ché quasi non riuscivo a passarci la corda in mezzo.

Appena ne ho scostato un lembo…ho intravisto qualcosa di speciale: indossava calze velate auto reggenti, nere.

Così sexy, così provocanti, che mai avrei pensato che sotto una gonna così anonima, a tratti goffa e poco attraente potesse nascondersi un tale tesoro.

Ho passato la mano in quella fessura appena creata tra il tessuto jeans e la pelle, facendo scorrere la corda, e la gonna è scivolata un po’ più giù.

E la parte superiore delle gambe, quella scoperta, quella appena sopra il pizzo auto reggente, è languidamente apparsa ai miei occhi; le gambe erano ancora chiuse e la forma gentilmente rotonda delle natiche appena accennata, ancora incorniciata dalle pieghe della gonna, si è fatta largo tra le onde create dal tessuto, invitante.

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Artwork by me

OH SHIT!

Si, letteralmente.

Cacca, merda, feci, pupù, escrementi, e gente che li adora a tal punto da rotolarcisi dentro, cospargerseli addosso, sniffarne gli effluvi.

Mangiarli.

Sappiate che siete ancora in tempo per fermarvi qui.

Volete invece continuare a leggere?

Il linguaggio sarà piuttosto esplicito e ricco in dettagli, poi però non dite che non vi avevo avvertito.

Perché pare chiaro che gran parte del genere umano sia disgustata dall’idea di approcciare, anche solo mentalmente, questo argomento, ma sembra invece che il mondo del BDSM accolga volentieri quello che accade tra gli amanti (e praticanti) del genere.

Personalmente ho un’idea che non rivelerò immediatamente, ma che svelerò, forse, andando avanti col racconto.

Il mio particolare rapporto ravvicinato col mondo delle feci è iniziato proprio immediatamente dopo il mio arrivo a Berlino.

E si è trattato di un rapporto davvero ravvicinato, se devo dire la verità.

Ho vissuto a lungo a casa di una mia amica che aveva avuto da circa un anno un bambino; io non ne ho di miei e mai prima di allora avevo avuto la possibilità di averne di così piccoli accanto.

Le davo una mano in casa, con la preparazione del cibo, con le pulizie e ovviamente con la gestione del nuovo arrivato, gestione che comprendeva, naturalmente, anche il cambio dei pannolini.

Sarò sincera, mi capitava spesso di trovarli pieni fino all’orlo (e oltre) di quei rifiuti organici liquidi, semi-liquidi e solidi che quel piccolo umano da poco arrivato su questa terra sembrava produrre in quantità industriali, forse deciso a dare il suo contributo all’ecosistema circostante cominciando ad elargire, da subito, una gran quantità di fertilizzante naturale.

Chi di voi è mai entrato in contatto con tale sostanza saprà benissimo di cosa parlo, vi sarà venuto in mente immediatamente il tipo di odore, la sua consistenza, nonché il colore e la texture.

Avrete anche in mente le schiene dei bambini cosparse di quella particolare pasta marroncina che trabocca quando il pannolino non ce la fa più a contenerla, risalendo impavida e noncurante su fin quasi al collo, mandando in malora body, magliettine, calzoncini e qualsiasi altra cosa quei piccoli umani stiano indossando.

Ma anche tappeti o lenzuola ove essi stiano giocando o riposando.

Già a questo punto, secondo me, saremmo ad un buon livello di esperienza hardcore, altro che BDSM.

Ma ammetto di essere andata oltre, e tra l’altro, mentre scrivo, sappiate che sto mangiando.

Comunque, per tornare alla storia che ho da raccontare, ad un certo punto della mia permanenza in questa città mi sono iscritta a Tinder (ho già pubblicato un articolo a proposito su questo blog, qui il link

https://xanandrablog.wordpress.com/2017/04/26/largo-ai-giovani-o-forse-no/)

In questo pezzo avevo fatto un resoconto di quello che era stato il mio primo approccio con i social media per incontri privati a Berlino; non avevo menzionato proprio tutti i personaggi che incontrai in quel periodo comunque,  ne avevo lasciato qualcuno da portare alla luce successivamente in previsione dei tempi futuri.

Questi, nella fattispecie.

Non ricordo bene il posizionamento temporale dell’arrivo di questo ragazzo nella mia vita; dalle immagini di presentazione su Tinder poteva sembrare, “a prima svista”, un tipo interessante, foto in bianco e nero, fisico curato, bei tatuaggi, c’era soltanto un piccolo particolare che mi turbava: lo sguardo.

Appariva leggermente assente, ecco, non aveva uno sguardo intenso, non  aveva uno sguardo turbato, nelle foto non c’era neanche una immagine dove guardasse in camera; sembrava invece sempre un tantino svanito, con un sorriso da Monna Lisa distratta stampato in faccia, ecco.

La nostra conversazione iniziale fu breve, ricordo che mi chiese, immediatamente dopo avermi mandato la foto rituale del suo cazzo (tra l’altro anche abbastanza grande), se fossi stata interessata ad una sessualità basata su pissing e scat.

Ovviamente risposi di no.

Ma a lui sembrava non importare poi più di tanto, visto che iniziò a mandarmi una collezione di foto e video auto prodotti nei quali il soggetto sembrava essere dapprima il suo deretano, poi la dilatazione del suo ano mentre si inclinava a novanta gradi e usava le sue mani per aprirsi le natiche, poi il suo fallo, spesso soltanto ciondolante.

A seguire cominciarono ad arrivarmi anche dei video amatoriali molto espliciti; in uno di loro questo ragazzo aveva posizionato il telefono affinché lo riprendesse mentre era nudo nella vasca da bagno e si pisciava addosso.

Si cagava successivamente in mano, alzando elegantemente una gamba e poggiandola sul bordo della vasca, regalando agli spettatori un’inquadratura focalizzata esattamente sull’uscita graduale dell’escremento.

In un altro si vedeva lui che si abbassava leggermente sul gabinetto (non poggiando le gambe, per intendersi ma solo protendendosi all’indietro col sedere) per poi lasciar cadere, con un leggero sforzo di pancia, un escremento giù nella toilette.

Ciliegina sulla torta…dito nell’ano finale per ulteriore stimolazione.

In un altro video, sempre ripreso nel suo bagno, aveva ancora indosso i jeans, e si pisciava addosso lasciando che il liquido si spandesse a macchia (di pipì mi verrebbe da dire) d’olio attraverso le trame del tessuto, rendendolo gradualmente più scuro laddove il pene stazionava, in questo caso era lateralmente, a destra.

In un paio di altri video, dopo essersi cagato in mano, il soggetto mostrava l’escremento alla fotocamera paragonandolo al suo cazzo.

Beh…devo ammettere che ero disgustata ma incuriosita da tale comportamento, per cui al tempo lasciai correre, collezionando una serie di “portraits” e video, come la merda, d’autore (più o meno).

Oggi non sarei così permissiva.

Tuttavia ho recentemente acconsentito a prendere parte ad una particolare sessione, comprendente giochi di toilette, alla quale sono stata invitata a partecipare da un’amica più grande e con più esperienza di me in questo mondo.

Il personaggio principale che ha animato il nostro colorito pomeriggio era un giovane ragazzo, già militare di professione, di ritorno a Berlino solo un paio di volte l’anno ed in cerca di qualche forte emozione con cui misurarsi, credo per superare un qualche limite personale.

Non mi soffermerò ora sulle mie digressioni e viaggi pindarici mentali da psicologia spiccia sul perché quel ragazzo volesse fare quella determinata esperienza, sono altri i particolari della storia che preferisco raccontare.

Comunque, quel giorno ci incontrammo in un posto completamente attrezzato per l’occasione, la mia amica, nel ruolo di “Mistress of Ceremonies”, aveva preparato tutto alla perfezione: aveva steso a terra, su di un materassino, un telo impermeabile, nero, aveva procurato una buona quantità di asciugamani e di rotoli di carta assorbente, acceso delle candele per dare un po’ d’atmosfera alla stanza e portato una toilette apposita con un poggiatesta interno in PVC nero dove adagiare la testa di colui che di lì a poco sarebbe diventato la nostra toilette umana.

Il programma quel giorno prevedeva la presenza di 4-5 donne, me compresa, che, a rotazione, avrebbero usato il giovane militare come toilette personale, mentre  per lui non era previsto altro che starsene lì a terra.

Io entrai per seconda, dopo che l’organizzatrice della sessione aveva introdotto il ragazzo nella stanza, lo aveva fatto accomodare disteso e lo aveva testato personalmente, assicurandosi che avesse veramente voluto procedere con l’esperienza.

Entrai aprendo lentamente la porta e l’odore delle candele era ancora l’odore predominante.

Luce bassa, quasi penombra, e disteso a terra c’era questo ragazzone, con indosso una maglia militare a maniche corte e nient’altro.

Capelli corti, aspetto curato, corpo decisamente non esile ed una semi erezione già in corso.

C’eravamo divise i compiti tra noi donne, c’era chi lo avrebbe usato come toilette per fare la pipì e chi lo avrebbe adoperato invece per liberarsi degli escrementi solidi.

Io mi ero resa disponibile per entrambe, ma la tabella di marcia prevedeva che il nostro ospite dovesse arrivare alle cose più hard in maniera graduale.

Per cui iniziai giusto girandogli un po’ attorno, la stanza era silenziosa e le scarpe col tacco che indossavo battevano il ritmo cadenzato dei miei passi sul pavimento.

Usai, come primo approccio, l’atto di mettermi, in piedi, a cavallo sopra la sua testa, gambe appena divaricate.

Un sussulto, un cambio di espressione sul suo viso mi dissero che avrei potuto giocare sul ritmo dell’attesa, del non dargli immediatamente quello che si aspettava.

Per cui non lasciai uscire nulla dal mio corpo, neanche una goccia di quel liquido dorato che quel dolce ragazzuolo avventuroso sembrava aspettasse con impazienza.

Lasciai passare qualche istante durante i quali mi presi il tempo necessario per guardarlo negli occhi, per scrutare la sua espressione (dovevo pur farmi un’idea di chi avessi davanti, o sotto in quel caso), poi mi spostai da quella posizione, andando a mettermi di lato alla sua testa piegando le ginocchia e andando a poggiare il mio (grande) culo sui tacchi, per poi sussurrargli qualcosa in prossimità dell’orecchio.

Qualcosa a proposito di quanto fosse interessante per me il suo desiderio, di quanto non vedessi l’ora di inondarlo di pioggia dorata e ricoprirlo di caviale (questi i termini coi quali vengono chiamati generalmente urina e feci durante una sessione del genere).

Sorrise, la mezza eccitazione che avevo notato immediatamente dopo il mio ingresso in quella stanza era ancora in corso, per cui pensai di dirigermi verso il suo cazzo e cominciare a rilasciare proprio lì i liquidi che trattenevo nella vescica da almeno mezzora dopo aver bevuto una abbondante quantità d’acqua.

Indossavo un vestito, nero ovviamente, lucido, molto aderente, di quel tessuto stretching sintetico i cui bordi, ad ogni piccolo movimento, non rimangono mai dove dovrebbero.

Nella parte posteriore, appena sopra l’osso sacro, partiva un inserto di pizzo nero fatto ad U che arrivava fino alle spalle, aprendo di fatto tutta la schiena a quel gioco di vedo-non vedo che spesso è alla base dell’immaginario sexy.

Si arrampicava sulle cosce quel tessuto stretching, non sarebbe mai rimasto della lunghezza “dichiarata”; in quella occasione, comunque, andava più che bene dal momento che tanto dovevo tirarmelo su quel vestito per pisciare addosso a quel militare, come se fossi stata in camporella e avessi avuto la necessità di trovare un cespuglio dietro il quale fare i miei bisogni.

Una volta arrivata sopra la zona dei suoi genitali bastò poco per far si che, aprendo le gambe, piegando leggermente le ginocchia e rilassando i muscoli interni, le prime gocce di pioggia dorata cominciassero a scendere proprio lì, sul cazzo semi eretto.

Poche gocce, sul serio, ma tanto bastò a far muovere immediatamente quel pene verso l’alto, e mi sentii invogliata a ripetere la procedura: ancora poche gocce lasciate scendere su quei genitali e la risposta, pronta, non si fece attendere.

Mi abbassai ancora un po’, piegando le ginocchia, e lasciai correre la pioggia dorata, la sentivo scendere come una cascata, la sentivo arrivare sulla pelle di quel ragazzo e ne vedevo gli effetti, sapevo che il calore di quel liquido e quella specie di tabù nel giocare con la pipì (aspettando per il resto) lo spingevano ad eccitarsi e a volerne di più.

La maglietta militare si bagnò, inevitabilmente, ma non aveva lo stesso effetto del tessuto stretching del mio vestito per il quale i bordi si alzavano lasciando scoperta più pelle del previsto; era rimasta invece vicina ai genitali, non avendola io, di proposito, scansata.

Divenne di un colore più intenso, mostrando chiaramente le macchie di pipì come i jeans di quel tipo che per primo, nel suo delirio, letteralmente merdoso, mi mostrava in uno dei video registrati nel suo bagno, mentre si pisciava addosso.

Lasciai andare il flusso, a volte trattenendomi leggermente per creare un ritmo, e per gustarmi la sua faccia e la reazione del suo cazzo, sempre eretto.

Mi fermai lì, non ero la sola a doverlo usare come toilette e preferii lasciare qualcosa per la seconda parte della sessione.

Uscii dalla stanza dicendogli che sarei tornata, e che una delle mie amiche stava per entrare al posto mio, per continuare la sessione.

Era previsto che giocassimo con lui per circa 3 ore, ed eravamo circa allo scoccare della prima.

Chiusi la porta alle mie spalle lasciandolo ancora lì, sdraiato.

Non era legato, nessuno lo stava, seppur consensualmente, forzando a fare quella cosa, se ne stava solo lì, sdraiato, inerme, pronto per essere usato.

Raggiunsi la stanza dove le altre amiche stavano aspettando per il loro turno, la prossima a farsi avanti sarebbe stata una ragazza che in realtà non conoscevo, con la quale, nel frattempo, iniziai a scambiare due parole a proposito della sua esperienza nel mondo del BDSM.

Mi disse che era alquanto nuova nella scena e che era la prima volta che si univa ad un gruppo per giochi di toilette.

Mi disse anche che sarebbe andata lei ora a visitare il marinaio e che, se volevo, potevamo andare assieme.

Risposi, ridacchiando con fare complice e malizioso, che si, sarebbe stato interessante; ci scambiammo un paio di occhiate di quelle che presagiscono un intesa su una missione comune, bevemmo un altro paio di bicchieri stracolmi di acqua e ci dirigemmo verso la stanza.

Aprimmo la porta e qualcosa nella scena era differente, lui era ancora lì, sdraiato, circondato da qualche asciugamano e con la maglietta ancora indosso, ma se l’era tirata un po’ su, lasciando scoperta la pancia, le mani ora erano incrociate e appoggiate sull’addome.

Bagnato, circondato da un laghetto di pipì nella quale sembrava sentirsi molto a suo agio, si gustava quei momenti differenti lontano dal mondo e al riparo da occhi indiscreti, come se fosse stata una profonda meditazione.

Ma non era tutto.

La donna che aveva organizzato l’incontro, evidentemente nel lasso di tempo nel quale io avevo lasciato la stanza, aveva predisposto un set differente: aveva portato sulla scena la pseudo toilette; la testa del ragazzo, ora, era stata infilata all’interno del corpo di quell’oggetto, sostenuta da un supporto in PVC che faceva in modo di trasformare il corpo del ricevente in un prolungamento del sanitario, facendone diventare la bocca direttamente il tubo di scarico.

Appena entrammo la mia nuova amica scambiò due parole di benvenuto col nostro ospite, mentre io tornavo a fare pipì sui suoi genitali; stavolta la feci anche sulle gambe e sui piedi, senza tralasciare ovviamente le ginocchia.

Poi vidi che, senza pensarci più di tanto, quella avventata ragazza si tirò giù gli slip e si mise a sedere sulla toilette, come in preda ad un’urgenza, come se fosse stata fuori casa ed avesse aspettato ore prima di trovare un bagno  dovendosi forzatamente trattenere e ora si stava beando di avere sotto il suo sacro sedere una comoda seduta per riportare le sue funzioni corporali ad uno stato di quiete.

E pochi istanti dopo era lì che defecava.

Direttamente nella bocca del ragazzo.

Ma anche sugli occhi, sul naso, sulla fronte.

Mi chiese immediatamente dopo, con aria angelica, di passarle un pezzo di carta igienica; glielo allungai mentre ancora stavo guardando la scena.

Era la prima volta che assistevo ad una cosa del genere, accaduta così, di soppiatto, in maniera quasi brutale.

E non è che non lo sapessi, ero lì apposta, ma vederlo accadere mi diede tutta un’altra sensazione.

Quando lei si alzò, dopo essere andata felicemente di corpo, mi affacciai al bordo della toilette: lui era lì con un’espressione che fatico a descrivere, con dei pezzi di feci ancora in bocca e qualcuno sulla fronte, che si sforzava di deglutire.

De gustibus, direi.

Ma fu uno shock anche per l’odore che si era levato nella stanza; incredibile come bastasse anche una piccola quantità di cacca per diffonderne il prepotente, acre, violento sentore.

Rimasi a guardare, immobile, assieme alla mia nuova amica della merda che si gustava la scena ridacchiando.

Rientrai nel ruolo, e scambiai un paio di battute con la mia partner su come quella toilette fosse altamente funzionale e sulla sua comodità, poi lei, notata una lieve difficoltà del ragazzo nel deglutire, si sedette di nuovo sulla toilette, per pisciare.

-“Magari un po’ di liquidi ti aiuteranno a deglutire”-, disse.

Non aveva tutti i torti.

Silenzio.

Soltanto qualche rumore di deglutizione e respiro un po’ affannato.

Lui sudava, freddo oserei dire.

Furono istanti lunghissimi quelli, durante i quali nulla potemmo fare se non stare a guardare, contemplando, con occhi discreti, un lato bizzarro della natura umana; poi gli ripulimmo la faccia dai pezzi rimasti e lo rassicurammo che era stato una toilette perfetta.

Lui sorrise, toccandosi i genitali.

Durante tutta l’operazione non è che si fosse così eccitato, gli stava tornando ora un po’ di vigore, ma noi non lo considerammo affatto; lo lasciammo  invece ancora lì, nella sua privata, delicata, particolare forma di meditazione a fare i conti col suo corpo e la sua mente, e quel glorioso cesso che aveva attorno alla testa.

Passò un’altra oretta prima che tornai di nuovo in quella stanza, nel frattempo almeno un altro paio di donne si erano avvicendate alla conduzione del gioco; io stavolta avevo portato con me un pezzo di dolce, comprato al supermercato poco prima che la sessione cominciasse, di quelli con le gocce di cioccolato, da usare come jolly per la mia personale sessione.

Devo dire che mi andoò bene quel giorno, di solito non sono molto regolare nell’andare di corpo, ma lì, al momento opportuno, il mio intestino mi fu fedele.

Confezionai quindi sul posto una bella fetta di dolce al doppio cioccolato, da porgere al nostro adorato ospite per fargli capire quanto era stato bene accetto nel nostro gruppo.

Lui non aveva più la testa nella toilette speciale, ma era ancora lì che giaceva a terra, bagnato, abbastanza maleodorante; il momento era adatto per un po’ di dolcezza e consolazione.

Mi avvicinai con calma, e gli porsi un pezzo di quel dolce.

Lui aprì la bocca, docilmente, prese tra i denti quella soffice mollica ripiena e la masticò, senza sforzo alcuno.

E un altro boccone ancora, poi mi fermò.

Mi congratulai con lui, ancora una volta aveva dimostrato di essere una toilette davvero in gamba e di essere al nostro servizio ogni qualvolta avessimo avuto bisogno della sua presenza.

Lasciai la stanza, il mio turno era finito, non spettava a me la parte della gratificazione sessuale, e di grazia, perché non credo che ce l’avrei fatta.

È stata comunque un’esperienza molto intensa, non mi sarei mai aspettata in vita mia non solo di assistere ma di prendere parte a qualcosa del genere.

Mi sono emozionata a tal punto che, ogni volta che mi metto a scriverne,  qui davanti al mio laptop, devo portarmi qualcosa da mangiare.

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Red is the color of Love

Una parte consistente del mio viaggio nel mondo del corpo e della sessualità qui a Berlino è confluita nel mondo della fotografia.

Un po’ per passione, un po’ per il gusto dell’esibizionista che è in me di mostrarsi sotto la luce dei riflettori, un po’ per gratificare un ego da sempre assetato di attenzioni e approvazione.

Lo ammetto.

E poi mi piace il colore rosso.

Photographer Andrea Parlati©

https://andreaparlati.com/

 

xana

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Con gli occhi del Bondage

C’era una volta…no, non mi sembra questo il modo migliore per iniziare questo capitolo.

Anche se la “me” di quando ho incontrato il Bondage per la prima volta ora sicuramente non c’è più, e quello di cui voglio parlare stavolta è ancora presente nella mia vita, spero per molto tempo a venire.

Voglio cominciare a raccontare di questa esperienza a partire da quando, in un preciso momento della mia vita, intorno ai 24-25 anni, ho dovuto affrontare la presa di coscienza di avere un corpo incapace di muoversi liberamente, appesantito, infelice di esistere.

La stasi emozionale, fisica ed energetica nella quale sentivo di stagnare fin dall’inizio dell’adolescenza portava il mio corpo e la mia mente a desiderare finalmente di rompere con forza quella gabbia, ma trovare la via adatta per uscire da quella sensazione di prigionia in quello che mi circondava era come dover trovare una via di fuga da un labirinto.

Ricordo, tanto per citarne alcuni, i vani e frustranti tentativi di mettermi a dieta, l’iscrizione alla squadra locale di pallavolo nella speranza di riuscire, tramite uno sport, a fare “del movimento” (progetto che naturalmente non andò a buon fine), la frequentazione di corsi in palestra durante i quali mi sentivo più un pesce fuor d’acqua che altro ed il progressivo incedere incontrollato della volontà di isolarmi sempre di più dal resto del mondo.

Tutto questo accadeva in un arco di tempo che andava dai 15-16 anni ai 24-25, durante il quale credo di aver sviluppato quel lato schivo ed introverso del mio carattere che, chi mi conosce di persona, ha saggiato attraverso i miei, talvolta inspiegabili, lunghi silenzi e quella buona dose di pessimismo che mai manca nelle mie visioni.

Fui fortunata tuttavia, perché più tardi, sulla mia strada, ebbi la possibilità di  approcciare degli strumenti fondamentali, per la mia “liberazione” quali lo Shiatsu e l’Aikido, che mi permisero di iniziare il processo di demolizione-ricostruzione della struttura fisico-emozionale-psichica (chiamiamola così).

Il processo di destrutturazione e ricostruzione fu lungo e doloroso, ricordo per esempio l’enorme difficoltà che trovai sin dall’inizio semplicemente nel piegare le gambe o sedere in maniera naturale a terra, senza contare il dolore persistente al ginocchio destro che mi portavo dietro dagli anni dell’adolescenza e la schiena oramai irrigidita a causa della quale stare in piedi per più di un quarto d’ora era motivo di fitte lancinanti in tutto il corpo.

Avevo preso a fumare ed avevo una capacità polmonare risicata e qualsiasi esercizio che fosse stato appena un po’ più aerobico mi dava immediatamente un senso di profondo soffocamento, non mi sentivo particolarmente portata ai contatti sociali e non avevo alcuna vita di relazione condivisa, né  sentimentale, né sessuale.

Iniziai a muovere in maniera differente la mia energia (non sto usando questa parola per descrivere alcuna entità astratta ed esoterica ma qualcosa di concreto appartenente al corpo) nel momento in cui incontrai lo Shiatsu, il quale, grazie alla sua particolare tecnica fatta di pressioni e stiramenti, mi diede la possibilità di riavviare alcuni processi rimasti inattivi o interrotti negli anni precedenti.

Ci vollero anni per invertire la tendenza, durante i quali alcune parti del mio corpo si “ruppero”, letteralmente.

Per esempio ebbi svariati incidenti durante la pratica dell’Aikido ma stranamente, realizzai in seguito, era come se fossero stati necessari affinché tutto il resto si sbloccasse.

Ad esempio ricordo perfettamente la sensazione delle due parti di quel  ginocchio destro mal funzionante, quella superiore e quella inferiore (si, quel ginocchio gonfio e dolente che non mi permise di camminare correttamente per una decina di anni per il quale nessun luminare della medicina sembrava trovare causa né rimedio) che, oserei dire finalmente, si separarono all’improvviso slittando l’una sopra l’altra per qualche secondo durante un Tenkan, appunto in una delle tante lezioni di Aikido, con un dolore subdolo e acuto rendendomi simultaneamente zoppa ed incapace di camminare autonomamente per circa 6 mesi a seguire.

Le mie gambe erano, e sono tuttora, grandi, larghe, ma al tempo di quell’incidente quella gamba raggiunse dimensioni spropositate, era difficile anche trovare qualcosa che potessi indossare.

Nonostante ciò non volli mai sottopormi ad alcuna operazione, sentivo che per me sarebbe stata come un’intrusione e che il mio corpo stava lavorando per elaborare e riallinearsi secondo le sue necessità.

Immaginavo che quell’articolazione si fosse “aperta” per lasciar andare un carico di stress e tensione in eccesso, qualcosa come una diga che si rompe sotto l’immane pressione di un fiume in piena per lasciar fluire la foga dell’acqua in corsa.

E così fu, in effetti, dopo mesi e mesi di travagli, difficili da esprimere ora a parole, man mano che il gonfiore esagerato si dissipava ed il dolore si assottigliava lentamente, cominciai a rendermi conto che stavo acquisendo la capacità di poter piegare finalmente le gambe.

Ma per favore, “don’t try this at home”, questa è stata la mia esperienza ed è frutto della mia scelta e del mio istinto, sappiate che per ognuno potrebbe funzionare in maniera differente ed avere altri tipi di conseguenze.

Tornai ovviamente sul tatami, e qualche tempo dopo fu la volta della spalla sinistra.

Un paio di anni dopo, durante l’esecuzione di una caduta in volo, atterrai violentemente battendo il ginocchio sinistro sul tatami, l’impatto fu fortissimo, e anche stavolta dovetti fermarmi per qualche mese vista l’impossibilità di camminare autonomamente.

Questo fu l’ultimo incidente che ebbi durante la pratica dell’Aikido, che accadde attorno ai miei 30 anni.

Ma a quel tempo il mio corpo era già cambiato, avevo smesso di fumare, avevo acquisito elasticità dei tessuti e delle articolazioni, non avevo la sensazione di soffocare dopo aver salito 10 scalini e potevo allacciarmi le scarpe stando seduta senza trattenere il fiato per arrivare a prendere i piedi in mano.

Ma qualcosa mancava ancora, sentivo che volevo mettermi ulteriormente alla prova, sentivo di avere ancora delle energie da spendere, da usare, da purificare, se mi si permette il termine, ed avevo imparato sulla mia pelle che il dolore ne brucia un sacco di energie, per cui mi sentivo attirata da qualche possibile pratica che mi avrebbe permesso di continuare nel processo, in maniera più controllata.

Cominciai ad interessarmi intuitivamente al Bondage, ma in maniera molto superficiale, pensai soltanto che la sensazione di costrizione data dalle corde e la loro pressione poteva essere quello che stavo cercando.

Mi informai sulle possibili persone da contattare per una sessione, scrissi qualche mail ma non trovai alcun riscontro effettivo, trovare un rigger nel centro Italia sembrava una possibilità remota ed il fantasma di essere comunque non adatta a quel tipo di pratica (vuoi per quello che pensavo a proposito del mio peso e della forma del mio corpo, vuoi per l’inesperienza che credevo essere un grande ostacolo) cominciò a farsi largo nelle mie fantasie, tanto che dopo un po’ lasciai perdere.

Ci volle ancora qualche anno prima che il destino mise sui miei passi l’incontro con quest’arte, che avvenne in maniera del tutto trasversale.

Fu durante un pomeriggio che stavo passando con il fidanzato che avevo allora nella sua camera a Pisa, eravamo a letto e gli dissi, in maniera del tutto naturale, se avesse mai potuto avere piacere nel cominciare a fare esperienza di Bondage con me.

Mi rispose che no, non era proprio il suo interesse principale, ma dopo qualche secondo mi disse anche di avere un caro amico a Roma che era (ed è tuttora) un insegnante, che aveva scritto anche un libro sul Bondage e che avrei potuto contattarlo per saperne di più.

Lo contattai in effetti, gli dissi che venivo dal mondo dello Shiatsu e dell’Aikido (entrambe discipline provenienti dal Giappone come anche una consistente parte del Bondage, meglio descritta come Shibari o Kinbaku) e che avrei avuto interesse nell’incontrarlo per una sessione.

Offrii in cambio una seduta di Shiatsu.

Lui si rivelò molto cordiale e bendisposto e mi invitò nella sua casa romana per l’incontro.

Era una mattina afosa di Agosto quando partii da Orvieto con una grande borsa contenente il mio futon per andare a raggiungerlo e né l’afa, né la prospettiva di portarmi dietro in treno e sui mezzi pubblici della capitale (talvolta l’esperienza può essere traumatica) quel bagaglio potevano minimamente scalfire la volontà di approcciare finalmente le corde.

Chissà come avrei reagito? Che cosa potevo aspettarmi? Avrei pianto? Mi sarebbero rimasti i segni? Sarei andata in estasi?

Fu arduo arrivare a quell’appartamento, un po’ per il caldo eccessivo (Roma in una mattina d’Agosto può essere difficile da affrontare) e un po’ perché ad un certo punto mi persi tra i vari autobus che dovevo prendere.

Arrivai comunque in zona, ricordo che scesi dall’autobus in una piazza con un grande incrocio stradale e che dovetti camminare ancora un po’ prima di trovare la via dell’appartamento, situato ad un piano X (non ricordo esattamente…quarto forse?) di una lunga palazzina di forma rettangolare.

Suonai il campanello, e dal citofono mi rispose una voce che mi invitò a salire al X piano.

Entrai, l’interno del palazzo era piuttosto scuro e dovetti salire una prima rampa di scale per arrivare all’ascensore.

Le scale continuavano poi per la loro strada, ricordo che mi colpì il grande corrimano di legno che le contornava, potrebbe esserci stato anche del marmo verde da qualche parte, forse alle pareti, forse nel pavimento, o forse era un’allucinazione da insolazione e calura presa poco prima per le strade della città.

Mi diressi verso l’ascensore, fui fortunata in realtà, avrei potuto dover farmela a piedi.

Ma quello era un ascensore con una cabina piccola e stretta, con la porta di legno e vetro ed il borsone con dentro il futon, per la porta, proprio non ci passava benissimo.

Dovetti affrontare un paio di manovre per entrare ed altrettante per uscirne, non oso immaginare come sarebbe stato se ci fosse stata un’altra persona con me.

Quando arrivai a destinazione Davide (questo il suo nome, meglio conosciuto come Maestro BD) era l’i ad aprirmi la porta, invitandomi ad entrare.

Mi fece accomodare immediatamente in una piccola stanza-dungeon, con una struttura di tubi innocenti per le sospensioni, un piccolo sofà, un armadio dal quale spuntavano alcuni strumenti di tortura (come floggers, paddles per spanking) e di lì a poco cominciammo la sessione.

Avevo indosso i pantaloni bianchi del Keikogi ed una maglia a maniche corte bianca e nera, ricordo che venni legata con sapienza da una harness nella parte superiore del mio corpo e che Davide mi chiese, dopo poco, se avessi voluto provare la sospensione.

Dissi di si, la sensazione che le corde esercitavano sul mio corpo si era fatta già interessante, il respiro era diverso, sentivo che la cassa toracica non si espandeva poi più di tanto e che la pressione esercitata mi dava il senso di confine, di contenimento, mi dava la posizione del limite del mio corpo nello spazio.

Ma ero ancora in piedi, soltanto il torace era già stato predisposto per la sospensione tramite l’aggancio di alcune corde fatte passare in alto sulla struttura di tubi innocenti ma lasciate ancora lente.

La prima sospensione parziale avvenne quando Davide sollevò una delle mie gambe fissandola in alto, all’altezza del bacino più o meno, invitandomi a lasciarmi “cadere” (spostare il baricentro sarebbe più esatto) da un lato.

Lo feci e fu incredibile sentire il mio corpo lottare, mi trovai ad oscillare per mantenere l’equilibrio ma le corde, ad ogni più piccolo movimento, infliggevano una discreta quantità di colore che rendeva i tentativi ardui e maldestri.

Quella posizione forzata metteva in discussione tutte le regole alle quali il mio corpo era abituato a sottostare fino ad allora, e la ridotta capacità di movimento e di respiro rendevano l’esperienza davvero particolare.

Rimasi in bilico in punta di piede per qualche minuto, cercai di far trovare al corpo il modo di accettare la inevitabile scomodità e di respirare nel frattempo, quando mi venne chiesto se fossi pronta a far si che anche l’altra gamba venisse sollevata.

Risposi di si, magari un cambio di posizione avrebbe potuto ristabilire un nuovo ordine ed un nuovo equilibrio.

Credo che rimasi in sospensione totale non più di due-tre minuti, dopodiché fu insopportabile per me resistere ed accettare tutto l’insieme delle cose, e chiesi di essere riportata a terra e slegata.

Prima un piede, poi l’altro, poi il resto.

Toccare di nuovo terra fu un’emozione profonda, ma la sensazione che è rimasta letteralmente stampata nella mia memoria (mentale, fisica, cellulare, quello che vi pare) è stata quella di sentire come la cassa toracica tornava ad espandersi dopo che le corde ne erano state allontanate e l’ampiezza che può raggiungere un respiro.

Credo che sia stato come rivivere l’esperienza del primo respiro di quando si viene al mondo misto ad un grande senso di liberazione, se fino a qualche minuto prima stavo “volando” in sospensione sostenuta dalle corde, in quel  secondo momento durante lo scioglimento dei nodi mi dava la sensazione di volare di nuovo, stavolta per la leggerezza che percepivo nel mio corpo.

Rimasi in quello stato ancora per un po’, scambiai il favore ricambiando l’esperienza con una seduta di Shiatsu, poi ripresi la mia grande borsa del Futon, tornai a cercare di farla entrare di nuovo nella porta dell’ascensore per scendere a piano terra, e me ne tornai in stazione, per prendere il treno e tornare a casa.

Da quel giorno le cose non sono mai state più le stesse.

C’è comunque voluto del tempo prima che potessi approcciare nuovamente le corde, ma tornai a Roma qualche mese dopo per il mio primo workshop di Bondage, sempre con Davide, e andai successivamente a Bologna per un workshop con un altro insegnante.

Ma la pratica era il vero ostacolo, era veramente difficile trovare persone interessate a condividere questa esperienza tra gli abitanti (del villaggio mi verrebbe da dire) del mio paese di origine.

Nonostante tutto una mia amica, Martina, proveniente dal mondo della danza e del teatro ed interessata al mondo delle arti performative, mi disse di essere disponibile per alcune sessioni di pratica.

Ci vedemmo alcune volte nella sua camera e fu un’esperienza davvero creativa ed emozionante, devo aver conservato delle foto da qualche parte, spero non siano andate perdute nella memoria di qualche vecchio telefono.

Ricordo per esempio una sessione durante la quale le legai i piedi, o una in cui sperimentai la torsione laterale del suo corpo disteso sul letto.

Al tempo le nozioni tecniche che avevo erano davvero basilari (non che ora io sia al top della conoscenza, anzi), e si andava molto di improvvisazione.

Ma più la modella (o il modello, fate voi) è ricettiva ed aperta agli stimoli, maggiore è la possibilità di creare un dialogo attraverso la tessitura, letterale, di una trama attorno al corpo.

Ma non solo attorno, perché l’esperienza del Bondage, a mio avviso, arriva  ben oltre la barriera fisica.

E lei lo era ricettiva, eccome, e tessemmo assieme trame su trame di figure contorte, avvinghiate e a tratti ansimanti, ed io vedevo formarsi nella mia mente, attraverso quello che stavamo creando, le visioni di angeli caduti e tormentati in cerca delle loro ali per far ritorno a casa, e sirene con la coda intrecciata alle reti da pesca che tentavano di liberarsi per riacquistare la libertà, o un volo di farfalle pronto a sorvolare un campo di fiori durante una tempesta di vento.

Fu un inizio stupendo, a cui seguì inevitabilmente un periodo di pausa dovuto agli impegni che la vita di ognuna stava riservando.

Personalmente ho poi dovuto attendere di arrivare a Berlino per proseguire con lo studio e la pratica, ma questa città si è rivelata immediatamente ricca di opportunità e di possibilità di crescita.

Ho iniziato a frequentare tutti i workshop che ho potuto, le lezioni speciali, gli incontri domenicali a casa di amici con la stessa passione, e questo ha attirato sempre più belle persone nella mia vita, persone aperte, con una visione a riguardo della sessualità multisfaccettata ma mai indignata, mai ritrosa né bigotta, piuttosto orientata alla sperimentazione ed alla condivisione.

Il momento massimo raggiunto finora nella mia esperienza con il Bondage (o Shibari, o Kinbaku, tanto ognuno poi lo chiama come gli pare ma alla fine sembra che ci capiamo lo stesso) è però stato durante le Bondage Jams al Darkside, luogo  per me a tratti onirico dove ogni martedì sera, per qualche mese fino a poco prima dello scorso Natale, si svolgevano degli incontri di pratica, liberi, dove ognuno poteva legare o farsi legare utilizzando gli spazi del locale.

E lì ho incontrato altri angeli in cerca delle loro ali, altre sirene bramose di libertà ma anche agnelli sacrificali desiderosi solo di lasciar uscire le loro grida di sofferenza attraverso quelle corde e la loro pressione sulla pelle, spesso nuda.

Queste che seguono sono le parole di Kaori, una donna giapponese che ho incontrato lì e con la quale ho condiviso molte sessioni, dopo il nostro primo incontro:

“Yesterday, I went to the jam and I was tied up by a woman for the first time.

It was very nice and new for me.

Very soft, warm, gentle, delicate….

I was healed.

And when she gave me pain, she was ruthless.

To my surprise, I was aroused.

It was different from when I am with man.

More quiet, calm, secure, and long.

It was like the sound of the waves.

Very special experience.

Thank you very much A.”.

(Ieri sono andata alla jam e sono stata legata per la prima volta da una donna.

È stato molto bello e nuovo per me.

Molto soft, caldo, gentile, delicato…

Mi sono sentita guarita.

E quando lei mi ha fatto provare dolore, è stata spietata.

Mi sono ritrovata a sorpresa eccitata.

È stato differente da quando sono con un uomo.

Più tranquillo, calmo, sicuro e più a lungo.

È stato come il suono delle onde.

Un’esperienza molto speciale.

Grazie infinite A.)

“Il suono delle onde”.

Head red ropes tagliata

E allora vorrà dire che sono lesbica (o forse no…)

Molti (ahimè) anni fa, quando mi iscrissi all’Accademia di Belle Arti di Perugia dopo aver frequentato l’istituto d’Arte di Orvieto, avevo ancora la testa piena di sogni e meraviglie.

Bastava davvero poco per suscitare in me delle incredibili emozioni e l’idea di trasferirmi in quel posto seppur così vicino, non solo geograficamente ma anche nello stile e nel tipo di vita, alla mia piccola città natale sembrava già un viaggio verso El Dorado, che sapeva deliziosamente di magia, di avventura, di ignoto.

Mentre mi iscrivevo al primo anno ed ero in cerca di una stanza dove alloggiare assieme ad un mio caro amico di Orvieto, anche lui in procinto di imbarcarsi nel lungo ed incerto cammino universitario iscrivendosi alla facoltà di Filosofia, stavo letteralmente muovendo i primi passi per andare a vivere in un’altra città, apparentemente fuori dal raggio di influenza (si fa per dire) dalla mia famiglia e dall’idea di me che in quegli anni post-adolescenziali carichi di problematiche e struggimenti si era insinuata nella mia mente.

L’idea che si ha di sé è spesso la più dura a morire, una volta creato lo schema di chi siamo, o crediamo di essere, é dura sradicarne le fondamenta, ed io, a quel tempo, ne ero completamente schiava.

Probabilmente, per altri versi, lo sono tutt’ora.

Al tempo la mia reazione istintiva e primitiva a tutto ciò, quella reazione che di solito sorge nelle viscere, quella che risponde ad un irrazionale fremito che corre irriverente su per la spina dorsale e non lascia molto spazio all’immaginazione, era quella di rompere quello schema, fuggire da quella gabbia nella quale sentivo di essere prigioniera, sentendo di non avere a disposizione altri mezzi se non la fuga.

Per cui andare a vivere in un altro luogo sembrava davvero, e probabilmente lo era, la soluzione migliore.

Ricordo ancora lo stupore per qualsiasi inezia, la sensazione amplificata di vedere un posto per la prima volta e trovarlo stupendo, pieno di nuovi dettagli e suggestioni e l’idea che, da lì in poi, avrei potuto viverlo in prima persona riempiva dei vuoti, o creava nuovi spazi, all’interno della mia immaginazione e della mia sofferenza, proiettando nella mia mente il film della realizzazione, ovviamente vittoriosa e salvifica, delle infinite possibilità in divenire che ancora ivi giacevano soltanto in potenza.

Viva nella mia memoria è ancora la veduta di via dei Priori mentre la percorrevo in discesa  per arrivare a San Francesco al Prato, o la risalita verso il Tempietto passando per l’Università per Stranieri e Corso Garibaldi, che aveva ogni volta il sapore di un pellegrinaggio mistico, i Giardini del Frontone, o via della Madonna, dove dopo un paio di anni dal mio primo approdo in quella città trovai un piccolo appartamento al secondo piano, una stanza, un bagno senza riscaldamento ed una piccolissima cucina dove c’era posto soltanto per il lavandino, tanto che il frigorifero dovevo tenerlo nella stanza principale, vicino al letto.

L’unica finestra presente dava sullo stretto vicolo chiamato, appunto, via della Madonna per la presenza di un’icona mariana incastonata sotto all’arco a mattoni che apriva l’ingresso alla via.

Non molto distante da lì c’era uno dei locali must della città di allora, oggi credo abbia cambiato nome ma metto totalmente in discussione la sua corrente esistenza, un pub chiamato “Lo Zoologico”, punto di ritrovo degli alternative-punk-rockers-reggae-ravers e quant’altro che ogni sera (tranne il lunedì che era giorno di chiusura) si davano appuntamento lì per bere, rimorchiare, fumare erba seduti sugli scalini del vicoletto lì accanto o perché no, spacciare sostanze varie e non ultimo ascoltare, con totale esaltazione, le playlist musicali che venivano diffuse nel locale, che ripercorrevano fedelmente i gusti alternative dei clienti.

Lo Zoologico era un pub piuttosto caratteristico, consisteva in un piano terra, un piano intermedio ed un primo piano, il tutto connesso da una scala interna anche piuttosto ripida. Credo fosse ricavato da un edificio originalmente costruito nel medioevo, di cui conservava ancora alcuni tratti.

Al pian terreno c’era il bancone principale ed era possibile sedere su degli sgabelli posizionati attorno a dei piccoli tavoli creati da delle vecchie botti di legno.

Il piano intermedio era costituito da delle esigue salette ricavate da alcune nicchie, con dei tavoli stretti ai quali di solito erano sedute non meno di dieci-quindici persone, ammassate come sardine in latta. Non di rado era possibile trovare in una di quelle nicchie un Dj che  mandava musica per la serata.

Il primo piano era destinato ad ospitare altri tavoli e, se la memoria non mi inganna, i bagni.

Di solito era piuttosto arduo trovare posto a sedere, per cui la maggior parte delle persone passava ore e ore (notturne) bivaccando lungo la strada principale con sommo disgusto  degli abitanti del circondario, o usufruiva della scalinata presente nel vicolo lì accanto per sedere in gruppo e socializzare alla maniera degli “alternativi”, con specifici rituali codificati e ripetuti all’infinito: fumare erba aspettando di fumarne ancora supponendo che qualcuno del gruppo avesse di lì a poco preparato il joint successivo, parlare di musica, ridere per ogni non senso, parlare della qualità dell’erba di turno, finire l’erba.

Finita pure l’ennesima birra media era previsto che ci si dovesse alzare per andare in cerca di altra erba, tornare a sedere nel cerchio più stonati di prima e ricominciare, sentendo di aver adempito ad ogni canonico dovere per essere, ma soprattutto sentirsi, parte di un gruppo, per avere un’identità ad esso riferita.

Nella fattispecie di quello che avveniva quando si eseguiva il rituale seduti sugli scalini del vicolo vicino allo Zoologico la procedura poteva includere anche il ricevere, ad un certo punto, una secchiata d’acqua in testa.

E no, non era la parte battesimale del rituale.

Io stessa ne ricevetti qualcuna (sospetto che a volte non fosse solo acqua) provenire dai piani alti di quelle abitazioni, intorno alle 2-3 di notte.

E poi c’era l’Accademia di Belle Arti, questo ritrovo per diverse tipologie di artisti in divenire che pullulava di personaggi variopinti e assortiti, spesso convinti che bastasse vestire con uno stile trasandato ed i capelli non lavati da decadi per sentirsi autorizzati ad essere etichettati come artisti.

Non me ne vogliate, è sarcasmo il mio, eh…ero una di loro.

Tutto intorno a me era un’attrattiva, un motivo di meraviglia ed era così diverso dalla realtà  del paese dalla quale sentivo di venire e alla quale pensato di appartenere che molti dettagli, anche i più insignificanti, potevano esaltarmi all’inverosimile.

Eppure, stranamente, ero ben lontana da sentirmi una persona felice.

Qualche giorno fa, qui a Berlino, dopo circa una ventina di anni (doppio ahimè) da quei momenti, mi sono ritrovata improvvisamente a riflettere su tutto questo mentre mangiavo  banalmente l’ennesimo Kebab in uno dei moltissimi Kebab dealer della città.

È un’azione che può sembrare così poco poetica e priva di colore che non mi sarei mai aspettata che la mia mente riaprisse inaspettatamente una finestra così ampia su questo scorcio di memorie lontane.

La causa scatenante di questa visione così profonda è stata ricordare la prima volta che, proprio a Perugia e forse proprio la prima volta che ci misi piede da sola ai tempi dell’iscrizione all’Accademia, mangiai una pita al ristorante greco.

Anzi, neanche al ristorante, presi quella pita direttamente da una delle finestre a vetri  del ristorante, di quelle aperte da un lato dalle quali si poteva vedere il cuoco armeggiare con vari strumenti, ma solo dalla vita in su.

Non sapevo neanche cosa fosse una pita, ordinai in base alla lista degli ingredienti presente sul menù, credo che quello che catturò la mia attenzione fu la gloriosa attrattiva della presenza nella lista delle patatine fritte. Quello che ricevetti in cambio di cotanta  golosa speranza fu una piadina morbida arrotolata con dentro degli anonimi pezzi di carne di dubbia provenienza, insalata, patate fritte appunto, il tutto condito con una salsa a piacere, scelsi la maionese, per la precisione, di cui vado tutt’ora ghiotta.

E quella pietanza al tempo così esotica per me, mai vista prima nella mia Orvieto ma così facile da reperire nella “città” di Perugia mi fece sentire, magari ingenuamente e provincialmente, appena un po’ più cosmopolita, in grado di entrare in contatto con un’altra, variegata dimensione delle cose.

Potete immaginare come mi sia sentita pochi giorni fa mangiando quell’ennesimo Kebab qui a Berlino, rivedendo la poco più che adolescente me aspettare per la prima volta quella pita al di fuori della finestra a vetri a confronto della me contemporanea seduta sulla panca di legno di un Türkisch grill point nei pressi di Warschauerstraße: entrambe con una pietanza simile di provenienza “esotica” in mano, consistente in una piadina arrotolata e riempita con carne, insalata e delle sempre ben accette patate fritte nella versione greca proveniente dal passato, dall’altra cetriolo e peperoncino verde in agrodolce in quella  tedesca-turca contemporanea.

-“Nonostante tutto continuo negli anni a mangiare roba simile”- oppure -“ I tedeschi il cetriolo lo mettono dappertutto”- (e no, in questo caso non è riferito a nulla di sessuale, anche se…magari  scriverò qualcosa a proposito in futuro), potrebbe essere benissimo stato questo il mio pensiero mentre mi fermavo a guardare quel Kebab ancor prima di dare il primo morso, quando in realtà, da una situazione così quotidiana, alla quale non presto più neanche tanta attenzione, non ho potuto fare a meno di notare come sia potente l’impatto che le cose hanno nella nostra vita, nella mia perlomeno, quando accadono per la prima volta: il fascino eclatante e avvolgente delle prime scoperte, il primo approdo in terre sconosciute magari dopo un lungo viaggio alla ricerca di qualcosa altro da sé, lo stupore nell’accorgersi che abbiamo altre possibilità o la magia di vedere con occhi diversi noi stessi.

In un certo senso questa ricerca mi ha sempre guidata nel corso degli anni a venire, portandomi continuamente, a volte anche in maniera compulsiva, a rincorrere nuove terre da esplorare, magari fuggendo da quella parte di me che non posso, non voglio, non riesco ad affrontare.

O magari semplicemente affrontarla non è la mia priorità, inutile cercare soluzioni dove non ce ne sono, magari non c’è niente da affrontare, magari siamo solo fatti così, imperfetti, complicati, irrazionali, irrequieti e incostanti, incoerenti, perennemente  insoddisfatti.

Forse alimentare la sensazione che ci sia “qualcosa” da affrontare creerebbe essa stessa “qualcosa da affrontare”, ed il processo di elaborazione della suddetta prenderebbe così tanto tempo nella mia vita che non ne trarrei mai giovamento se non addirittura poco prima della mia morte, avendo in realtà solo sprecato tempo e risorse preziose potenzialmente utili da poteri utilizzare per ricercare attivamente sul momento quello che mi soddisfa maggiormente.

Voglio poter pensare che la soluzione sia potenziare quello che mi fa stare bene, invece che rincorrere e dare spazio a ciò che mi distrugge, e fare nuove esperienze e sondare nuovi territori fa parte da sempre di ciò che mi motiva e sostiene.

Per esempio qui a Berlino, la mia ultima, in termini di tempo, tappa del percorso di scoperta rientra nell’aver vissuto una esperienza omosessuale.

Quello che ha sovvertito alcune delle credenze che avevo avuto finora è stato che ho sempre considerato me stessa una donna eterosessuale, visto che sono profondamente attratta dagli uomini, mai mi era sorto il dubbio che potessi avere una qualche relazione, seppur soltanto dal punto di vista sessuale, con una donna, eppure è successo in maniera anche del tutto naturale.

Qualcosa del genere accadde, in maniera ancora embrionale, estemporanea ed inaspettata all’incirca un anno fa durante una vacanza invernale in Polonia (vedi “Uno strap-on tra amiche” in questo Blog).

In quel momento non c’era nessuna relazione sentimentale tra me e quest’altra donna, nessun interesse profondo se non quello di condividere un diverso ed eccitante momento tra amiche e come “prima volta” fu entusiasmante, ma rimase, appunto, nell’ambito del gioco, della curiosità per la scoperta qualcosa di nuovo e la mia sperimentazione si fermò lì, tanto che poco dopo tornai ad avere soltanto uomini come partners.

Il destino volle, mettiamola così, che dopo qualche mese da quell’incontro, continuando la mia attività preferita all’interno del BDSM che è il Bondage, incontrai in maniera estremamente casuale una ragazza, con la quale stabilimmo quasi immediatamente una relazione rigger-bunny.

Mi accorsi immediatamente che per lei lasciarsi andare tra le corde era piuttosto arduo, durante la prima sessione che facemmo assieme alla Bondage Jam al Darkside non chiuse gli occhi neppure per un attimo, continuando a guardarsi attorno sospettosa e spaventata.

Non che ci si debba immediatamente lasciar svenire durante una sessione di Bondage e  neanche fidarsi ciecamente di quanto stia accadendo, rimanere vigili e presenti sarebbe l’ideale ma nel suo caso sembrava una reazione incontrollata, quasi un ostacolo da superare che non le permetteva di godere a pieno di quello che stava vivendo.

Finimmo la sessione ed ebbi la sensazione che non si sarebbe portata a casa una bellissima e profonda esperienza, o che qualcosa l’avesse davvero toccata, scambiammo poche parole in attesa che la serata finisse e tornammo entrambe nelle rispettive abitazioni.

Fui sorpresa quando mi chiese, pochi giorni dopo, un’altra sessione.

Acconsentii, e ci ritrovammo la settimana seguente alla solita Bondage Jam.

Stavolta fu diverso, trovai quasi istintivamente la porta di ingresso per rompere quella sua rigidità facendole il solletico sotto i piedi, naturalmente dopo averla impietosamente legata senza lasciare al suo corpo alcuna possibilità di movimento.

L’impatto di quella azione fu fortissimo, fu qualcosa che la riportò immediatamente nel momento presente come non lo era mai stata prima, la sentivo e la vedevo reagire con forza a quel solletico, urlare, dimenarsi e tentare di opporre, inutilmente, resistenza.

Sudava, io pure, mentre cercavo di continuare a torturare i suoi piedi con un solletico graffiante, denso, insistente, arrivando a sdraiarmi di peso sul suo corpo, a tapparle la bocca con la mano, di certo guardarsi attorno con aria spaesata come era successo la volta precedente non era adesso la sua principale preoccupazione.

Continuammo a vederci per fare Bondage, sembrava che ad ogni incontro successivo entrassimo sempre più in sintonia, che riuscissimo a capirci senza parlare.

Un sabato pomeriggio, in un non eccessivamente caldo mese di Giugno, mi invitò inaspettatamente a casa sua per un po’ di pratica.

La sessione di corde fu molto intensa, molto più delle precedenti consumate sotto gli occhi dei partecipanti alla Bondage Jam del martedì sera al Darkside, il fatto che si stesse svolgendo in un ambiente privato sembrava avere un sapore estremamente diverso.

La sorpresi cominciando a torturarla, dopo averla consenzientemente immobilizzata, con un semplice, banale stecchino preso estemporaneamente da una di quelle confezioni di plastica trasparente cilindriche rimasta aperta sul tavolo lì accanto, probabilmente dopo qualche pasto da lei consumato distrattamente non molto tempo prima davanti alla Tv.

La parte del suo corpo che preferivo stuzzicare con quello stecchino? I piedi, naturalmente, forse la zona più sensibile del suo corpo, quell’entrata che mi aveva permesso di arrivare fin sotto quella rigida armatura e toccarla nel profondo come mai nessuno, a detta sua, aveva fatto.

E poi ancora tante sculacciate (indossava dei pantaloncini corti stile anni ’70, di quelli in poliestere, lucidi, che si usavano per fare ginnastica, neri bordati di bianco, che da quella posizione ne incorniciavano maliziosamente le natiche lasciandone un 3/4 scoperte e alla mercé della mia sadica esaltazione),

Le morsi anche un fianco ad un certo punto, e le strattonai la testa all’indietro legando i capelli alle corde che passavano sulla schiena, il che la fece rimanere a bocca aperta, letteralmente.

Presi a torturarla in quella posizione, passai anche una corda all’interno della sua bocca per divaricarne maggiormente l’apertura e sovrapposi una gamba all’altra, creando una forte torsione lungo tutto il suo corpo.

Continuai a punzecchiarle le natiche con lo stecchino, non prima di averle debitamente arrossate con numerose sonore sculacciate, le quali risuonavano insistentemente nel piccolo appartamento come il suono dei piatti di metallo suonati da un percussionista a tratti solcano e sottolineano trionfalmente la melodia suonata dal resto dell’orchestra.

O come, più volgarmente parlando, fanno quelle scimmiette-giocattolo a molla vestite come dei componenti di una banda musicale coi loro piatti dorati di metallo, che sbattono l’uno sull’altro in maniera dissennata, scomposta e compulsiva.

Cominciai a slegarla dopo che, sbavando da quella bocca rimasta aperta a causa delle corde, aveva bagnato un po’ troppo il tappeto e le sue grida avevano fatto il giro dell’isolato per almeno un’oretta buona. Ci tenni a non arrivare immediatamente alla completa libertà, slegavo una parte del suo corpo ma ne legavo quasi immediatamente un’altra, magari anche più stretta della precedente.

Cominciai a colpirla nell’interno coscia con la mia mano, a prendere un piccolo lembo di pelle e stringerlo fra le dita, pizzicandola lentamente e sollevando la pelle dal resto.

E si sa, l’interno coscia…è delicato.

La pelle rimase subito marcata, ma lei ancora non mi fermava, ancora era lì che cercava, in un modo o nell’altro, di resistere, di divincolarsi da quella stretta sfidandomi ad un gioco di resistenza e sopportazione.

Concludemmo la sessione dopo aver scattato anche qualche foto, ci volle un po’ per riprendere fiato e tornare nei ranghi e ci prendemmo un po di tempo per parlare di quanto accaduto.

Inaspettatamente (ma poi ripensandoci neanche più di tanto) invece di approfondire gli aspetti relativi alla sessione appena terminata cominciò a chiedermi molte cose appartenenti alla mia vita passata.

Ad un certo punto ebbi l’impressione che mi stesse sottilmente facendo delle avance, ma siccome i sottintesi non sono il mio mestiere e con me funzionano solo i contenuti espliciti cercai di glissare quasi prepotentemente verso altri argomenti, ostentando una padronanza della situazione atta a svincolarmi da qualcosa che in fondo mi aspettavo già, ma che mi spaventava un bel po’ anche se senza alcun apparente motivo.

Devo ammettere che mi piaceva, e mi piace tuttora, fare Bondage con lei, perché sento di  aver varcato una soglia che era rimasta inviolata da tempo, e mi piace molto il fatto che me lo abbia lasciato fare.

Mi piace come bunny perché non è la solita marionetta inespressiva che si atteggia a fare da modella, accetta le corde e le restrizioni come una sfida, cercando allo stesso tempo di combatterle, di reagire, di mettersi alla prova.

La sua sofferenza è vera, la passione bruciante, quel giorno in particolare mi chiedeva di legarla più stretta, di andare più a fondo, si lasciava stuzzicare, sculacciare, mordere, accettava sul suo corpo i segni di quella lotta e ne voleva ancora di più, mentre giaceva a terra alla ricerca dei suoi limiti.

Ed era una persona completamente diversa da quella che si manifestò tra le corde la prima volta.

Ci incontrammo ancora per fare Bondage, poi un paio di volte ci vedemmo per altri motivi, una volta per una mostra fotografica organizzata da un’amica che avevamo in comune ed un’altra volta per berci un caffè.

Durante quest’ultima le avance si fecero molto più esplicite, eravamo sedute ad uno dei tanti bar ricavati nel locali sottostanti la metropolitana di superficie nei pressi della Humboldt University (per chi conosce Berlino è vicino alla stazione di Friedrichstraße), quando mi disse senza mezzi termini, tra un sorso e l’altro di un lungo e acquoso caffè tedesco, che avrei “dovuto provare sessualmente una donna”, lasciandomi senza respiro per un paio di secondi.

Percepito il mio lieve imbarazzo cercò in breve di ritornare ad un tono di conversazione pacato e fluente, passando in breve a raccontarmi qualcosa a proposito di un paio di  episodi di vita quotidiana realmente vissuto con la sua ex, cercando di premere intenzionalmente sul tasto della normalità della cosa.

Mi parlò di quando mangiavano patatine fritte sedute sul divano, bevendo birra e guardando la Tv (magari anche ruttando, pensai tentando di immaginare e sdrammatizzare la scena).

E che avevano un cane.

Mentre il fiume di parole che uscivano dalla sua bocca riempiva l’aria che ci separava fisicamente sentivo che qualcosa stava per accadere, mi sentivo attratta da lei e dall’idea di quello che poteva succedere, ma di certo non sarei mai stata io a fare il primo passo.

Ciononostante avevo l’impressione che lei, quel primo passo, lo avrebbe fatto immantinente.

Levammo le tende di lì a poco, il caffè era finito da un pezzo ed il cielo grigio annunciava una imminente pioggia.

Ah si, era estate ed avevamo speso quel tempo assieme sedendo nel giardino esterno del locale, tra un muro di cinta coperto da piante rampicanti che separava il giardino dagli altri edifici e il muro di sostegno della metropolitana di superficie, sotto la quale, appunto, il bar aveva la sua sede.

Decidemmo di fare comunque una passeggiata, senza apparente meta ed arrivammo nei pressi del Duomo.

Ci fermammo sul prato antistante, lei mi disse che amava sdraiarsi sull’erba nei giorni di sole, è una cosa che ha sempre fatto quando esce dall’università e che se volevo potevamo passare un po’ di tempo assieme lì.

Certo che, alzando gli occhi al cielo, quella non sembrava essere una giornata di sole, il grigio delle persistenti nuvole non era molto d’ispirazione lasciando poco spazio alle speranze che di lì a poco la solita quantità quotidiana di pioggia, seppur estiva, non sarebbe caduta sulle nostre teste.

Ma ci fermammo lo stesso, trovammo un posto sufficientemente pianeggiante e privo di buche e ci sedemmo.

Lei si fece una sigaretta con tabacco e cartine ed io mi lamentai del mal di schiena che in quegli ultimi tempi mi stava tormentando.

Si propose immediatamente per un massaggio, prese la sua giacca e la stese sull’erba  invitandomi a sdraiarmi.

Credo che in realtà sapessi benissimo cosa stava per succedere.

Mi sdraiai pancia in giù e testa da un lato, ho sempre apprezzato il ricevere massaggi e sentire che il mio corpo viene manipolato, toccato, e mi piace particolarmente la sensazione di potermi lasciare andare di peso sul pavimento, o terreno che sia, abbandonando ogni forma di pesantezza e restrizioni.

Lei iniziò poggiando delicatamente le sue mani sulle mie spalle, quasi a sfiorarmi, come se stesse impastando una sostanza eterea piuttosto che un corpo fatto di carne e ossa, e continuò accrescendo sempre di più la pressione arrivando a stringermi la carne tra le sue dita in maniera anche piuttosto intensa e decisa.

Mi piacque il contatto fisico che stabilì non appena iniziò a massaggiarmi, mi piaceva la sensazione tattile delle sue mani su di me, il suo modo di avvicinarsi e protendersi e l’intensità della pressione e della stretta delle sue dita sulla mia persona.

Mi scostò la t-shirt e infilò le mani sotto, slacciò il reggiseno chiedendomi di sfilarlo ma continuò a massaggiarmi, come se non volesse perdere il contatto, ora la sua presenza si era fatta di nuovo più sensuale, delicata.

Lo sfilai quel reggiseno, lo feci girandomi su un fianco mentre la sua mano non lasciava il contatto con le mie gambe, come se avesse voluto sincerarsi che non fossi fuggita via all’improvviso correndo.

Cosa che evidentemente non feci, tornando a sdraiarmi immediatamente dopo aver lanciato il reggiseno nei pressi della mia borsa.

Lei riprese a toccarmi le gambe, a sfiorarle, man mano si faceva strada al loro interno creando spazio tra le cosce per arrivare a lambire l’attaccatura dei glutei e passare in maniera fintamente distratta proprio lì, sui genitali racchiusi nei leggins e nelle mutandine, entrambi rigorosamente neri. Alla prima passata non successe molto, il livello di guardia, nonostante cercassi di abbandonarmi alla successione naturale degli eventi, sembrava essere ancora leggermente attivo.

Alla seconda sussultai, emettendo un lieve gemito e rispondendo alla leggera stimolazione con un piccolo movimento, la terza volta che quelle mani toccarono, senza neanche più dissimulare un contatto fortuito e distratto ma deliberatamente in cerca di una azione volontaria, la mia vulva (dio come odio i nomi propri delle diverse parti dei genitali…raccapriccianti, proprio) mi lasciai scappare un suono considerevole di piacere dalla bocca, seguito da una risatina anche piuttosto sciocca e da un piccolo sobbalzo del bacino.

Sollevai anche leggermente la testa, dando distrattamente un’occhiata intorno se mai ci fossero stati degli spettatori involontari, eravamo pur sempre in un giardino pubblico…di fronte alla cattedrale di Berlino, in pieno giorno, nuvoloso si, ma con ancora una visibilità piuttosto nitida.

Nelle rare volte che mi era capitato di passare per quel posto avevo sempre visto naturalmente molti turisti, qualche studente, appunto, sdraiato con libro in mano e spesso un joint nell’altra, ma una volta mi capitò di trovarci addirittura una lezione di ballo latino americano, anzi, per essere precisa, una lezione di ballo di gruppo latino americano, con stereo portatile azionato a tutto volume manco fossimo nel ghetto di New York negli anni ottanta in mezzo ad una black gang rap e queste 10-12 persone di un’età piuttosto variabile scatenate e saltellanti a ritmo di musica.

Quel giorno, mentre alzavo leggermente la testa dopo che quella ragazza impertinente mi aveva passato ripetutamente una mano in mezzo alle cosce, non c’era nessuno in vista, fortunatamente.

Ma s’era appropinquata l’ora di frenare gli istinti e le mani, senza arrivare a perdere il controllo in un luogo così poco opportuno.

Tornai a sedere coi capelli arruffati, la maglia alzata e senza reggiseno, cercando di dissimulare un pacato comportamento degno di un normale incontro sull’erba tra amiche. Ci guardammo negli occhi e scoppiammo, naturalmente, a ridere, dopodiché mi fece intendere che le sarebbe piaciuto continuare l’incontro a casa sua e mi invitò a seguirla.

Nel frattempo le prime gocce di pioggia stavano iniziando a cadere, annuii, radunai le poche cose sparse e ci alzammo da terra. Fatti neanche dieci passi la pioggia cominciò a cadere in maniera insistente, tanto che dovemmo affrettare in passo per raggiungere la fermata del tram, fortunatamente poco distante.

Cosa accadde dopo?

Ve lo racconto un’altra volta.

Figa

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