Berlin Calling

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“Avrei dovuto cominciare a scrivere di questa mia avventura molto prima di adesso” mi ripeto sempre. Così come non la smetto di dirmi sottovoce che mi sarei dovuta trasferire molto prima a Berlino, che qui avrei trovato più velocemente la mia strada e quel senso di appartenenza che sembrava non potessi mai trovare altrove prima d’ora.

Magari avrei dovuto farlo nei primi anni duemila quando, poco prima di finire il mio corso in Pittura all’Accademia di Belle Arti, ero ancora una post punk in cerca d’autore, ed un mio caro amico si trasferì qui per il suo Erasmus universitario, invitandomi a seguirlo.

Ma per venire a Berlino avrei dovuto lasciare l’Accademia quando ero ad un passo dalla tesi e, per quanto poi il valore effettivo di quel Diploma nel tempo si è rivelato quasi nullo, a quel tempo non mi sentii in grado di prendere alcuna decisione riguardo ad una tale rinuncia preferendo proseguire per la strada già segnata.

Poi nella mia vita è arrivato in maniera del tutto inaspettata e trasversale il Festival Xplore nella sua edizione romana (la principale è a Berlino), festival sulla sessualità creativa e sul BDSM che ha rivoluzionato la prospettiva della mia visuale sulla vita che avrei potuto ancora vivere.

E ho sentito che il momento era adatto per fare il gran salto.

A questo link c’è tutta la storia raccontata durante un’intervista nata in collaborazione con la scrittrice italiana Melania Mieli

http://www.melaniamieli.com/berlin-calling/

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“Avrei dovuto farlo prima” ancora riecheggia nella mia mente, ma intanto l’ho fatto.

Così come ho deciso di cominciare a scrivere delle mie avventure a Berlino solo un anno dopo il mio arrivo.

Meglio tardi che mai?

Si, decisamente.

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Latex!

Ho di recente avuto modo di indossare una Latex Catsuit per un servizio fotografico, queste di seguito sono gli scatti scelti.

E devo dire che mi piacciono davvero molto!

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Kinbaku Croquis/Life Drawing

Qualche tempo fa ho partecipato ad una serata a casa di un amico durante la quale era stata organizzata una serata di disegno dal vero, i cui modelli erano due coppie che facevano Kinbaku.

Durante il disegno dei modelli, ovviamente quasi sempre in movimento, cercavamo tutti di “cogliere l’attimo”, di fermare un’idea, un momento, una vibrazione.

Questa è la mia versione.

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Artwork by me, Berlin 2018

 

Estemporanea

Ho alzato la gonna di una amica oggi.

Una lunga, larghissima gonna di jeans, con l’elastico in vita e le pieghe morbide che scendevano lungo i fianchi.

La lunghezza arrivava alle caviglie, quella lunghezza che lascia scoperti i malleoli e niente più.

Le ho alzato la gonna durante un innocente gioco con le corde, lei era sdraiata sul letto e le stavo mostrando, senza nessuna pretesa di maestria alcuna, come legare le caviglie ed appenderle al bordo superiore del letto a baldacchino.

Lei quella gonna, quando le ho sollevato le gambe, la teneva stretta tra i polpacci e le cosce, come se le due cose fossero un pezzo unico, ché quasi non riuscivo a passarci la corda in mezzo.

Appena ne ho scostato un lembo…ho intravisto qualcosa di speciale: indossava calze velate auto reggenti, nere.

Così sexy, così provocanti, che mai avrei pensato che sotto una gonna così anonima, a tratti goffa e poco attraente potesse nascondersi un tale tesoro.

Ho passato la mano in quella fessura appena creata tra il tessuto jeans e la pelle, facendo scorrere la corda, e la gonna è scivolata un po’ più giù.

E la parte superiore delle gambe, quella scoperta, quella appena sopra il pizzo auto reggente, è languidamente apparsa ai miei occhi; le gambe erano ancora chiuse e la forma gentilmente rotonda delle natiche appena accennata, ancora incorniciata dalle pieghe della gonna, si è fatta largo tra le onde create dal tessuto, invitante.

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Artwork by me

OH SHIT!

Si, letteralmente.

Cacca, merda, feci, pupù, escrementi, e gente che li adora a tal punto da rotolarcisi dentro, cospargerseli addosso, sniffarne gli effluvi.

Mangiarli.

Sappiate che siete ancora in tempo per fermarvi qui.

Volete invece continuare a leggere?

Il linguaggio sarà piuttosto esplicito e ricco in dettagli, poi però non dite che non vi avevo avvertito.

Perché pare chiaro che gran parte del genere umano sia disgustata dall’idea di approcciare, anche solo mentalmente, questo argomento, ma sembra invece che il mondo del BDSM accolga volentieri quello che accade tra gli amanti (e praticanti) del genere.

Personalmente ho un’idea che non rivelerò immediatamente, ma che svelerò, forse, andando avanti col racconto.

Il mio particolare rapporto ravvicinato col mondo delle feci è iniziato proprio immediatamente dopo il mio arrivo a Berlino.

E si è trattato di un rapporto davvero ravvicinato, se devo dire la verità.

Ho vissuto a lungo a casa di una mia amica che aveva avuto da circa un anno un bambino; io non ne ho di miei e mai prima di allora avevo avuto la possibilità di averne di così piccoli accanto.

Le davo una mano in casa, con la preparazione del cibo, con le pulizie e ovviamente con la gestione del nuovo arrivato, gestione che comprendeva, naturalmente, anche il cambio dei pannolini.

Sarò sincera, mi capitava spesso di trovarli pieni fino all’orlo (e oltre) di quei rifiuti organici liquidi, semi-liquidi e solidi che quel piccolo umano da poco arrivato su questa terra sembrava produrre in quantità industriali, forse deciso a dare il suo contributo all’ecosistema circostante cominciando ad elargire, da subito, una gran quantità di fertilizzante naturale.

Chi di voi è mai entrato in contatto con tale sostanza saprà benissimo di cosa parlo, vi sarà venuto in mente immediatamente il tipo di odore, la sua consistenza, nonché il colore e la texture.

Avrete anche in mente le schiene dei bambini cosparse di quella particolare pasta marroncina che trabocca quando il pannolino non ce la fa più a contenerla, risalendo impavida e noncurante su fin quasi al collo, mandando in malora body, magliettine, calzoncini e qualsiasi altra cosa quei piccoli umani stiano indossando.

Ma anche tappeti o lenzuola ove essi stiano giocando o riposando.

Già a questo punto, secondo me, saremmo ad un buon livello di esperienza hardcore, altro che BDSM.

Ma ammetto di essere andata oltre, e tra l’altro, mentre scrivo, sappiate che sto mangiando.

Comunque, per tornare alla storia che ho da raccontare, ad un certo punto della mia permanenza in questa città mi sono iscritta a Tinder (ho già pubblicato un articolo a proposito su questo blog, qui il link

https://xanandrablog.wordpress.com/2017/04/26/largo-ai-giovani-o-forse-no/)

In questo pezzo avevo fatto un resoconto di quello che era stato il mio primo approccio con i social media per incontri privati a Berlino; non avevo menzionato proprio tutti i personaggi che incontrai in quel periodo comunque,  ne avevo lasciato qualcuno da portare alla luce successivamente in previsione dei tempi futuri.

Questi, nella fattispecie.

Non ricordo bene il posizionamento temporale dell’arrivo di questo ragazzo nella mia vita; dalle immagini di presentazione su Tinder poteva sembrare, “a prima svista”, un tipo interessante, foto in bianco e nero, fisico curato, bei tatuaggi, c’era soltanto un piccolo particolare che mi turbava: lo sguardo.

Appariva leggermente assente, ecco, non aveva uno sguardo intenso, non  aveva uno sguardo turbato, nelle foto non c’era neanche una immagine dove guardasse in camera; sembrava invece sempre un tantino svanito, con un sorriso da Monna Lisa distratta stampato in faccia, ecco.

La nostra conversazione iniziale fu breve, ricordo che mi chiese, immediatamente dopo avermi mandato la foto rituale del suo cazzo (tra l’altro anche abbastanza grande), se fossi stata interessata ad una sessualità basata su pissing e scat.

Ovviamente risposi di no.

Ma a lui sembrava non importare poi più di tanto, visto che iniziò a mandarmi una collezione di foto e video auto prodotti nei quali il soggetto sembrava essere dapprima il suo deretano, poi la dilatazione del suo ano mentre si inclinava a novanta gradi e usava le sue mani per aprirsi le natiche, poi il suo fallo, spesso soltanto ciondolante.

A seguire cominciarono ad arrivarmi anche dei video amatoriali molto espliciti; in uno di loro questo ragazzo aveva posizionato il telefono affinché lo riprendesse mentre era nudo nella vasca da bagno e si pisciava addosso.

Si cagava successivamente in mano, alzando elegantemente una gamba e poggiandola sul bordo della vasca, regalando agli spettatori un’inquadratura focalizzata esattamente sull’uscita graduale dell’escremento.

In un altro si vedeva lui che si abbassava leggermente sul gabinetto (non poggiando le gambe, per intendersi ma solo protendendosi all’indietro col sedere) per poi lasciar cadere, con un leggero sforzo di pancia, un escremento giù nella toilette.

Ciliegina sulla torta…dito nell’ano finale per ulteriore stimolazione.

In un altro video, sempre ripreso nel suo bagno, aveva ancora indosso i jeans, e si pisciava addosso lasciando che il liquido si spandesse a macchia (di pipì mi verrebbe da dire) d’olio attraverso le trame del tessuto, rendendolo gradualmente più scuro laddove il pene stazionava, in questo caso era lateralmente, a destra.

In un paio di altri video, dopo essersi cagato in mano, il soggetto mostrava l’escremento alla fotocamera paragonandolo al suo cazzo.

Beh…devo ammettere che ero disgustata ma incuriosita da tale comportamento, per cui al tempo lasciai correre, collezionando una serie di “portraits” e video, come la merda, d’autore (più o meno).

Oggi non sarei così permissiva.

Tuttavia ho recentemente acconsentito a prendere parte ad una particolare sessione, comprendente giochi di toilette, alla quale sono stata invitata a partecipare da un’amica più grande e con più esperienza di me in questo mondo.

Il personaggio principale che ha animato il nostro colorito pomeriggio era un giovane ragazzo, già militare di professione, di ritorno a Berlino solo un paio di volte l’anno ed in cerca di qualche forte emozione con cui misurarsi, credo per superare un qualche limite personale.

Non mi soffermerò ora sulle mie digressioni e viaggi pindarici mentali da psicologia spiccia sul perché quel ragazzo volesse fare quella determinata esperienza, sono altri i particolari della storia che preferisco raccontare.

Comunque, quel giorno ci incontrammo in un posto completamente attrezzato per l’occasione, la mia amica, nel ruolo di “Mistress of Ceremonies”, aveva preparato tutto alla perfezione: aveva steso a terra, su di un materassino, un telo impermeabile, nero, aveva procurato una buona quantità di asciugamani e di rotoli di carta assorbente, acceso delle candele per dare un po’ d’atmosfera alla stanza e portato una toilette apposita con un poggiatesta interno in PVC nero dove adagiare la testa di colui che di lì a poco sarebbe diventato la nostra toilette umana.

Il programma quel giorno prevedeva la presenza di 4-5 donne, me compresa, che, a rotazione, avrebbero usato il giovane militare come toilette personale, mentre  per lui non era previsto altro che starsene lì a terra.

Io entrai per seconda, dopo che l’organizzatrice della sessione aveva introdotto il ragazzo nella stanza, lo aveva fatto accomodare disteso e lo aveva testato personalmente, assicurandosi che avesse veramente voluto procedere con l’esperienza.

Entrai aprendo lentamente la porta e l’odore delle candele era ancora l’odore predominante.

Luce bassa, quasi penombra, e disteso a terra c’era questo ragazzone, con indosso una maglia militare a maniche corte e nient’altro.

Capelli corti, aspetto curato, corpo decisamente non esile ed una semi erezione già in corso.

C’eravamo divise i compiti tra noi donne, c’era chi lo avrebbe usato come toilette per fare la pipì e chi lo avrebbe adoperato invece per liberarsi degli escrementi solidi.

Io mi ero resa disponibile per entrambe, ma la tabella di marcia prevedeva che il nostro ospite dovesse arrivare alle cose più hard in maniera graduale.

Per cui iniziai giusto girandogli un po’ attorno, la stanza era silenziosa e le scarpe col tacco che indossavo battevano il ritmo cadenzato dei miei passi sul pavimento.

Usai, come primo approccio, l’atto di mettermi, in piedi, a cavallo sopra la sua testa, gambe appena divaricate.

Un sussulto, un cambio di espressione sul suo viso mi dissero che avrei potuto giocare sul ritmo dell’attesa, del non dargli immediatamente quello che si aspettava.

Per cui non lasciai uscire nulla dal mio corpo, neanche una goccia di quel liquido dorato che quel dolce ragazzuolo avventuroso sembrava aspettasse con impazienza.

Lasciai passare qualche istante durante i quali mi presi il tempo necessario per guardarlo negli occhi, per scrutare la sua espressione (dovevo pur farmi un’idea di chi avessi davanti, o sotto in quel caso), poi mi spostai da quella posizione, andando a mettermi di lato alla sua testa piegando le ginocchia e andando a poggiare il mio (grande) culo sui tacchi, per poi sussurrargli qualcosa in prossimità dell’orecchio.

Qualcosa a proposito di quanto fosse interessante per me il suo desiderio, di quanto non vedessi l’ora di inondarlo di pioggia dorata e ricoprirlo di caviale (questi i termini coi quali vengono chiamati generalmente urina e feci durante una sessione del genere).

Sorrise, la mezza eccitazione che avevo notato immediatamente dopo il mio ingresso in quella stanza era ancora in corso, per cui pensai di dirigermi verso il suo cazzo e cominciare a rilasciare proprio lì i liquidi che trattenevo nella vescica da almeno mezzora dopo aver bevuto una abbondante quantità d’acqua.

Indossavo un vestito, nero ovviamente, lucido, molto aderente, di quel tessuto stretching sintetico i cui bordi, ad ogni piccolo movimento, non rimangono mai dove dovrebbero.

Nella parte posteriore, appena sopra l’osso sacro, partiva un inserto di pizzo nero fatto ad U che arrivava fino alle spalle, aprendo di fatto tutta la schiena a quel gioco di vedo-non vedo che spesso è alla base dell’immaginario sexy.

Si arrampicava sulle cosce quel tessuto stretching, non sarebbe mai rimasto della lunghezza “dichiarata”; in quella occasione, comunque, andava più che bene dal momento che tanto dovevo tirarmelo su quel vestito per pisciare addosso a quel militare, come se fossi stata in camporella e avessi avuto la necessità di trovare un cespuglio dietro il quale fare i miei bisogni.

Una volta arrivata sopra la zona dei suoi genitali bastò poco per far si che, aprendo le gambe, piegando leggermente le ginocchia e rilassando i muscoli interni, le prime gocce di pioggia dorata cominciassero a scendere proprio lì, sul cazzo semi eretto.

Poche gocce, sul serio, ma tanto bastò a far muovere immediatamente quel pene verso l’alto, e mi sentii invogliata a ripetere la procedura: ancora poche gocce lasciate scendere su quei genitali e la risposta, pronta, non si fece attendere.

Mi abbassai ancora un po’, piegando le ginocchia, e lasciai correre la pioggia dorata, la sentivo scendere come una cascata, la sentivo arrivare sulla pelle di quel ragazzo e ne vedevo gli effetti, sapevo che il calore di quel liquido e quella specie di tabù nel giocare con la pipì (aspettando per il resto) lo spingevano ad eccitarsi e a volerne di più.

La maglietta militare si bagnò, inevitabilmente, ma non aveva lo stesso effetto del tessuto stretching del mio vestito per il quale i bordi si alzavano lasciando scoperta più pelle del previsto; era rimasta invece vicina ai genitali, non avendola io, di proposito, scansata.

Divenne di un colore più intenso, mostrando chiaramente le macchie di pipì come i jeans di quel tipo che per primo, nel suo delirio, letteralmente merdoso, mi mostrava in uno dei video registrati nel suo bagno, mentre si pisciava addosso.

Lasciai andare il flusso, a volte trattenendomi leggermente per creare un ritmo, e per gustarmi la sua faccia e la reazione del suo cazzo, sempre eretto.

Mi fermai lì, non ero la sola a doverlo usare come toilette e preferii lasciare qualcosa per la seconda parte della sessione.

Uscii dalla stanza dicendogli che sarei tornata, e che una delle mie amiche stava per entrare al posto mio, per continuare la sessione.

Era previsto che giocassimo con lui per circa 3 ore, ed eravamo circa allo scoccare della prima.

Chiusi la porta alle mie spalle lasciandolo ancora lì, sdraiato.

Non era legato, nessuno lo stava, seppur consensualmente, forzando a fare quella cosa, se ne stava solo lì, sdraiato, inerme, pronto per essere usato.

Raggiunsi la stanza dove le altre amiche stavano aspettando per il loro turno, la prossima a farsi avanti sarebbe stata una ragazza che in realtà non conoscevo, con la quale, nel frattempo, iniziai a scambiare due parole a proposito della sua esperienza nel mondo del BDSM.

Mi disse che era alquanto nuova nella scena e che era la prima volta che si univa ad un gruppo per giochi di toilette.

Mi disse anche che sarebbe andata lei ora a visitare il marinaio e che, se volevo, potevamo andare assieme.

Risposi, ridacchiando con fare complice e malizioso, che si, sarebbe stato interessante; ci scambiammo un paio di occhiate di quelle che presagiscono un intesa su una missione comune, bevemmo un altro paio di bicchieri stracolmi di acqua e ci dirigemmo verso la stanza.

Aprimmo la porta e qualcosa nella scena era differente, lui era ancora lì, sdraiato, circondato da qualche asciugamano e con la maglietta ancora indosso, ma se l’era tirata un po’ su, lasciando scoperta la pancia, le mani ora erano incrociate e appoggiate sull’addome.

Bagnato, circondato da un laghetto di pipì nella quale sembrava sentirsi molto a suo agio, si gustava quei momenti differenti lontano dal mondo e al riparo da occhi indiscreti, come se fosse stata una profonda meditazione.

Ma non era tutto.

La donna che aveva organizzato l’incontro, evidentemente nel lasso di tempo nel quale io avevo lasciato la stanza, aveva predisposto un set differente: aveva portato sulla scena la pseudo toilette; la testa del ragazzo, ora, era stata infilata all’interno del corpo di quell’oggetto, sostenuta da un supporto in PVC che faceva in modo di trasformare il corpo del ricevente in un prolungamento del sanitario, facendone diventare la bocca direttamente il tubo di scarico.

Appena entrammo la mia nuova amica scambiò due parole di benvenuto col nostro ospite, mentre io tornavo a fare pipì sui suoi genitali; stavolta la feci anche sulle gambe e sui piedi, senza tralasciare ovviamente le ginocchia.

Poi vidi che, senza pensarci più di tanto, quella avventata ragazza si tirò giù gli slip e si mise a sedere sulla toilette, come in preda ad un’urgenza, come se fosse stata fuori casa ed avesse aspettato ore prima di trovare un bagno  dovendosi forzatamente trattenere e ora si stava beando di avere sotto il suo sacro sedere una comoda seduta per riportare le sue funzioni corporali ad uno stato di quiete.

E pochi istanti dopo era lì che defecava.

Direttamente nella bocca del ragazzo.

Ma anche sugli occhi, sul naso, sulla fronte.

Mi chiese immediatamente dopo, con aria angelica, di passarle un pezzo di carta igienica; glielo allungai mentre ancora stavo guardando la scena.

Era la prima volta che assistevo ad una cosa del genere, accaduta così, di soppiatto, in maniera quasi brutale.

E non è che non lo sapessi, ero lì apposta, ma vederlo accadere mi diede tutta un’altra sensazione.

Quando lei si alzò, dopo essere andata felicemente di corpo, mi affacciai al bordo della toilette: lui era lì con un’espressione che fatico a descrivere, con dei pezzi di feci ancora in bocca e qualcuno sulla fronte, che si sforzava di deglutire.

De gustibus, direi.

Ma fu uno shock anche per l’odore che si era levato nella stanza; incredibile come bastasse anche una piccola quantità di cacca per diffonderne il prepotente, acre, violento sentore.

Rimasi a guardare, immobile, assieme alla mia nuova amica della merda che si gustava la scena ridacchiando.

Rientrai nel ruolo, e scambiai un paio di battute con la mia partner su come quella toilette fosse altamente funzionale e sulla sua comodità, poi lei, notata una lieve difficoltà del ragazzo nel deglutire, si sedette di nuovo sulla toilette, per pisciare.

-“Magari un po’ di liquidi ti aiuteranno a deglutire”-, disse.

Non aveva tutti i torti.

Silenzio.

Soltanto qualche rumore di deglutizione e respiro un po’ affannato.

Lui sudava, freddo oserei dire.

Furono istanti lunghissimi quelli, durante i quali nulla potemmo fare se non stare a guardare, contemplando, con occhi discreti, un lato bizzarro della natura umana; poi gli ripulimmo la faccia dai pezzi rimasti e lo rassicurammo che era stato una toilette perfetta.

Lui sorrise, toccandosi i genitali.

Durante tutta l’operazione non è che si fosse così eccitato, gli stava tornando ora un po’ di vigore, ma noi non lo considerammo affatto; lo lasciammo  invece ancora lì, nella sua privata, delicata, particolare forma di meditazione a fare i conti col suo corpo e la sua mente, e quel glorioso cesso che aveva attorno alla testa.

Passò un’altra oretta prima che tornai di nuovo in quella stanza, nel frattempo almeno un altro paio di donne si erano avvicendate alla conduzione del gioco; io stavolta avevo portato con me un pezzo di dolce, comprato al supermercato poco prima che la sessione cominciasse, di quelli con le gocce di cioccolato, da usare come jolly per la mia personale sessione.

Devo dire che mi andoò bene quel giorno, di solito non sono molto regolare nell’andare di corpo, ma lì, al momento opportuno, il mio intestino mi fu fedele.

Confezionai quindi sul posto una bella fetta di dolce al doppio cioccolato, da porgere al nostro adorato ospite per fargli capire quanto era stato bene accetto nel nostro gruppo.

Lui non aveva più la testa nella toilette speciale, ma era ancora lì che giaceva a terra, bagnato, abbastanza maleodorante; il momento era adatto per un po’ di dolcezza e consolazione.

Mi avvicinai con calma, e gli porsi un pezzo di quel dolce.

Lui aprì la bocca, docilmente, prese tra i denti quella soffice mollica ripiena e la masticò, senza sforzo alcuno.

E un altro boccone ancora, poi mi fermò.

Mi congratulai con lui, ancora una volta aveva dimostrato di essere una toilette davvero in gamba e di essere al nostro servizio ogni qualvolta avessimo avuto bisogno della sua presenza.

Lasciai la stanza, il mio turno era finito, non spettava a me la parte della gratificazione sessuale, e di grazia, perché non credo che ce l’avrei fatta.

È stata comunque un’esperienza molto intensa, non mi sarei mai aspettata in vita mia non solo di assistere ma di prendere parte a qualcosa del genere.

Mi sono emozionata a tal punto che, ogni volta che mi metto a scriverne,  qui davanti al mio laptop, devo portarmi qualcosa da mangiare.

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Red is the color of Love

Una parte consistente del mio viaggio nel mondo del corpo e della sessualità qui a Berlino è confluita nel mondo della fotografia.

Un po’ per passione, un po’ per il gusto dell’esibizionista che è in me di mostrarsi sotto la luce dei riflettori, un po’ per gratificare un ego da sempre assetato di attenzioni e approvazione.

Lo ammetto.

E poi mi piace il colore rosso.

Photographer Andrea Parlati©

https://andreaparlati.com/

 

xana

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Con gli occhi del Bondage

C’era una volta…no, non mi sembra questo il modo migliore per iniziare questo capitolo.

Anche se la “me” di quando ho incontrato il Bondage per la prima volta ora sicuramente non c’è più, e quello di cui voglio parlare stavolta è ancora presente nella mia vita, spero per molto tempo a venire.

Voglio cominciare a raccontare di questa esperienza a partire da quando, in un preciso momento della mia vita, intorno ai 24-25 anni, ho dovuto affrontare la presa di coscienza di avere un corpo incapace di muoversi liberamente, appesantito, infelice di esistere.

La stasi emozionale, fisica ed energetica nella quale sentivo di stagnare fin dall’inizio dell’adolescenza portava il mio corpo e la mia mente a desiderare finalmente di rompere con forza quella gabbia, ma trovare la via adatta per uscire da quella sensazione di prigionia in quello che mi circondava era come dover trovare una via di fuga da un labirinto.

Ricordo, tanto per citarne alcuni, i vani e frustranti tentativi di mettermi a dieta, l’iscrizione alla squadra locale di pallavolo nella speranza di riuscire, tramite uno sport, a fare “del movimento” (progetto che naturalmente non andò a buon fine), la frequentazione di corsi in palestra durante i quali mi sentivo più un pesce fuor d’acqua che altro ed il progressivo incedere incontrollato della volontà di isolarmi sempre di più dal resto del mondo.

Tutto questo accadeva in un arco di tempo che andava dai 15-16 anni ai 24-25, durante il quale credo di aver sviluppato quel lato schivo ed introverso del mio carattere che, chi mi conosce di persona, ha saggiato attraverso i miei, talvolta inspiegabili, lunghi silenzi e quella buona dose di pessimismo che mai manca nelle mie visioni.

Fui fortunata tuttavia, perché più tardi, sulla mia strada, ebbi la possibilità di  approcciare degli strumenti fondamentali, per la mia “liberazione” quali lo Shiatsu e l’Aikido, che mi permisero di iniziare il processo di demolizione-ricostruzione della struttura fisico-emozionale-psichica (chiamiamola così).

Il processo di destrutturazione e ricostruzione fu lungo e doloroso, ricordo per esempio l’enorme difficoltà che trovai sin dall’inizio semplicemente nel piegare le gambe o sedere in maniera naturale a terra, senza contare il dolore persistente al ginocchio destro che mi portavo dietro dagli anni dell’adolescenza e la schiena oramai irrigidita a causa della quale stare in piedi per più di un quarto d’ora era motivo di fitte lancinanti in tutto il corpo.

Avevo preso a fumare ed avevo una capacità polmonare risicata e qualsiasi esercizio che fosse stato appena un po’ più aerobico mi dava immediatamente un senso di profondo soffocamento, non mi sentivo particolarmente portata ai contatti sociali e non avevo alcuna vita di relazione condivisa, né  sentimentale, né sessuale.

Iniziai a muovere in maniera differente la mia energia (non sto usando questa parola per descrivere alcuna entità astratta ed esoterica ma qualcosa di concreto appartenente al corpo) nel momento in cui incontrai lo Shiatsu, il quale, grazie alla sua particolare tecnica fatta di pressioni e stiramenti, mi diede la possibilità di riavviare alcuni processi rimasti inattivi o interrotti negli anni precedenti.

Ci vollero anni per invertire la tendenza, durante i quali alcune parti del mio corpo si “ruppero”, letteralmente.

Per esempio ebbi svariati incidenti durante la pratica dell’Aikido ma stranamente, realizzai in seguito, era come se fossero stati necessari affinché tutto il resto si sbloccasse.

Ad esempio ricordo perfettamente la sensazione delle due parti di quel  ginocchio destro mal funzionante, quella superiore e quella inferiore (si, quel ginocchio gonfio e dolente che non mi permise di camminare correttamente per una decina di anni per il quale nessun luminare della medicina sembrava trovare causa né rimedio) che, oserei dire finalmente, si separarono all’improvviso slittando l’una sopra l’altra per qualche secondo durante un Tenkan, appunto in una delle tante lezioni di Aikido, con un dolore subdolo e acuto rendendomi simultaneamente zoppa ed incapace di camminare autonomamente per circa 6 mesi a seguire.

Le mie gambe erano, e sono tuttora, grandi, larghe, ma al tempo di quell’incidente quella gamba raggiunse dimensioni spropositate, era difficile anche trovare qualcosa che potessi indossare.

Nonostante ciò non volli mai sottopormi ad alcuna operazione, sentivo che per me sarebbe stata come un’intrusione e che il mio corpo stava lavorando per elaborare e riallinearsi secondo le sue necessità.

Immaginavo che quell’articolazione si fosse “aperta” per lasciar andare un carico di stress e tensione in eccesso, qualcosa come una diga che si rompe sotto l’immane pressione di un fiume in piena per lasciar fluire la foga dell’acqua in corsa.

E così fu, in effetti, dopo mesi e mesi di travagli, difficili da esprimere ora a parole, man mano che il gonfiore esagerato si dissipava ed il dolore si assottigliava lentamente, cominciai a rendermi conto che stavo acquisendo la capacità di poter piegare finalmente le gambe.

Ma per favore, “don’t try this at home”, questa è stata la mia esperienza ed è frutto della mia scelta e del mio istinto, sappiate che per ognuno potrebbe funzionare in maniera differente ed avere altri tipi di conseguenze.

Tornai ovviamente sul tatami, e qualche tempo dopo fu la volta della spalla sinistra.

Un paio di anni dopo, durante l’esecuzione di una caduta in volo, atterrai violentemente battendo il ginocchio sinistro sul tatami, l’impatto fu fortissimo, e anche stavolta dovetti fermarmi per qualche mese vista l’impossibilità di camminare autonomamente.

Questo fu l’ultimo incidente che ebbi durante la pratica dell’Aikido, che accadde attorno ai miei 30 anni.

Ma a quel tempo il mio corpo era già cambiato, avevo smesso di fumare, avevo acquisito elasticità dei tessuti e delle articolazioni, non avevo la sensazione di soffocare dopo aver salito 10 scalini e potevo allacciarmi le scarpe stando seduta senza trattenere il fiato per arrivare a prendere i piedi in mano.

Ma qualcosa mancava ancora, sentivo che volevo mettermi ulteriormente alla prova, sentivo di avere ancora delle energie da spendere, da usare, da purificare, se mi si permette il termine, ed avevo imparato sulla mia pelle che il dolore ne brucia un sacco di energie, per cui mi sentivo attirata da qualche possibile pratica che mi avrebbe permesso di continuare nel processo, in maniera più controllata.

Cominciai ad interessarmi intuitivamente al Bondage, ma in maniera molto superficiale, pensai soltanto che la sensazione di costrizione data dalle corde e la loro pressione poteva essere quello che stavo cercando.

Mi informai sulle possibili persone da contattare per una sessione, scrissi qualche mail ma non trovai alcun riscontro effettivo, trovare un rigger nel centro Italia sembrava una possibilità remota ed il fantasma di essere comunque non adatta a quel tipo di pratica (vuoi per quello che pensavo a proposito del mio peso e della forma del mio corpo, vuoi per l’inesperienza che credevo essere un grande ostacolo) cominciò a farsi largo nelle mie fantasie, tanto che dopo un po’ lasciai perdere.

Ci volle ancora qualche anno prima che il destino mise sui miei passi l’incontro con quest’arte, che avvenne in maniera del tutto trasversale.

Fu durante un pomeriggio che stavo passando con il fidanzato che avevo allora nella sua camera a Pisa, eravamo a letto e gli dissi, in maniera del tutto naturale, se avesse mai potuto avere piacere nel cominciare a fare esperienza di Bondage con me.

Mi rispose che no, non era proprio il suo interesse principale, ma dopo qualche secondo mi disse anche di avere un caro amico a Roma che era (ed è tuttora) un insegnante, che aveva scritto anche un libro sul Bondage e che avrei potuto contattarlo per saperne di più.

Lo contattai in effetti, gli dissi che venivo dal mondo dello Shiatsu e dell’Aikido (entrambe discipline provenienti dal Giappone come anche una consistente parte del Bondage, meglio descritta come Shibari o Kinbaku) e che avrei avuto interesse nell’incontrarlo per una sessione.

Offrii in cambio una seduta di Shiatsu.

Lui si rivelò molto cordiale e bendisposto e mi invitò nella sua casa romana per l’incontro.

Era una mattina afosa di Agosto quando partii da Orvieto con una grande borsa contenente il mio futon per andare a raggiungerlo e né l’afa, né la prospettiva di portarmi dietro in treno e sui mezzi pubblici della capitale (talvolta l’esperienza può essere traumatica) quel bagaglio potevano minimamente scalfire la volontà di approcciare finalmente le corde.

Chissà come avrei reagito? Che cosa potevo aspettarmi? Avrei pianto? Mi sarebbero rimasti i segni? Sarei andata in estasi?

Fu arduo arrivare a quell’appartamento, un po’ per il caldo eccessivo (Roma in una mattina d’Agosto può essere difficile da affrontare) e un po’ perché ad un certo punto mi persi tra i vari autobus che dovevo prendere.

Arrivai comunque in zona, ricordo che scesi dall’autobus in una piazza con un grande incrocio stradale e che dovetti camminare ancora un po’ prima di trovare la via dell’appartamento, situato ad un piano X (non ricordo esattamente…quarto forse?) di una lunga palazzina di forma rettangolare.

Suonai il campanello, e dal citofono mi rispose una voce che mi invitò a salire al X piano.

Entrai, l’interno del palazzo era piuttosto scuro e dovetti salire una prima rampa di scale per arrivare all’ascensore.

Le scale continuavano poi per la loro strada, ricordo che mi colpì il grande corrimano di legno che le contornava, potrebbe esserci stato anche del marmo verde da qualche parte, forse alle pareti, forse nel pavimento, o forse era un’allucinazione da insolazione e calura presa poco prima per le strade della città.

Mi diressi verso l’ascensore, fui fortunata in realtà, avrei potuto dover farmela a piedi.

Ma quello era un ascensore con una cabina piccola e stretta, con la porta di legno e vetro ed il borsone con dentro il futon, per la porta, proprio non ci passava benissimo.

Dovetti affrontare un paio di manovre per entrare ed altrettante per uscirne, non oso immaginare come sarebbe stato se ci fosse stata un’altra persona con me.

Quando arrivai a destinazione Davide (questo il suo nome, meglio conosciuto come Maestro BD) era l’i ad aprirmi la porta, invitandomi ad entrare.

Mi fece accomodare immediatamente in una piccola stanza-dungeon, con una struttura di tubi innocenti per le sospensioni, un piccolo sofà, un armadio dal quale spuntavano alcuni strumenti di tortura (come floggers, paddles per spanking) e di lì a poco cominciammo la sessione.

Avevo indosso i pantaloni bianchi del Keikogi ed una maglia a maniche corte bianca e nera, ricordo che venni legata con sapienza da una harness nella parte superiore del mio corpo e che Davide mi chiese, dopo poco, se avessi voluto provare la sospensione.

Dissi di si, la sensazione che le corde esercitavano sul mio corpo si era fatta già interessante, il respiro era diverso, sentivo che la cassa toracica non si espandeva poi più di tanto e che la pressione esercitata mi dava il senso di confine, di contenimento, mi dava la posizione del limite del mio corpo nello spazio.

Ma ero ancora in piedi, soltanto il torace era già stato predisposto per la sospensione tramite l’aggancio di alcune corde fatte passare in alto sulla struttura di tubi innocenti ma lasciate ancora lente.

La prima sospensione parziale avvenne quando Davide sollevò una delle mie gambe fissandola in alto, all’altezza del bacino più o meno, invitandomi a lasciarmi “cadere” (spostare il baricentro sarebbe più esatto) da un lato.

Lo feci e fu incredibile sentire il mio corpo lottare, mi trovai ad oscillare per mantenere l’equilibrio ma le corde, ad ogni più piccolo movimento, infliggevano una discreta quantità di colore che rendeva i tentativi ardui e maldestri.

Quella posizione forzata metteva in discussione tutte le regole alle quali il mio corpo era abituato a sottostare fino ad allora, e la ridotta capacità di movimento e di respiro rendevano l’esperienza davvero particolare.

Rimasi in bilico in punta di piede per qualche minuto, cercai di far trovare al corpo il modo di accettare la inevitabile scomodità e di respirare nel frattempo, quando mi venne chiesto se fossi pronta a far si che anche l’altra gamba venisse sollevata.

Risposi di si, magari un cambio di posizione avrebbe potuto ristabilire un nuovo ordine ed un nuovo equilibrio.

Credo che rimasi in sospensione totale non più di due-tre minuti, dopodiché fu insopportabile per me resistere ed accettare tutto l’insieme delle cose, e chiesi di essere riportata a terra e slegata.

Prima un piede, poi l’altro, poi il resto.

Toccare di nuovo terra fu un’emozione profonda, ma la sensazione che è rimasta letteralmente stampata nella mia memoria (mentale, fisica, cellulare, quello che vi pare) è stata quella di sentire come la cassa toracica tornava ad espandersi dopo che le corde ne erano state allontanate e l’ampiezza che può raggiungere un respiro.

Credo che sia stato come rivivere l’esperienza del primo respiro di quando si viene al mondo misto ad un grande senso di liberazione, se fino a qualche minuto prima stavo “volando” in sospensione sostenuta dalle corde, in quel  secondo momento durante lo scioglimento dei nodi mi dava la sensazione di volare di nuovo, stavolta per la leggerezza che percepivo nel mio corpo.

Rimasi in quello stato ancora per un po’, scambiai il favore ricambiando l’esperienza con una seduta di Shiatsu, poi ripresi la mia grande borsa del Futon, tornai a cercare di farla entrare di nuovo nella porta dell’ascensore per scendere a piano terra, e me ne tornai in stazione, per prendere il treno e tornare a casa.

Da quel giorno le cose non sono mai state più le stesse.

C’è comunque voluto del tempo prima che potessi approcciare nuovamente le corde, ma tornai a Roma qualche mese dopo per il mio primo workshop di Bondage, sempre con Davide, e andai successivamente a Bologna per un workshop con un altro insegnante.

Ma la pratica era il vero ostacolo, era veramente difficile trovare persone interessate a condividere questa esperienza tra gli abitanti (del villaggio mi verrebbe da dire) del mio paese di origine.

Nonostante tutto una mia amica, Martina, proveniente dal mondo della danza e del teatro ed interessata al mondo delle arti performative, mi disse di essere disponibile per alcune sessioni di pratica.

Ci vedemmo alcune volte nella sua camera e fu un’esperienza davvero creativa ed emozionante, devo aver conservato delle foto da qualche parte, spero non siano andate perdute nella memoria di qualche vecchio telefono.

Ricordo per esempio una sessione durante la quale le legai i piedi, o una in cui sperimentai la torsione laterale del suo corpo disteso sul letto.

Al tempo le nozioni tecniche che avevo erano davvero basilari (non che ora io sia al top della conoscenza, anzi), e si andava molto di improvvisazione.

Ma più la modella (o il modello, fate voi) è ricettiva ed aperta agli stimoli, maggiore è la possibilità di creare un dialogo attraverso la tessitura, letterale, di una trama attorno al corpo.

Ma non solo attorno, perché l’esperienza del Bondage, a mio avviso, arriva  ben oltre la barriera fisica.

E lei lo era ricettiva, eccome, e tessemmo assieme trame su trame di figure contorte, avvinghiate e a tratti ansimanti, ed io vedevo formarsi nella mia mente, attraverso quello che stavamo creando, le visioni di angeli caduti e tormentati in cerca delle loro ali per far ritorno a casa, e sirene con la coda intrecciata alle reti da pesca che tentavano di liberarsi per riacquistare la libertà, o un volo di farfalle pronto a sorvolare un campo di fiori durante una tempesta di vento.

Fu un inizio stupendo, a cui seguì inevitabilmente un periodo di pausa dovuto agli impegni che la vita di ognuna stava riservando.

Personalmente ho poi dovuto attendere di arrivare a Berlino per proseguire con lo studio e la pratica, ma questa città si è rivelata immediatamente ricca di opportunità e di possibilità di crescita.

Ho iniziato a frequentare tutti i workshop che ho potuto, le lezioni speciali, gli incontri domenicali a casa di amici con la stessa passione, e questo ha attirato sempre più belle persone nella mia vita, persone aperte, con una visione a riguardo della sessualità multisfaccettata ma mai indignata, mai ritrosa né bigotta, piuttosto orientata alla sperimentazione ed alla condivisione.

Il momento massimo raggiunto finora nella mia esperienza con il Bondage (o Shibari, o Kinbaku, tanto ognuno poi lo chiama come gli pare ma alla fine sembra che ci capiamo lo stesso) è però stato durante le Bondage Jams al Darkside, luogo  per me a tratti onirico dove ogni martedì sera, per qualche mese fino a poco prima dello scorso Natale, si svolgevano degli incontri di pratica, liberi, dove ognuno poteva legare o farsi legare utilizzando gli spazi del locale.

E lì ho incontrato altri angeli in cerca delle loro ali, altre sirene bramose di libertà ma anche agnelli sacrificali desiderosi solo di lasciar uscire le loro grida di sofferenza attraverso quelle corde e la loro pressione sulla pelle, spesso nuda.

Queste che seguono sono le parole di Kaori, una donna giapponese che ho incontrato lì e con la quale ho condiviso molte sessioni, dopo il nostro primo incontro:

“Yesterday, I went to the jam and I was tied up by a woman for the first time.

It was very nice and new for me.

Very soft, warm, gentle, delicate….

I was healed.

And when she gave me pain, she was ruthless.

To my surprise, I was aroused.

It was different from when I am with man.

More quiet, calm, secure, and long.

It was like the sound of the waves.

Very special experience.

Thank you very much A.”.

(Ieri sono andata alla jam e sono stata legata per la prima volta da una donna.

È stato molto bello e nuovo per me.

Molto soft, caldo, gentile, delicato…

Mi sono sentita guarita.

E quando lei mi ha fatto provare dolore, è stata spietata.

Mi sono ritrovata a sorpresa eccitata.

È stato differente da quando sono con un uomo.

Più tranquillo, calmo, sicuro e più a lungo.

È stato come il suono delle onde.

Un’esperienza molto speciale.

Grazie infinite A.)

“Il suono delle onde”.

Head red ropes tagliata