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Berlin Calling

“Avrei dovuto cominciare a scrivere di questa mia avventura molto prima di adesso” mi ripeto sempre. Così come non la smetto di dirmi sottovoce che mi sarei dovuta trasferire molto prima a Berlino, che qui avrei trovato più velocemente la mia strada e quel senso di appartenenza che sembrava non potessi mai trovare altrove prima d’ora.

Magari avrei dovuto farlo nei primi anni duemila quando, poco prima di finire il mio corso in Pittura all’Accademia di Belle Arti ero ancora una post punk in cerca d’autore, ed un mio caro amico si trasferì qui per il suo Erasmus universitario invitandomi a seguirlo.

Ma per venire a Berlino avrei dovuto lasciare l’Accademia quando ero ad un passo dalla tesi e per quanto poi il valore effettivo di quel Diploma nel tempo si è rivelato quasi nullo a quel tempo non mi sentii in grado di prendere alcuna decisione riguardo ad una tale rinuncia preferendo proseguire per la strada già segnata.

Poi nella mia vita è arrivato in maniera del tutto inaspettata e trasversale il Festival Xplore nella sua edizione romana (la principale è a Berlino), festival sulla sessualità creativa e sul BDSM che ha rivoluzionato la prospettiva della mia visuale sulla vita che avrei potuto ancora vivere.

E ho sentito che il momento era adatto per fare il gran salto.

A questo link c’è tutta la storia raccontata durante un’intervista nata in collaborazione con la scrittrice italiana Melania Mieli

http://www.melaniamieli.com/berlin-calling/

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“Avrei dovuto farlo prima” ancora riecheggia nella mia mente, ma intanto l’ho fatto.

Così come ho deciso di cominciare a scrivere delle mie avventure a Berlino solo un anno dopo il mio arrivo.

Meglio tardi che mai?

Si, decisamente.

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Il mio primo masochista

Sono nata e cresciuta, almeno per la prima parte della mia vita, in un paese della provincia italiana.

Centro Italia per la precisione, dove la forte influenza storica e culturale della religione cristiana ha plasmato nei secoli le menti, i corpi e le usanze degli abitanti, l’architettura, insinuandosi anche nei comportamenti e nelle abitudini di generazioni e generazioni di stanziali.

Se qualcuno di voi ha mai visitato Orvieto, la mia città natale appunto, si sarà reso conto, per esempio, della innegabile maestosità del Duomo rispetto alle insignificanti casupole costruitevi attorno, così basse e modeste da far spiccare la sagoma della cattedrale immediatamente verso il cielo e da far sentire noi esseri umani così piccoli come neanche una formica al cospetto di un elefante potrebbe mai sentirsi.

Difficile avere ma soprattutto ammettere di avere pensieri e desideri sconci e sessualmente perversi quando si cresce circondati da cotanta innata ed endemica repressione, così, almeno per la prima parte della mia vita, ho seppellito i miei desideri sotto una spessa coltre di comportamenti e credenze rivestite di inadeguatezza e goffaggine.

Accadde poi che, dopo anni e anni di duro lavoro su me stessa (non ancora finito) ed un lungo pellegrinaggio fatto di continui spostamenti da un posto all’altro alla ricerca della terra ideale dove trovare il nutrimento adatto per la mia crescita, io mi sia sentita autorizzata a sperimentare qualcosa in più delle semplici frustrazioni che avevo vissuto fino ad allora, scoprendo che esiste un mondo dove tutto questo non è proibito, anzi, può essere un ottimo veicolo di realizzazione personale.

Ciò non significa che attualmente, nel profondo, io sia completamente libera da blocchi o paure o reminiscenze di quella prima parte di vita vissuta prigioniera della vergogna e del senso di colpa, lascio solo che tutto ciò non fermi la mia voglia di sperimentare e mettermi in gioco.

Fu così che, dopo qualche mese dal mio arrivo a Berlino, tra le tante esperienze che avevo avuto già la fortuna di fare, accettai anche l’invito ad uscire da parte di un uomo che avevo conosciuto poco tempo prima durante un workshop di Bondage, il quale si dichiarava apertamente “masochista”.

Nella mia mente cresciuta a pane e provincialità non avevo una chiarissima  idea di come ci si comportasse in presenza di un (presunto) vero masochista visto che non ne avevo mai incontrato uno che si dichiarasse tale, l’unico appiglio certo al quale potermi aggrappare per cominciare a scrivere un altro capitolo della mia storia all’interno di questo mondo e passare una serata che avesse senso per entrambi era che i masochisti amano il dolore.

Il che, se la cosa mi fosse piaciuta (e ne ero quasi del tutto certa) avrebbe fatto di me probabilmente una sadica.

Ma naturalmente la teoria era ancora tutta da verificare.

L’invito in questione era per un party che si sarebbe svolto in uno dei locali BDSM della città, il Darkside, che a quel tempo non avevo ancora visitato.

Arrivai al locale nelle prime ore della sera, i locali BDSM a Berlino hanno degli orari di apertura che non vanno quasi mai oltre le 21:00.

Per poter accedere al locale bisognava oltrepassare una prima porta di metallo, sormontata da un archetto in mattoncini, accanto ad un grande e alto cancello sprangato che si trovava alla fine di un vicolo cieco in uno dei quartieri più famosi di Berlino, Kreuzberg.

Quella porta era sorvegliata da un guardiano in carne ed ossa il cui compito, credo piuttosto ingrato, era quello di rimanere in piedi fuori dal cancello e selezionare per tutta la sera la clientela. Se la sua decisione era favorevole significava che eri un cliente in linea con la tipologia di persone accettate nel locale, quindi quella porta ti si sarebbe servizievolmente aperta davanti ad opera delle sue grandi mani e ti si sarebbe anche gentilmente fatto notare, a parole, di fare attenzione allo scalino rialzato quasi totalmente in ombra celato diabolicamente appena dietro, scalino realizzato con gli stessi mattoncini dell’arco che contornava la parte alta di quella porta di metallo.

Dopo essere arrivata nei pressi di quella prima soglia, guardandomi attentamente attorno per capire dove quel vicolo cieco dove non ero mai stata prima mi avrebbe portata, capii di essere arrivata nel luogo prefissato proprio al momento che inquadrai quella figura maschile nella penombra, che sembrava passare già da lontano al vaglio la mia figura mentre si spostava in linea con la traiettoria dei miei passi, ancora incerti, per potermi studiare meglio.

Dopo il buonasera, lanciato nell’aria preventivamente dalla sottoscritta in inglese  mentre mi avvicinavo, scambiammo immediatamente alcune parole generiche e di rito a proposito del più e del meno e di come la pioggia arrivasse sempre all’improvviso in quella città, spesso e volentieri sorprendendoti senza ombrello e, soprattutto d’estate, con le scarpe aperte.

Mi sembrò subito chiaro che non avrei avuto grandi problemi ad entrare, difatti poco dopo quella porta di metallo mi venne gentilmente aperta accompagnando il gesto con gli auguri per una buona serata ed una buona permanenza nel locale.

Entrai nella penombra facendo attenzione che quel gradino fantasma poco prima annunciato non avesse la meglio sui miei passi.

Quella porta si apriva su di un cortile interno racchiuso tra tre palazzi ed un muro di cinta abbastanza grande da contenere una decina di macchine.

La prima cosa che mi saltò agli occhi subito dopo entrata fu il cono di luce generato da un unico lampione che, almeno durante quelle ore notturne, cercava di dare una vaga visibilità al cortile mettendo in risalto anche alcune finestre di un paio di uffici situati al primo e al secondo piano dell’edificio  di fronte all’ingresso.

In fondo al cortile a sinistra, blandamente illuminata da una luce fioca sui toni del giallo scuro che ricordava vagamente la luce emessa da una lanterna, un’altra piccola porta al piano terra sembrava essere esattamente la destinazione verso la quale ero diretta.

Ci arrivai a piccoli passi guardandomi attorno, tenendo stretta in mano la borsa di pelle rossa che mi ero portata dietro contenente alcuni attrezzi che  pianificavo di usare durante la serata e facendo attenzione ad evitare alcune pozzanghere rimaste lì dall’ultimo acquazzone.

Arrivai in breve tempo dinnanzi alla porta, alla sua destra solo un campanello con il nome del locale, scritto neanche troppo grande a caratteri gotici su uno sfondo bianco, la serratura chiusa a chiave ed una telecamera in bella vista sopra il campanello, un occhio meccanico grande come un pugno con la pupilla dilatata messo lì a fare da secondo tramite per ottenere il lasciapassare definitivo.

Suonai, e dovetti aspettare un paio di minuti buoni prima che il rumore dell’apertura a distanza della serratura segnalasse che evidentemente avevo  finalmente conquistato l’accesso al locale.

Sarà stato per via della borsa di pelle rossa piena di attrezzi per torture che portavo in mano, che ricordava quella del dottore, o più verosimilmente per la mia faccia dichiaratamente velata di quell’espressione famelica di chi sta per assaggiare e cibarsi di qualcosa di veramente gustoso e succulento per la prima volta, con la sensazione di volerne già in quello stesso momento ancora di più.

Appena aperta la porta una scala di legno affiancata da un corrimano intarsiato in maniera decisamente barocca e la carta da parati color porpora mi invitavano a scendere al piano interrato.

Gli scalini di legno scuro erano ricoperti da un tappeto rosso, fissato con una lamina dorata ai margini, che seguiva il discendere di ogni gradino finché la scalinata non voltava verso destra, per scomparire dietro un angolo, segno evidente che bisognava scendere ancora.

Chiusi la porta alle mie spalle, per fortuna (o no, visto che avrebbero potuto dare un’aria più slanciata alla mia figura) non indossavo scarpe col tacco, le mie ginocchia non me lo avrebbero mai permesso, si sarebbero rifiutate di fare anche solo un passo in avanti con qualcosa che ahimè sentivano come innaturale e mi avrebbero fatto passare tutta la serata seduta in un angolo nella più totale tristezza, e scesi le scale.

Una volta arrivata al piano interrato mi trovai davanti ad una tenda di tessuto pesante nera, scostata la quale arrivai finalmente al piccolo ingresso.

Il banco della reception aveva una forma stondata, era fatto anch’esso di legno scuro impreziosito da uno strato esterno di pelle nera e segnava un avamposto al quale bisognava naturalmente fermarsi, pagare il biglietto di ingresso, lasciare i cappotti e ricevere in cambio una tessera magnetica nero satinato con un numero a tre cifre sovra scritto in rosso lucido.

Venni invitata a cambiarmi d’abito nello spogliatoio, al quale si accedeva tramite una porta di legno scuro situata appena davanti al bancone della reception che si apriva su una stanza neanche tanto piccola, con una parete completamente occupata da dagli armadietti per lasciare eventualmente in sicurezza i propri oggetti di valore.

Alla parete opposta c’erano anche alcuni attaccapanni non custoditi sotto i quali ci si poteva sedere su delle panche di legno, magari per togliersi le scarpe, ed un grande specchio rettangolare, lungo quanto tutta la parete di fondo, appeso sopra un tavolo di legno davanti al quale era stata messa una sedia-poltrona in pelle nera, dava insistentemente l’idea di essere in un camerino teatrale.

Anche le luci provenienti dalla parte superiore e direzionate verso il basso, perennemente concentrate su chiunque si fosse seduto su quella sedia-poltrona, davano l’idea che qualcuno di importante si sedesse di solito lì, mancavano solo una decina di parrucche, una quantità innumerevole di oggetti per make up e i boa di piume di struzzo da spargere tutto attorno.

Una carta da parati a righe verticali panna e bordeaux rifiniva la ricercatezza dell’ambiente e non c’erano molte cose lasciate lì, segno evidente che era davvero molto presto ed il locale era ancora scevro di clienti.

Mi cambiai, avevo portato con me una gonna lunga in stile vittoriano, nera naturalmente, sopra la quale indossavo soltanto un body nero con lo scollo a balcone e le rifiniture di pizzo.

Una collana di perle (finte ovviamente) faceva almeno apparentemente la sua figura circondando il mio collo e non mancava, come al solito, il rossetto rosso sangue alle mie labbra.

Lasciai i capelli sciolti sulle spalle, diedi una occhiata alla mia figura riflessa in quel lungo specchio teatrale appeso alla parete di fondo e con la borsa degli attrezzi in mano uscii con passo deciso dalla porta del camerino (lapsus, era uno spogliatoio).

Una volta fuori mi sentii immediatamente diversa, lo capii dal ritmo dei miei passi, da come i piedi poggiavano sul pavimento, dalla schiena decisamente più arcuata, da come tenevo la borsa in mano e dall’espressione con la quale  guardavo chiunque incontrassi sulla mia via.

Mi diressi verso la sala principale, adornata da tavolini bassi e rotondi e poltroncine in pelle nera, pareti e soffitto costruite a mattoncini rossastri e luci morbide e calde. 

Appena entrata la mia vista venne catturata da un paio di specchi, slittando poi su un numero considerevole di quadri con fotografie minimali di corpi legati in pose sicuramente poco confortevoli ma deliziosamente artistiche.

In fondo alla sala una gabbia di metallo rigorosamente nero rifiniva la ricercatezza stilistica sotto un paio di lampade a luce rossastra che ne ombreggiavano la sagoma a tratti inquietante.

Già dall’ingresso era possibile intravedere un paio di salette laterali, senza porte, verso le quali mi diressi con passo lento e cadenzato, neanche stessi sfilando per il Corpus Domini (processione religiosa, ma non solo, che si tiene una volta l’anno ad Orvieto, la mia città natale di cui sopra) attraversando la sala principale.

Le salette erano tre, una, situata in fondo, fece la sua apparizione ai miei occhi soltanto una volta arrivata molto vicina.

Al suo interno c’era una croce di S:Andrea alla parete ed una sedia ginecologica, in pelle nera ovviamente, ancora in attesa di qualche vittima da inforcare tra le sue fauci.

Passai rapidamente ad esplorare le altre nicchie, al loro interno una gogna, una gabbia pendente, catene appese ai muri, e appliques fissate poco sopra l’altezza degli occhi che emanavano quella luce soffusa e calda che richiamava, assieme ai mattoncini rossastri i vicoli poco illuminati di una cittadina medievale.

In tutto questo il bancone del bar era discostato dalla sala vera e propria, una colonna con due sgabelli attorno divideva idealmente i due spazi.

In una vetrina rettangolare in un angolo del bar erano esposti almeno 3-4 dildi di varie dimensioni, alcuni plug anali, pinze metalliche per capezzoli, un paio di fruste raggomitolate come serpenti ed un collare interamente realizzato in metallo, acciaio probabilmente.

Un paio di baristi in camicia nera e pantaloni attillati poggiavano le loro schiene alla parete di fondo, davanti alla non esageratamente grande quantità di bottiglie messe in fila su scaffali di vetro, braccia conserte, in attesa che qualche gola profonda e secca s’avventurasse tra le righe del libretto del menù per ordinare loro di servirgli da bere.

Quella sala non era l’unico spazio offerto dal locale, c’era in realtà un’altra porta che avevo notato subito dopo il mio arrivo, una porta socchiusa accanto alla porta dello spogliatoio dalla quale si intravedeva un ulteriore spazio da poter esplorare.

Mi diressi verso quella zona, aprii lentamente la porta, e scoprii che v’erano ben più di una sola sala, ognuna comunicante in qualche modo con quella successiva, luci basse, pareti a mattoncini, tanti e diversi strumenti di tortura.

In una sala laterale era imposto il divieto di parola, con un cartello alquanto  eloquente appeso all’ingresso.

Entrai, pochi silenziosi passi attorno, quando abbassando lo sguardo scoprii  una gabbia “interrata” nel pavimento, angusta, poco profonda e con solo una minuscola feritoia verso l’alto.

Uscii in punta di piedi trattenendo il fiato, continuando la mia esplorazione.

Un’altra sala abbastanza grande con un piccolo salotto arrangiato davanti ad un caminetto finto e varie panche per sculacciamenti vari faceva da intermediario con l’ultima e forse più suggestiva parte del locale, le “segrete”, una serie di piccole celle in stile medievale alle quali si accedeva da una porta-cancello proprio in fondo a quella sala.

Lì dentro la luce veniva quasi meno, si trattava di un breve corridoio strozzato alla fine da una grande porta di legno lungo il quale una serie di 5-6 anguste celle si apriva nella parete di sinistra.

Ognuna aveva qualcosa di diverso, dove una panca, dove delle catene, dove un gancio o un piccolo materasso sospeso.

Ero ferma, in piedi di fronte ad una delle piccole celle ancora vuote ed avevo le visioni, mi sembrava di sentire tutte le grida calde, sudate, sofferte che quelle mura potevano aver assorbito, delle quali potevano essersi cibate, immaginavo tutte quelle persone che per scelta avevano pagato un biglietto di ingresso per poter soffrire e gemere, urlare e infine (ma non era del tutto scontato) accoppiarsi più o meno selvaggiamente.

Anche se in passato il dolore (non ricercato attivamente) era stato parte attiva della mia esistenza ed ero nel mondo del BDSM già da un po’ mi domandavo (e mi domando ancora) cosa spingesse le persone a ricercare quella sofferenza, quella messa alla prova, cosa c’era nelle storie personali che si celavano dietro a tutto questo, se tutti quelli che si inabissavano in un’esperienza del genere erano davvero coscienti riguardo quello a cui si  stavano sottoponendo oppure no, o se in tanti erano lì ciechi e sordi alla ricerca di qualcosa che non sapessero cosa fosse solo per sentirsi parte di qualcosa, per sentirsi vivi, per sentire il sangue pulsare nelle vene e la spina dorsale ribollire almeno una volta nella vita.

Me lo domandavo anche perché stavolta c’ero io dall’altra parte, dalla parte di chi il dolore lo avrebbe evocato, creato, messo a disposizione per chi ne avesse fatto richiesta.

E sentivo anche il carico di tutta la responsabilità che ne sarebbe derivata.

Fu quando tornai dall’esplorazione della seconda parte del locale che incontrai il mio partner appena arrivato, ancora alle reception, assieme a degli amici, tutti volti che riconobbi perché già visti a qualche party ma mai conosciuti di persona.

Quell’uomo mi venne incontro ancora con cappello e soprabito indosso, che dopo un caloroso saluto lasciò finalmente al guardaroba, invitandomi alla sua personale presentazione del locale.

Facemmo un giro assieme durante il quale mi mostrò ogni angolo di quel posto, non mi disse nulla del ritardo accumulato col quale si era presentato ma neanche io proferii parola, volevo tenermi quel primo strato di risentimento come incentivo per quando saremmo passati alla parte effettiva del nostro incontro.

Mi illustrò minuziosamente ogni parte del locale, dimostrando di conoscerlo piuttosto bene, sembrava essere un cliente abituale.

Finimmo il tour dirigendoci verso il bar, dove i suoi amici avevano già trovato posto a sedere in uno dei tavoli rotondi circondati da poltroncine di pelle nera, proprio sotto ad uno degli archi a mattoncini rossi.

Ci presentammo immediatamente e con alcuni fu impossibile non dire “c’eravamo già visti”, cosa che sembrò a tutti un’ottima maniera di rompere il ghiaccio.

Ordinammo da bere ed iniziammo i nostro primo gioco da lì, sotto gli occhi di tutti, mentre i nostri calici di vino stavano arrivando al tavolo.

Vietai immediatamente al mio partner di sedersi con noi, gli fu concesso soltanto di rimanere in ginocchio accanto a me, non prima di essersi tolto i vestiti di dosso, rimanendo con un perizoma nero a testa bassa lì, sul pavimento, mostrando già qualche segno di sofferenza alle ginocchia.

Mi feci consegnare i mazzo delle chiavi che teneva appese ai pantaloni, mi disse immediatamente che aveva sempre paura di perderle da qualche parte, per queso le teneva lì assicurate da un moschettone. Per me fu come se mi fossi fatta consegnare un qualche piccolo controllo su una sua paura. Misi sprezzante le chiavi sul tavolo, in bella vista tra i bicchieri di vino rosso e cominciai a tirare fuori i miei strumenti.

La prima cosa che presi dalla magica borsa di me in versione Mary Poppins sadica furono le pinze per capezzoli, rotonde, dentate, con una rotella che ne regolava la pressione ed una catenella che le teneva unite.

Ci misi poco a piantarle nei grandi capezzoli maschili di quell’uomo, la reazione fu immediata, dalla sua posizione in ginocchio il mio partner si contorse lateralmente in un mezzo grido di dolore.

Non potei fare a meno di notare quanta vitalità ci possa essere in una spirale ascendente di vibrante calore, quella sensazione che ci ricorda, nel mezzo del torpore della fluente noia quotidiana, che siamo ancora vivi.

Presi il mazzo delle chiavi poggiato poco prima sul tavolo, lo feci tintinnare vicino alle orecchie di quel corpo nudo inginocchiato su un freddo pavimento ancora in torsione per il dolore, arrivato probabilmente nelle parti più recondite del sistema nervoso, e cominciai a graffiargli la schiena, il collo, l’interno delle braccia, finché non lasciai ciondolare quel mazzo di chiavi appendendolo alla catenella che teneva assieme le due pinze dentate per capezzoli, ovviamente ancora saldamente ancorate a quei due insolitamente grossi pezzi di carne.

Era la prima volta che ci incontravamo, eravamo assieme da neanche un’ora e quell’uomo stava già iniziando a lacrimare.

I nostri compagni di tavolo erano intenti ad osservare incuriositi quanto stava accadendo mentre sorbivano lentamente il vino dai loro bicchieri, conversammo piacevolmente mentre stavo regalando quella splendida agonia al mio partner e trovammo anche di avere alcune cose in comune che non avremmo mai pensato di avere.

Decisi , dopo aver finito il mio primo bicchiere di rosso ed aver rimosso quelle pinze dai grandi capezzoli che le avevano così calorosamente accolte, che era il momento di passare a qualcos’altro.

Avevo con me le mie prime corde di canapa, usate, avute in regalo da un amico ed avevo tutta l’intenzione di usarle ed un flogger in pelle nera scalpitava all’interno della borsa chiedendomi di venir messo in funzione al più presto.

Mi alzai e ordinai al masochista di fare altrettanto, facendolo piazzare davanti all’ingresso della sala, di nuovo a terra, di nuovo in ginocchio, stavolta  col deretano all’insù.

Peccato che al tempo non avessi altro che quel flogger, ripensandoci ora una bella frusta schioccante ci sarebbe stata proprio bene.

Mi feci bastare quel che avevo, e cominciai a flagellare quelle natiche agghindate dal perizoma nero fino a farle diventare rosse, viola quasi, mentre le grida del (malcapitato?) masochista riempivano la sala.

Lo presi anche a calci, spingendo prepotentemente quell’ammasso di carne faccia a terra.

Mi avvicinai lentamente, gli ordinai di alzarsi.

Fu lento e ansimante nell’alzarsi, e non appena fu in piedi gli lasciai un bacio in fronte, dato col rossetto rosso, come una specie di marchio.

Lo legai, la sessione non era ancora finita, lo legai stretto, passando più e più volte le corde attorno al torso quasi a togliergli il fiato, poi gli legai le braccia, bloccandole dietro la schiena e passai una ultima corda attorno alla vita, lasciandone un bel pezzo libero ancora nelle mie mani cosicché avrei potuto  usarlo per strattonarlo e trainarlo via con me.

Ci dirigemmo verso la sala secondaria, quella che dava accesso al corridoio con le piccole celle quasi totalmente buie, lui camminava legato e all’indietro, avendo io lasciato ovviamente la corda per il traino sporgere dalla sua schiena.

Ci fermammo infine su un materasso rialzato nell’angolo di quella sala, proprio davanti al salottino col finto caminetto.

Lo slegai, per legarlo di nuovo, stavolta più stretto ancora, facendo passare la corda tra le sue gambe, annodandola attorno ai genitali, facendo pressione sull’ano per sentirlo gemere ancora, sculacciandolo sulle natiche viola per farlo contorcere mentre sedevo sulle sue gambe per tenerlo fermo, bloccando ogni tentativo di “ribellione” col peso del mio corpo.

Infilai un guanto nero di lattice nella mia mano destra, scostai il filo del perizoma all’altezza dell’ano prendendo anche la corda tra le mie dita con la mano sinistra, il che strozzò ancora di più i suoi genitali facendolo sobbalzare e gridare all’improvviso.

Avevo del lubrificante con me, sentendomi piuttosto magnanima ne presi un po’ tra le dita e cominciai a giocare con quell’ano, infilandoci prima uno, poi due e poi tre dita, lasciandole scivolare su e giù, con crescente rudezza.

Tiravo quella corda con l’altra mano nel frattempo, e sentivo irrigidire quel corpo sdraiato sotto di me ad ogni strattone, ma ancora niente safeword, niente blocchi, nessuna interruzione, segno evidente che quello che stava accadendo era ancora nei ranghi della sua tollerabilità.

Le dita ricoperte dal quel guanto nero ed impiastrate di lubrificante non bastavano più a solleticare il mio sadismo, non mi dava più alcuna soddisfazione vedere che quel pertugio si stava dilatando e che le dita scivolavano dentro con troppa poca resistenza.

Presi un plug di silicone nero che avevo portato con me, una misura media, non piccolo ma neanche enorme, e lo spinsi con decisione dentro quella carne aperta, forzandone l’ingresso noncurante delle contorsioni del corpo del mio partner e delle sue grida.

Ma tanto era legato.

Lo spinsi in profondità, rigirandolo per farlo aderire bene alle pareti interne e fermandolo poi all’esterno posizionando nuovamente il filo nero del perizoma e la corda a fare pressione, accentuando la cosa con un paio di altri nodi.

Ansimante, sudato, le natiche viola, legato e con un plug infilato nell’ano.

Ripresi a sculacciarlo, noncurante dell’aspetto della pelle, quando ad un tratto una delle ragazze che era seduta con noi al tavolo si affacciò sulla scena con il mazzo di chiavi di quell’uomo in mano, dicendo che loro stavano andando via e non volevano lasciarlo sul tavolo.

Lo presi in custodia e la ringraziai con un caldo abbraccio, mentre i rantolii del masochista facevano da sottofondo.

Decisi che per quella prima volta poteva bastare, d’altronde il locale si stava svuotando di nuovo, avevo evidentemente perso del tutto la cognizione del tempo.

Slegai pian piano il mio partner, lasciando il plug per ultimo, come una ciliegina sulla torta.

Sudato, rosso in faccia e in culo, tremante e con le gambe poco stabili si alzò in piedi ringraziandomi, per poi prendere in mano le sue chiavi e dirigersi verso la sala principale, dove i suoi vestiti stavano ancora aspettando il suo ritorno appollaiati su una delle poltroncine in pelle nera.

Io raccolsi i miei strumenti, realizzai che una parte della gonna nera che indossavo si era rovinata e dentro di me imprecai silenziosamente, avrei potuto chiedere a quell’uomo i danni.

Tornai nel camerino, comunque soddisfatta della performance e della venuta alla luce di quel lato sadico latente che mi aveva permesso di esplorare una parte consistente della mia ombra.

Ah ma quello non era un camerino, era un semplice spogliatoio…

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Orgasmo da poltrona

C’erano una volta un vichingo ed una donna con una pelliccia bianca.

Si incontrarono per caso una sera verso il tramonto e mai prima di allora si erano rivolti parola, anche se i loro sguardi si erano già incrociati in altre occasioni.

Il vichingo era piazzato, spalle larghe, elmo cornuto in testa e si mostrava fiero della sua postura massiccia e decisa osservando, da dietro il boccale che teneva in mano, tutti quelli che gli passavano attorno, con fare scrutante.

Portava un mantello corto ed una gonna di pelle nera, aveva il petto nudo ma indossava un’imbracatura di cuoio borchiata che glielo cingeva, stivali ai piedi e aveva le labbra adornate da un rossetto rosso, maldestramente però sbaffato oltre i contorni.

Si, un rossetto rosso maldestramente sbaffato.

La donna con la pelliccia bianca camminava da un po’ senza sosta a piedi nudi, si guardava attorno, sembrava non conoscere molte delle persone presenti ed era come se stesse cercando di orientarsi.

Indossava un vestito di rete nera a maglie abbastanza larghe senza nulla sotto, il grande seno tracciava le curve che quel corpo possedeva e non permetteva alla pelliccia di rimanere allacciata.

Il pelo di quel soprabito era finto, a tratti stropicciato e col tempo aveva perso il suo candore, aveva anche due o tre buchi rammendati da qualche parte ma nel complesso godeva di un’aria decadente e affascinante.

Anch’ella aveva optato quella sera per un rossetto rosso fuoco, rossetto che  lasciava la sua traccia ad ogni sorso di vino che quella donna sorbiva dal calice, non di cristallo, tenuto sobriamente (essendo ancora il primo) da una decina di minuti in mano.

Era una sera di maggio e la luce del sole persisteva anche oltre l’orario durante il quale, di solito, si era abituati a cenare.

Le grandi finestre della sala davano esattamente ad ovest, così che tutta la bellezza di quel tramonto primaverile poteva essere ammirato sia da dentro che dalla grande terrazza.

Anzi, più che di una terrazza vera e propria si trattava del tetto del basso edificio adiacente, edificio ad un piano soltanto, occupato da spazi commerciali che a quell’ora avevano già chiuso i battenti.

Era anche possibile accedervi, bastava passare da una delle finestre che davano sul lato lungo di quella sala, salire due o tre scalini e scavalcare il davanzale e si poteva tranquillamente calpestare la superficie in scura e irregolare plastica catramata nera sulla quale era cresciuta a sprazzi anche un po’ d’erba.

A quell’ora della sera poi la superficie era ancora calda, dopo che il sole si era soffermato per ore a baciarla, per cui camminarci sopra a piedi scalzi era persino piacevole.

La grande sala era piena di ospiti, la musica non invasiva di sottofondo invitava a conversazioni garbate e piacevoli, l’atmosfera era rilassata e colloquiale.

C’erano qua e là donne in calzamaglia, donne e uomini nudi sdraiati sui sofà ai lati della sala, qualcuno indossava una vestaglia cinese rosa antico con degli stivali tacco 12 ed una parrucca bionda, qualcun altro aveva indosso una gonna di latex, una donna era vestita da Gesù con tanto di barba finta e piccola croce sulle spalle.

Era uno degli ultimi play party a Schwelle7 a Berlino, si, e la donna in pelliccia bianca ero io.

Ho amato quella pelliccia dalla prima volta che l’ho vista, mentre riposava nel guardaroba di abiti che era a disposizione dei partecipanti alle feste dal quale ognuno poteva scegliere l’abito che più gli piaceva  e indossarlo per la serata.

Io quel giorno avevo portato da casa l’abito nero a rete, ma sentivo che mancava qualcosa.

La pelliccia era lì, sulle prime stampelle del guardaroba, che sembrava aspettare solo me.

Ed era perfetta per quell’abito.

Unico particolare…doveva rimanere aperta sul davanti, un po’ perché per una sera di maggio era decisamente troppo calda per rimanere abbottonata e un po’ perché…non si abbottonava, causa misura grande di seno della sottoscritta, ecco.

Poco male.

Il vichingo era già lì al mio arrivo, col suo elmo cornuto dorato che spiccava sopra ogni altra testa degli astanti.

Indossava un gonnellino di pelle nera, Dr.Martens nere ai piedi, una leather harness borchiata al petto ed un semi mantello rossastro lungo fino al sedere.

E aveva questo rossetto, messo male tra l’altro, visto che le labbra che madre natura gli aveva donato erano ahimè molto piccole e ci sarebbe stato bisogno magari di disegnarne i contorni in precedenza con una matita.

Giravo per la sala, c’era abbastanza gente ma nessuno ancora delle persone con le quali avevo maggior confidenza, decisi di prendere un bicchiere di vino rosso per ingannare il senso di attesa aspettando che la serata decollasse o che arrivasse qualcuno con cui scambiare due chiacchiere, o due frustate in amicizia.

Mentre andavo verso la zona bar mi ritrovai a scambiare casualmente un paio di occhiate col vichingo, la faccia non era completamente sconosciuta, anzi, lo avevo visto in precedenza sempre a Schwelle7, durante qualche party, a dire la verità me lo ricordavo bene in una “performance” a base di urina (non sua) alla quale aveva partecipato complici una conca di plastica blu, una donna in tacco 12 laccato nero naturalmente senza mutande e altre due assistenti.

Quella volta lì, quella della conca intendo, lui era vestito da hawaiana, reggiseno fatto di conchiglie, gonna di rafia e parrucca bionda, prontamente tolta prima della performance e sostituita alla fine da un asciugamano.

Bella scena, vi lascio immaginare il resto.

Scambiai con lui un paio di rapide occhiate, poi ci avvicinammo, in maniera del tutto spontanea e cominciammo a parlare, dapprima del fatto che non parlassi ancora tedesco e poi di come eravamo giunti a Schwelle7.

Svuotammo i rispettivi bicchieri durante quella chiacchierata, non mi sentivo particolarmente attratta da lui ma era simpatico e gentile, nessuna fantasia erotica mi stava germogliando dentro ma neanche rifuggivo la vaga idea di qualcosa che potesse nascere spontaneamente.

Finimmo gli argomenti come finimmo i rispettivi bicchieri di vino, dopodiché tornammo io a girare per la sala in cerca di qualcosa da fare e lui a scrutare i presenti da dietro il suo bicchiere, vuoto.

Trovai dietro una delle colonne una poltrona mezza sgangherata ma molto ispirante, di pelle rosso scuro, si addiceva perfettamente alla pelliccia bianca che indossavo e all’aria da regina decadente e svogliata che mi aleggiava attorno.

Decisi che avrei passato almeno un po’ del tempo che avevo  a disposizione calandomi nel ruolo di guardona in poltrona, decisamente svaccata e senza alcun ritegno nell’allargare le gambe e infilarci la mano in mezzo.

Semi sdraiata su quella seduta proprio dietro quell’angolo, iniziai con l’osservare, davanti ai miei occhi, un inizio di piccola orgia.

Quattro-cinque persone, non di più, alcune ancora non completamente nude ma già avvinghiate l’una alle altre.

Non passò molto tempo che il vichingo si affacciò da dietro la colonna,  venendo verso di me, inginocchiandosi e chiedendomi di potermi massaggiare i piedi.

Sporchi tra l’altro, visto che era da un bel po’ che camminavo scalza.

Ero anche uscita sulla terrazza, pardon, sul tetto rivestito di plastica catramata, e non faccio di certo mistero a proposito del colore che prendono i piedi dopo aver camminato su un materiale del genere.

Ma a lui non importava, era lÌ inginocchiato davanti a me svaccata con la mano in mezzo alle cosce che chiedeva gentilmente di poterli prendere in mano, e massaggiarli.

Gliene consegnai uno, il sinistro, le sue mani cominciarono immediatamente ad accarezzarlo, lisciarlo, toccarlo con un andatura sicura fino ad entrare in profondità con le dita e a farmi provare anche dolore, sopportabile e piacevole.

Ci mise un po’ prima di passare all’altro, sembrava gustarsi tutti i momenti di quella manipolazione, la consistenza dei miei piedi, persino il retrogusto  e la consistenza vischiosa dei rimasugli odorosi del catrame.

Io avevo fatto scivolare via la mano da in mezzo alle cosce, lasciandola ciondolare al lato della poltrona tanto era il senso di rilassamento che quel massaggio mi stava dando, e chiusi gli occhi scivolando in quella sensazione.

Durò ancora per un tempo imprecisato, poi il vichingo mi baciò i piedi, li strinse nelle mani, si alzò e continuò, dopo avermi salutata con un inchino, a camminare per la sala.

L’orgia che stavo osservando poco prima intanto stava decollando scaldando l’aria lì attorno, i partecipanti erano oramai tutti nudi e già ansimanti e sudati.

Altre persone giacevano nei paraggi per assaporare l’energia che quei corpi emanavano nei loro movimenti sinuosi, sudati, vogliosi, chi su un materasso, chi seduto a terra, chi sdraiato, come me, su una poltrona.

Passò poco tempo ed il vichingo tornò, fermandosi ed inginocchiandosi davanti a me e chiedendo di poter continuare il massaggio iniziato prima.

Feci un cenno con la testa.

Prese lui uno dei miei piedi in mano stavolta, e cominciò di nuovo a massaggiarlo, carezzarlo, baciarlo, per poi iniziare a risalire verso la caviglia stavolta, il che cambiò tutta la gamma di sensazioni che stavo avendo in quel momento.

La strinse, la palpò, la strizzò delicatamente, e già mi girava la testa.

Riservò lo stesso trattamento anche all’altra, sembrava che i miei piedi tornassero a respirare, e le mie gambe pian piano ad allargarsi.

I suoi movimenti erano decisi ma gentili, a volte mi sfiorava soltanto, altre entrava fin nella parte profonda dei miei piedi facendomi contorcere un po’ dal dolore su quella poltrona leggermente sfatta, con la seduta sfondata ma di quel colore rosso scuro che adoravo.

Smise poco dopo, lasciando le mie caviglie desiderose di farsi ancora toccare.

Baciò entrambi i piedi ed entrambe le caviglie, poi si alzò e come aveva fatto la prima volta, continuò a camminare allontanandosi da me e dalla mia pelliccia bianca (opaca), entrambe sdraiate a peso morto su quella poltrona.

Tornai a sfiorarmi l’interno coscia con la mano che intanto avevo riportato tra le gambe, sentivo uno strano connubio tra eccitazione e rilassamento, il che mi rendeva pacatamente euforica.

Nel frattempo, oltre all’orgia che era entrata in una fase di stanca nella quale i partecipanti tuttalpiù si strusciavano languidamente l’uno sugli altri, si erano accesi vari altri focolai di passione attorno, chi era stato legato con le corde in sospensione ad un gancio al soffitto, chi si rotolava a terra in un susseguirsi di rantolii gutturali, chi stava indossando uno strap-on…

Poco distante da me, giusto dietro la colonna, un’altra piccola orgia stava prendendo il via, potevo vedere le diverse paia di piedi sporgere dal bordo del letto rialzato che era stato addossato alla colonna e qualche fondoschiena prominente probabilmente appartenente a qualcuno inginocchiato intento a praticare una fellatio o cunnilingus che sia stato.

E ne sentivo i gemiti, piuttosto ispiranti se devo essere sincera.

Passò non molto tempo che il vichingo si fece rivedere, stavolta senza elmo, si diresse verso di me e iniziò un nuovo approccio dopo avermi guardata negli occhi durante tutto il tragitto che quei pochi passi segnavano tra me e lui, ed iniziò a ripetere lo stesso rituale delle volte precedenti, durante il quale si inginocchiò davanti a me, prendendo stavolta senza neanche più chiederlo, i piedi in mano, per cominciare a massaggiarli.

Non si limitò ai piedi e alle caviglie, ma cominciò a risalire le gambe, soffermandosi sulle ginocchia, passando del tempo a carezzarle, impastarle, mentre mi baciava la parte inferiore delle gambe.

Le sue mani poi risalirono nella parte più carnosa, dove affondava le dita con sapiente decisione, dove a tratti, sfiorandomi, mi faceva sussultare ed incurvare la schiena, tanto che trovai più comodo scostarmi dallo schienale e lasciarmi scivolare lateralmente sul bracciolo, di traverso, languidamente. La pelliccia era completamente scivolata ai lati del mio corpo, il vestito a rete scostato e tirato su fino a sopra l’inguine, non portavo alcun tipo di biancheria intima e non mi ero neanche rasata, il che dava, secondo me, ancor più l’idea decadente ma lussuriosa a tratti selvatica di voler godere di quel momento speciale, senza tener conto di null’altro.

Belle quelle mani, forti e decise e delicate allo stesso tempo, che strizzavano, lisciavano, accarezzavano la carne abbondante delle cosce, fin su all’inguine, per poi tornare ai piedi e alle caviglie e ricominciare.

Ad ogni ondata la sensazione di piacere saliva col salire delle mani, sempre più su, sempre più a fondo, per poi ricominciare dal basso, facendomi ansimare e ciondolare la testa e le gambe al di fuori dei braccioli della poltrona con gemiti sempre più evidenti.

Non passò molto tempo che mi lasciò ancora lì quel vichingo, alzandosi con uno sguardo compiaciuto per riprendere a camminare per la sala con i suoi Dr.Martens slacciati ed il suo mantello corto svolazzante.

Mi lasciò liquefatta, molle, senza barriere né pudore, con le gambe completamente aperte e rilassate, mentre la nuova piccola orgia che aveva preso il via lì dietro la colonna sembrava aver assorbito anche i partecipanti assopiti dell’altra, che sembravano ora riattivati dall’arrivo di nuovi peccaminosi stimoli, fondendosi con piacere nelle nuove ondate di sinuosa voluttà.

Respiravo profondamente, chiudevo gli occhi, portavo la mano destra in mezzo alle gambe, le sfioravo, accordandomi con i gemiti e i gridolini provenienti da quel mucchietto di persone in preda alla lussuria ammassate selvaggiamente dietro l’angolo, ripercorrendo tutto il precorso che quelle mani servili e sapienti avevano tracciato poco prima, lasciando impresse sensazioni così marcate negli strati più profondi del mio corpo.

Mi rigiravo su quella poltrona sfondata, vecchia e lisa ma accogliente, avvolgente, sollevavo la schiena, il bacino, sollevavo le gambe e continuavo a toccarmi lì, proprio in mezzo alle gambe, lì dove la peluria marcava un territorio sacro e primordiale, dove le sensazioni si fanno più dense, viscerali, dove il richiamo dell’istinto, se opportunamente assecondato e stimolato,  vince sulle barriere razionali che ci imponiamo quotidianamente.

Sapevo che quell’uomo sarebbe tornato di lì a poco, sapevo che non mi avrebbe lasciata sola ma che avrebbe continuato ad accompagnarmi in quel viaggio, ma allo stesso tempo apprezzavo molto quelle pause dove avevo la possibilità di entrare in contatto con la mia personale eccitazione, quei momenti di ampio respiro durante i quali il desiderio si fondeva con il mio corpo, diventavano tutt’uno in attesa dell’ondata seguente, mentre la sensazione di piacere si dipanava fin negli strati più profondi.

Il vestito a rete, nel frattempo, era oramai arrivato al seno, si era arrotolato su sé stesso, discostato dalla mia pelle come un sipario aperto rivela la scena che si sta svolgendo sul palcoscenico, la pelliccia di colore bianco non  più candido si era discostata dalle spalle, era quasi cadente, arruffata, di contorno al mio corpo fuso con la poltrona.

Si fece attendere stavolta quel virtuoso uomo in gonnellino di pelle e mantello corto, si fece attendere con sapiente gestione del tempo e dell’attesa ad esso collegata, tornò spuntando da dietro un’altra colonna alla quale una donna alta e snella, coi capelli lunghi sciolti sulle spalle, lingerie di pizzo nero aperta sul didietro a rivelarne le tonde natiche era stata gradevolmente ancora a due ganci piantati nella colonna con un paio di bracciali di pelle nera dotati di anello di metallo dal suo partner, che le palpava ora le tette abbracciandola violentemente da dietro, strusciando il suo inguine decisamente in fase di eccitazione su quelle natiche esposte e sensualmente provocanti.

Stavolta il vichingo aveva in mano un bicchiere di vino rosso, che sorseggiava maliziosamente come a presagire cosa sarebbe andato a fare di lì a poco, si avvicinò di nuovo alle mie gambe ancora aperte, poggiò il bicchiere poco distante, a terra, e cominciò a baciarmi i piedi, a leccarli, per salire minuziosamente verso i polpacci, l’interno coscia, continuando a massaggiarmi con le dita ed i palmi, con la forza delicata di chi trasmette sinceramente un’emozione, di chi ti fa un dono, di chi si mette al tuo servizio per regalarti attimi di profonda liberazione senza chiedere nulla in cambio.

Mi baciò con passione tutto quello che c’era da baciare, finché, arrivato all’inguine, discostò con le dita la peluria selvatica per appoggiare la sua bocca ancora saporosa di vino rosso sul mio clitoride turgido e le labbra bagnate, dandomi una scossa ascendente che arrivò fin su nella gola, tanto che lasciai uscire un piccolo grido.

Rimase lì a leccarmi per qualche minuto, sempre con le mani sulle cosce a tenerle aperte e disponibili al suo ingresso (non che io stessi opponendo alcuna resistenza, anzi, ma quel gesto divaricatore mi dava la sensazione di compartecipazione, di supporto, rendendo il tutto davvero molto gratificante).

Si ritirò per prendere da un tavolino di servizio poco distante un paio di guanti di lattice, nel mentre lo seguivo con lo sguardo offuscato dalla intensità delle sensazioni che oramai mi possedevano, aspettando impaziente il suo ritorno.

Mi sentivo così umida, così aperta ed esposta, immaginavo di avere un fiore al posto dei genitali ed una sorgente di energia vitale che sgorgava da quel territorio prezioso, limpida, vivida, presente ed incisiva che nutriva tutto il mio essere, fin nei posti più reconditi e nascosti, e bui.

Quei pochi passi che separavano la vecchia poltrona sulla quale ero sdraiata dal tavolino di servizio con guanti, profilattici, disinfettante e lubrificante verso il quale il mio amato vichingo si era diretto mi sembrarono infiniti tanto era oramai il desiderio di dare più vita a quella sorgente di profondo piacere, e al suo ritorno aprii ancor di più le gambe a dichiarare palesemente il mio oramai incontenibile desiderio.

Lui sorrise, si aggiustò i guanti, e cominciò la risalita poggiando la sua mano appena fuori dalle mie grandi labbra, per poi entrarci senza mezzi termini direttamente in mezzo, nella carne bagnata e densa, giusto due dita in ascesa verso il paradiso.

Decisi di accompagnarlo prendendo possesso del clitoride con il dito medio, dopo tutto ho sempre bisogno di essere presente ed attiva nella ricerca del mio piacere, devo essere lì a direzionare i lavori , condizione decisamente “sine qua non”, ovvero senza la quale non posso arrivare ad esprimere tutto il piacere potenziale che il mio corpo contiene ed è capace di attivare.

I know my body.

E quel vichingo dalle mani d’oro alternava ora le dita ora di nuovo la bocca nella sua stimolazione sensoriale del mio fiore oramai completamente aperto, violato, trapassato e umido, gettandomi nelle ripetute ondate contorcenti di quel piacere rosso denso e scuro come il colore della pelle della quale la poltrona sulla quale ero sdraiata era rivestita.

Cominciai a lasciare uscire un suono, due, tre, ad intervalli sempre più brevi e  sempre più acuti e vibranti, stavo arrivando in vetta alla scala di intensità che quell’orgasmo imminente mi stava dando, incurvando ancora di più la schiena oramai completamente distesa oltre il bracciolo, innalzando al soffitto il bacino con un piede puntato sull’altro che premeva verso l’alto come per lasciar fluire meglio la ventata interna di soddisfazione carnale su per la spina dorsale, il petto, la gola, la bocca, la sommità della testa riversa oramai quasi completamente verso il pavimento.

Mi piace a volte, durante il climax, trattenere quell’espansione, quella risalita, trattenerla giù nel ventre per farla crescere di intensità, ma quella volta era già talmente pervasiva che non opposi la minima resistenza, abbandonandomi soltanto al susseguirsi delle evoluzioni interiori che mi stavano attraversando.

Gridai, un grido forte, aperto, che si sparse nell’aria lì attorno come un’esplosione, come un irraggiamento di energia sonora.

Una delle maniche della pelliccia finta di colore bianco non più candido era oramai quasi del tutto scivolata via dal mio braccio sinistro, il vestito nero a rete stropicciato e mezzo arrotolato era arrivato fin sopra il seno, i capelli arruffati erano sfuggiti all’elastico nero che li raccoglieva in uno pseudo chignon per ricadere ai lati del mio volto arrossato e sudato, viso con gli occhi semichiusi che era oramai completamente una porta aperta su quell’estasi primordiale ancora così vivida e luminosa, così forte, pervasiva.

Un sospiro, il petto ancora pieno di quella forza in espansione, la mia mano che ancora carezzava la peluria bagnata, gli occhi, bagnati anch’essi, che pian piano tornavano ad aprirsi, lasciando entrare lentamente la poca luce soffusa che illuminava discretamente la stanza.

L’orgia dietro la colonna stava continuando ad accumulare partecipanti, la donna che prima era legata per i polsi all’altra colonna adesso era seduta poco distante sorseggiando vino rosso, un altro gruppo di persone stava assistendo a tutte quelle scene contemporaneamente mentre giacevano sdraiate su un altro divano proprio di fronte a me, sorseggiando anch’essi vino dai loro bicchieri.

Pian piano anche le sembianze del vichingo tornarono ad essere nitide alla mia vista, era lì sorridente che mi guardava, sudato anch’egli, ancora in ginocchio.

Io lasciai andare la testa all’indietro in una risata liberatoria, gli presi la mano stringendogliela con forza, lui rispose alla stretta, dicendo con fierezza:

-“I love your orgasms.”-

-“Me too.”- risposi ancora mezza ansimante.

Mi ricomposi, alzandomi lentamente da quella poltrona la cui seduta era ora più che mai incuneata verso il basso, c’era ancora la forma del mio sedere sopra, la pelle ancora calda e le pieghe evidenti.

Diedi uno sguardo distratto all’orgia lì dietro alla colonna che intanto proseguiva senza sosta, sorriso estatico in volto, e mi diressi verso il bar per prendere un altro bicchiere di vino, alla fine tutta quell’agitazione mi aveva messo sete.

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Amante si, ma con rispetto

“Chi è senza amante scagli la prima pietra” mi verrebbe da dire guardandomi un attimo attorno.

Ma almeno, se proprio mi trovassi nella condizione di dover rivestire il ruolo di amante, vorrei sentirmi trattata con rispetto.

La scorsa estate mi è capitato di essere contattata via Facebook (era appena terminata l’edizione 2016 di Xplore qui a Berlino), da un uomo appartenente alla cerchia dei frequentatori del Festival. Cominciammo a parlare via chat, scoprimmo che avevamo alcune cose in comune, tra le quali l’Aikido, anche lui era un praticante da molti anni, mi disse, cintura nera 1° Dan.

Gli chiesi informazioni sui Dojo in città e gli dissi che mi sarebbe piaciuto prendere un caffè assieme. Lui acconsentì, ma non solo, aggiunse che avrebbe avuto piacere nell’invitarmi, dopo aver preso il caffè, a visitare un locale BDSM non lontano dalla caffetteria designata per l’incontro. Non aggiunse altro.

Profilo non pubblico, nessuna foto, solo l’informazione “sposato”.

Ci incontrammo direttamente davanti alla caffetteria quel giorno, io arrivai, come sempre, in anticipo, è una piccola fissazione che ho, mi serve per studiare l’ambiente circostante e sentimi più a mio agio.

Quello che vidi arrivare tra i mille volti sconosciuti di una strada centrale di Berlino-Kreutzberg intorno alle sei di pomeriggio di un lunedì qualsiasi di mezza estate fu un uomo piuttosto alto e snello, sicuramente over 50, niente di speciale addosso se non un paio di pantaloni neri, un anonimo golf scuro, sandali Birkenstock piuttosto consumati indossati naturalmente con un paio di calzettoni pesanti e mani in tasca, andatura spedita. Ci presentammo in strada, poi entrammo e sedemmo all’interno del locale, precisamente trovammo posto su di un divanetto vintage rivestito di una stoffa pseudo-broccata sulla tonalità del verde smeraldo.

Ordinammo il caffè, nel frattempo parlammo dell’Aikido, di Xplore, dell’Italia, parlammo di musica visto che sotto il maglione scuro e sotto un paio di bretelle nere indossava una t-shirt di un gruppo metal tedesco, a me sconosciuto naturalmente.

Rimanemmo a scambiarci parole e cortesie per una mezzora circa, poi lentamente decidemmo di levare le tende e ci spostammo a piedi verso il locale, il quale era in realtà davvero poco distante.

Conoscevo già quel posto, era stato il primo uomo col quale ero uscita a Berlino a portarmici, lo riconobbi subito.

“Quälgeist” il nome, un gay club SM a Meringdamm che di tanto in tanto è aperto a tutti i generi durante party dedicati e occasioni speciali.

200 mq di Dungeon suddivisi in vari livelli, con moltissimi “attrezzi” con cui giocare, sale per torture, gabbie, ed una saletta semi-privata senza porta ma con una tenda che separa lo spazio pubblico da quello privato, con al suo interno un grande materasso in finta pelle nera sopraelevato, a mo’ di letto queen size spartano ed austero.

Inutile dire che finimmo proprio lì, non faccio mistero riguardo al risvolto della serata. Mi piacque il modo in cui approcciò il mio corpo e il mio desiderio, pensai che far parte di un gruppo sex-positive incentrato su una certa consapevolezza a proposito della sessualità aveva i suoi vantaggi, anche se in quello che successe tra noi quel giorno (ma scoprii poi che l’inclinazione era la stessa anche per il resto dei nostri incontri) di BDSM sembrava esserci davvero poco, si era trattato di una stupenda e profonda relazione sessuale durante la quale lo scambio energetico ed emozionale sprigionato fu davvero grande e piuttosto coinvolgente.

Fummo immediatamente rapiti da un’onda incontrollabile di desiderio, per cui decidemmo che ci saremmo rivisti a breve.

Lui veniva a Berlino soltanto una volta alla settimana, abitava a circa un centinaio di chilometri ma la madre anziana era rimasta nella loro vecchia casa di famiglia in città, in più aveva un orto a cui badare con un piccolo casottino-rimessa, per cui destinava la sua presenza di quei giorni a mantenere attiva la sua connessione con le sue radici, in tutti i sensi.

Questo accadeva che era ancora estate, ci incontravamo proprio lì nel suo casottino, a me faceva impazzire il modo in cui era in grado di leggere il mio corpo, di seguirne il ritmo, le ondate, lui sembrava felice come un bambino, non facevamo in tempo a salutarci che poco dopo mi chiedeva via messaggio quando ci saremmo rivisti ancora, mi mandava canzoni, frasi e citazioni ad effetto. Mi portò dei fiori per il mio compleanno, mi dedicò completamente la giornata dicendo di voler esaudire ogni mio desiderio, e così fu.

Nonostante tutto però non mi disse mai spontaneamente nulla a proposito della sua situazione sentimentale.

Secondo il mio punto di vista, dato che provenivamo entrambi da un background in cui la sessualità era vissuta serenamente ed apertamente pensai che l’approfondimento dell’argomento non fosse poi di primaria importanza e che fosse scontata una certa apertura mentale ed emozionale nel gestire un rapporto del genere, credevo fosse un uomo maturo nel vero senso della parola.

Come da copione poi ad un certo punto mi disse che mi amava, me lo disse e fece capire in molti modi, mi disse anche che era coinvolto nel profondo, che questa esperienza lo aveva toccato intimamente.

C’era però poi questo suo modus operandi secondo il quale, dopo aver condiviso l’inizio della settimana con me, spariva per giorni, tornava nella sua casa fuori città, nella quale, a detta sua, era talmente occupato da non avere tempo da passare al computer per tenerci sempre in contatto.

Un giorno presi coraggio e gli chiesi di parlarmi della sua situazione sentimentale.

Molto candidamente mi rispose che era sposato per la terza volta, che la sua attuale moglie era al corrente delle sue attività all’interno del mondo del BDSM e che non le interessava farne parte, visto che, da ex 68ina, di esperienze di amore libero e quant’altro ne aveva avuto già abbastanza in passato. Con una dichiarazione del genere cosa potevo pensare? Che quanto stavamo facendo non era proibito, mi sembrava di avere un lasciapassare abbastanza lecito per non sentirmi in colpa nel frequentare un uomo impegnato, per cui le cose continuarono ad andare avanti.

Cominciai però a notare, dopo un paio di mesi, un certo cambio di atteggiamento nei mei confronti durante i nostri rapporti, se prima era sempre molto focalizzato ed impegnato nell’appagarmi e nell’ascoltarmi con il tempo lo sentii molto più incline a soddisfare prima i suoi desideri, senza preoccuparsi poi più tanto dei miei. Per me quell’unico giorno a settimana nel quale ci potevamo vedere poi era prezioso, era qualcosa che aspettavo con impazienza, per lui cominciò a sembrare  non così primaria importanza, cominciò a dirmi che avrebbe voluto usare quell’unico giorno a Berlino anche per stare con i suoi amici, che potevamo vederci anche solo un paio d’ore prima che lui partisse e che sarebbe stato bello lo stesso. Questo scatenò una certa frustrazione in me, tanto da cominciare ad innervosirmi, chiedere spiegazioni, pretendere risposte, che puntualmente non arrivarono.

Quello che invece arrivò fu una doccia gelata, un monito al fatto che stessi diventando troppo emotiva e che non potevo aspettarmi niente di più di quello che lui mi stava offrendo.

Ci tenne precisare che non avrebbe mai lasciato la moglie (chi glielo avrebbe fatto fare mi disse? D’altronde lei era la proprietaria della casa nella quale abitavano, nonché di non so quanti ettari di terreni attorno, era l’ennesima speranza, dopo altri due matrimoni falliti, di rifarsi, a 55 anni suonati, un’altra vita con qualcuno attorno con cui invecchiare, io ero solo in qualcosa di bello da prendere sul momento, una fonte di gioia da usare, secondo la mia visione cinica, come supporto ad una vita oramai isolata dal resto vissuta sull’onda della necessità di trovare supporto logistico con l’avanzare degli anni), ma c’è di bello che quella di lasciare la moglie era una richiesta che nessuno gli aveva mai fatto, mai avrei immaginato di averlo voluto o accettato come compagno di vita. Per me l’essere fonte di gioia reciproca andava più che bene, ma non potevo sopportare l’idea che quello che stava succedendo potesse essere rimpiazzato da qualsiasi altro avvenimento, se era così importante come diceva e come mi ripeteva incessantemente non vedevo il motivo per relegarlo ad un paio d’ore rubate al fugace tempo prima della sua partenza.

Decisi di non volerlo vedere più, ci scrivemmo una serie di messaggi piuttosto densi e vischiosi nei quali cercai di fargli capire che per me quella formula lì non poteva funzionare, mi stava bene che fosse impegnato e quant’altro, non volevo niente di più ma non volevo sentirmi considerata al margine, o un gettone bonus da utilizzare nei momenti di piacere per poi essere lasciata in disparte a piacimento. Ci vedemmo invece un’ultima volta, tra i vari struggimenti nati da quello scambio di messaggi, un po’ perché sembrava davvero brutto terminare una storia via telefono un po’ per sincerarmi (almeno così la vedevo io) di non aver rimpianti per la decisione presa, e un po’ anche perché sotto sotto comunque a quella storia ci tenevo, e vederla sfumare via in maniera così sciocca mi pesava.

Arrivai al casottino nel quale eravamo soliti vederci un po’ in ritardo quella sera, aprii il piccolo cancello che dava sulla prima porzione di orto-giardino (a dire la verità tenuto in maniera piuttosto caotica) che stava appena facendo buio, appena imboccato lo stretto sentiero tra i primi alberi trovai il mio partner lì in piedi ad aspettarmi, nella penombra.

Mi accolse con un grande abbraccio, bello, intimo, profondo, come forse non aveva mai fatto prima.

Rimasi stupita, pensai ingenuamente che qualcosa in lui stava cambiando, che magari stava cercando di comunicarmi qualcosa senza dover ricorrere all’uso delle parole. Entrammo nel casottino, fuori oltre che buio cominciava a fare anche freddo, eravamo già agli inizio di Ottobre.

C’era una stufa accesa dentro, una stufa a gas di quelle che si lasciano sempre scappare una sottile scia di odore, una di quelle stufe che ti chiedi sempre se sia una buona idea tenere in casa oppure no, ma almeno quel giorno la temperatura all’interno del piccolo edificio rudimentale era pressoché decente, fosse sopraggiunta Signora Morte almeno ci avrebbe trovati ancora caldi.

Ci sedemmo sul letto, mangiammo qualcosa, io avevo portato del pane, salame, un po’ di formaggio, parlammo un po’ come se nulla fosse accaduto, lui mi disse che era stato via alcuni giorni per partecipare ad un seminario sulla gestione delle emozioni, che si sentiva sereno, finalmente bilanciato. Finimmo inevitabilmente col cominciare di nuovo il nostro gioco fatto di sensazioni fisiche, di contatto, di vicinanza, sfregamenti e morsi, facemmo o perlomeno iniziammo a fare sesso quando ad un tratto lui si ritrasse spaventato, in seguito ad una penetrazione stavo perdendo sangue, ma dal canto mio non avevo avvertito il minimo dolore o sensazione sgradevole.

E no, non ero più vergine da molto tempo.

Vidi lo sgomento sul suo volto, neanche avesse scoperto che fossi un’aliena, si ritrasse di scatto, saltò giù dal letto correndo a disinfettarsi pur avendo ancora indosso il preservativo, lo vidi impallidire e preoccuparsi nel giro di venti secondi, e non sembrava minimamente turbato o preso dal fatto che potessi essere in difficoltà o aver bisogno di aiuto.

Io rimasi lì, paralizzata, non sapendo assolutamente cosa mi stesse accadendo né cosa potessi fare, l’unica cosa sensata che mi passò per la testa fu quella di prendere un fazzoletto e tentare di arginare i danni. La perdita di sangue cessò poco dopo, ancora nessun dolore, nessuna sensazione fisica sgradevole, solo un grande spavento e la sensazione che il gelo era calato tra noi.

Lui tornò a letto e si sdraiò dandomi le spalle, spegnendo la luce e rimboccandosi le coperte. Io tremavo ancora per l’agitazione, mi sembrava surreale che lui, l’uomo col quale stavo condividendo la gioia (si, seppur momentanea) di una sessualità profonda e sensuale non mi degnasse neanche di un “come stai?” o di un “va tutto bene?” dopo aver visto cosa stava accadendo. Magari avrei potuto aver bisogno di aiuto, magari avrei avuto bisogno di farmi vedere da un dottore, ma lui mi diede le spalle, mi disse che era ora di dormire e che avrei fatto meglio a dormire anche io.

L’agitazione e la sensazione di distanza da quell’uomo si stavano rapidamente innalzando in maniera esponenziale in me, tanto che mi alzai dal letto, cercai i miei vestiti nel semi-buio della stanza, presi con foga il mio zaino e la borsa, e me ne andai sbattendo la porta.

Avrei potuto sanguinare ancora, sarei potuta svenire, potevo perdermi per strada o sarebbe potuta accadere qualsiasi altra cosa, ma non sarei mai più rimasta nello stesso posto di quell’uomo per nessuna ragione al mondo.

Tornai a casa con la metropolitana, fortunatamente non era ancora troppo tardi per prenderne una, l’agitazione era altissima, lo sdegno anche.

Giurai a me stessa di non volermi mai più trovare in una situazione del genere.

Il giorno seguente non ricevetti nessun messaggio, presi io l’iniziativa di scrivergli un’ultima volta, la rabbia che era esplosa dentro di me era davvero troppa per poter essere contenuta.

Lui mi rispose che a malincuore si sentiva costretto a dover prendere la decisione di non vederci più, ma poi (il che mi rese incredula e anche piuttosto basita) mi disse che volendo potevamo continuare ad incontrarci magari per andare al cinema, o a mangiare qualcosa assieme.

L’ho maledetto più e più volte, non ricordo neanche cosa gli scrissi di preciso, fatto sta che tagliai tutti i rapporti, cancellai numero di telefono, contatto Facebook, chat, foto, tutto insomma.

I mesi che seguirono furono difficili, sentivo che la mia autostima era stata intaccata in un momento in cui stavo invece crescendo, ero a Berlino da circa 6 mesi e mi sentivo in espansione, in crescita.

Lo rividi involontariamente d’inverno dopo mesi e mesi, nello stesso locale nel quale eravamo andati assieme, il Quälgeist a Meringdamm, fu un incontro che avvenne di sfuggita mentre mi stavo cambiando d’abito nel piccolo camerino (senza porta) poco dopo l’ingresso, lui stava uscendo, farfugliò qualcosa, io abbozzai una piccola smorfia e mi girai dall’altra parte. Mi sembrò che fosse in compagnia di una donna, ma altre persone stavano uscendo assieme a lui per cui non capii immediatamente.

Ma capii meglio la settimana successiva, si ripresentò nello stesso locale in compagnia di una ragazza forse anche più giovane di me, sulla trentacinquina al massimo, dall’aria piuttosto sprovveduta e di poche pretese, che sembrava seguirlo a mo’ di cagnolina.

Si fermarono a guardarmi mentre stavo giocando con altri due uomini (di cui almeno uno sapevo essere di sua conoscenza) nella saletta semi-privata del locale, dopo aver impudentemente scostato la tenda che separa lo spazio privato da quello pubblico per sbirciare voyeuristicamente dentro. O magari stava semplicemente cercando di capire se avessero potuto usare a loro volta la stanza.

Si fermarono sulla soglia alcuni minuti, io cercai solo di rimanere focalizzata su quello che stavo facendo, escludendolo dalla visuale ma anche escludendo il pensiero nella mia mente della sua presenza in quel posto.

Se ne andarono senza che me ne accorgessi in effetti, ma lo rividi successivamente al bar del locale, seduto in un angolo circondato da un’aura pesante e grigia, posizionato lontano dalla sua accompagnatrice che sembrava invece voler elemosinare almeno un briciolo di attenzione da parte sua tenendo distrattamente un frustino in mano, nella speranza magari che venisse usato.

Si alzò per andarsene e venne verso di me, io ero tranquillamente seduta con i due uomini di cui sopra su uno dei divani del bar, quello vicino all’uscita per la precisione, prese uno sgabello e si sedette anche lui a meno di un metro, guardandosi attorno per cercare non so bene cosa, se la sua nuova compagna che al momento non era al bar con lui, o una scusa per potermi dire qualcosa, o un pretesto per salutare almeno i miei accompagnatori di quella sera.

Poi si alzò, nel mentre disse qualcosa ed io giuro di averlo sentito chiamare il mio nome, girai la testa di rimando e lui era lì, in piedi, che mi guardava.

Incrociai il suo sguardo, uno sguardo scrutatore, insicuro, a tratti vuoto, di sicuro infelice.

Non dissi ovviamente una parola, tornai a chinarmi verso il tavolo per prendere il bicchiere di vino che stavo bevendo fino a poco prima e lasciai scivolare via il tutto.

“Scivola, scivola vai via, via da me” canta Capossela di sottofondo, nella mia mente, ma stavolta soprattutto nel mio cuore.

https://www.youtube.com/watch?v=imCB5hUdpn8

Largo ai giovani (o forse no)

Berlino è una città ricchissima di persone desiderose di fare nuove (seppur momentanee) conoscenze, applicazioni come Tinder, Ok Cupid, o siti web come Joyclub traboccano di persone (me compresa) che mettono in bella vista il loro ritratto virtuale per attrarre e sedurre potenziali partners.

Iscrivermi a Tinder non è stata la prima cosa che ho fatto quando sono arrivata, ero ancora piuttosto spaesata e la mia attenzione era totalmente catalizzata dalle prime esperienze che stavo facendo a Schwelle7.

Schwelle7 era (perché purtroppo ora la sede fisica è venuta a mancare) uno spazio artistico esperienziale e performativo fondato una decina di anni fa da Felix Ruckert, un ex danzatore ora coreografo con la passione per il BDSM, dove discipline come la danza, lo Yoga ed un ampia sezione di bodywork incontravano la sessualità, specialmente in alcune delle sue forme estreme.

Arrivai a Berlino d’inverno, a fine Gennaio 2016, Schwelle7 sarebbe esistito come luogo soltanto fino al Maggio successivo, per cui negli ultimi mesi di attività furono molti i workshops, i parties e le occasioni di incontrare persone nuove e interessanti accorse lì anche da molto lontano per celebrare quegli ultimi sprazzi di vita di quel posto magico.

Durante un workshop incontrai, poco dopo l’inizio di Febbraio, un uomo con uno strano fascino (o almeno così lo percepivo io) sulla cinquantina, col quale iniziai una particolare relazione.

Fu lui a cercarmi di nuovo dopo che parlammo durante una delle pause di quel workshop, mi contattò qualche giorno dopo tramite messaggio su Facebook e ci accordammo per prendere un caffè assieme.

Fu sempre poi lui in qualche modo ad introdurmi nel mondo dei locali BDSM della città, come se si sentisse un Cicerone in grado di mostrarmi, pavoneggiandosi anche un po’, il lato underground (ma poi neanche tanto) di Berlino.

Ero un una fase piuttosto ricettiva, esplorativa e di apertura, lui invece in un momento dove cercava di affermare la sua “mascolinità” cercando di rimanere a galla (seppi poco dopo) tra le vicende della sua vita esprimendo la volontà di perseguire una ricerca di controllo e dominazione, per cui andò da sé che i ruoli che rivestimmo riproponevano il   classico cliché di lui “attivo” ed io “passiva”.

Sembrava in qualche modo funzionare, a me, da ultima arrivata, sembrava tutto nuovo e bello.

Peccato solo che dopo aver consumato il primo appuntamento sui divanetti in pelle nera del piccolo club all’interno del Fetish Hof (un cortile con un negozio-magazzino di oggetti per BDSM, alcune camere a tema e quel piccolo club) mi rivelò che al momento aveva non una ma due relazioni all’attivo, entrambe però sull’orlo di una crisi strutturale (o de-strutturale), visto che con una delle due donne la relazione era di convivenza da diversi anni, mentre l’altra era stata uno dei primi amori trovati nel mondo del BDSM al tempo dei sui primi approcci nell’ambiente, amore che poi era lentamente sfumato verso un offuscato oblio, rimasto nell’ombra per anni e tornato inaspettatamente a farsi vivo da pochi mesi,  andando naturalmente ad intaccare l’altra storia sentimentale.

Entrambe le donne erano al corrente delle rispettive posizioni sentimentali rispetto a quell’uomo e ne era nata una sorta di lotta compulsiva il cui sprigionarsi dell’energia potenziale scaturita dall’attrito creato tra le due avrebbe scoperchiato qualsiasi tetto di qualsiasi edificio nel quale le protagoniste di questa storia si sarebbero trovate assieme.

Il che, visto che l’allegro terzetto frequentava Schwelle7, era recentemente già accaduto svariate volte, arrivando in alcuni casi addirittura alle mani.

La prima richiesta che gli feci fu ovviamente di lasciarmi fuori da quel marasma informe, anche perché di tutto avevo voglia tranne che di intromettermi tra due donne già in lite tra loro per accaparrarsi un uomo, tra l’altro in crisi di mezza età.

Cosa che puntualmente non avvenne.

Mi ritrovai in breve tempo invischiata in una torbida storia di non detti, mezze verità, gelosie e rancori andati a male e fu devastante, un po’ perché ero arrivata da poco in un paese straniero, mi sentivo completamente esposta ed emotivamente vulnerabile e la figura di un uomo più “forte” e maturo mi dava in qualche modo l’illusione di essere protetta, al riparo da qualcosa che rimaneva comunque indefinito, ma presente nel mio immaginario di viandante.

Durò poco oltre, dopo essermi trovata addosso la rabbia e l’odio (ingiustificati, non ero stata io a tenere nascoste due relazioni per abbordare la nuova arrivata per poi sgretolarmi su un conflitto stantio e malsano durato già anni e anni) della sua compagna, che venuta a conoscenza del mio ingresso nella vita del suo poco affidabile partner non ci pensò due volte per usarla come scusa per esternare la sua rabbia fermentata da tempo e cacciarlo definitivamente di casa.

Passarono alcuni mesi durante i quali Schwelle7 chiuse i battenti, io iniziai a lavorare (nessun lavoro di concetto, mi misi a fare la donna delle pulizie per sopravvivere, come è accaduto spesso durante la mia vita), e arrivò l’estate, durante la quale, a Luglio precisamente, ci fu l’edizione berlinese del festival Xplore, organizzato dallo stesso Felix assieme ai suoi collaboratori, festival nato per aprire le porte della sperimentazione tra sessualità, arte e bodywork anche a persone al di fuori della cerchia di Schwelle7.

Partecipai al festival con una performance e subito dopo iniziai a frequentare un altro uomo, sempre sulla cinquantina, dal quale venni contattata subito dopo la fine del festival con la scusa che mi aveva vista proprio in quell’ambiente nei giorni precedenti.

La storia la racconterò nei dettagli a breve, senza dilungarmi troppo ora, fatto sta che anche quel secondo incontro con un uomo più grande e ipoteticamente maturo si rivelò un altro lancinante tormento interiore, durante il quale rimasi ferita, straziata, sfinita, ancora una volta attratta da una personalità irrisolta che ai miei occhi appariva ingannevolmente come un possibile appoggio, come un riparo, rivelandosi invece come un tetto scoperchiato da una tempesta di sabbia.

Fu dura anche questa seconda volta, forse anche peggio della prima, ne uscii dopo due-tre mesi appena trascinandomi via a forza, obbligandomi a non trattarmi e a non farmi trattare in una maniera così avvilente, disamorante verso me stessa e logorante.

In tutto questo, nei mesi trascorsi tra il susseguirsi temporale tra le due storie, avevo effettuato distrattamente l’iscrizione a Tinder, in un pomeriggio di inizio Agosto.

Niente di che, avevo passato qualche serata a scorrere le facce, a volte anche piuttosto improponibili, di sconosciuti imbellettati (ma qualcuno poi neanche tanto) che esibivano  le proprie foto tramite un’interfaccia scorrevole per telefonia mobile per essere magari scelti come possibili partner, elogiando le qualità più o meno nascoste ed i più svariati interessi.

Per me, cinicamente, era un po’ come sfogliare un catalogo con delle foto di bestiame da macello, ad ogni scorrere del dito sullo schermo con successiva scomparsa laterale della foto del candidato sembrava che lo avessi fatto scomparire non solo dalla vista ma anche dalla faccia della terra.

Ad un tratto poi diventavano tutti anonimi, insapori, il dito scorreva sempre più veloce e sempre più velocemente le facce sparivano inghiottite dall’anonimato che solo l’aggregazione di contenuti di  massa può riservare.

Mi arrivò un messaggio sempre via Facebook un giorno d’Agosto qualsiasi, in cui un uomo, secondo me a prima vista sulla quarantina andante con capelli lunghi, cappellino da basket con visiera e bomber in acetato di fattura anni 80 mi mandava il suo numero di telefono dicendomi di avermi visto su Tinder (per chi non lo sapesse questa applicazione figlia del demonio mostra i contatti Facebook che gli utenti hanno in comune, per cui risulta piuttosto facile risalire alle informazioni che si sono condivise e pubblicate su questo social), chiedendomi di aggiungerlo su Whatsapp.

Era molto carino, scoprii poi tramite una veloce ricerca via Google che era un Dj rampante di musica techno e che l’aspetto da quarantenne vissuto e già abbastanza spremuto dalla vita era solo dovuto ad una foto venuta probabilmente male e inavvertitamente scelta come foto del profilo, visto che di anni ne aveva 30 (anzi, ancora 29 al tempo) e nelle altre foto pubblicate su Facebook (eh si, visto che oramai tutti i contenuti sono condivisi mi misi a spulciare nelle sue pagine) di quel bomber dal sapore spiccatamente vintage e del cappellino con visiera non c’era alcuna traccia.

Lo aggiunsi alla mia rubrica, cominciammo a scambiarci messaggi, dopodiché cominciò a mandarmi qualche foto, di cui una in particolare di lui in palestra, ovviamente dopo aver fatto lezione e mentre si trovava nello spogliatoio con indosso solo i pantaloni della tuta.

Lo sconcerto per me fu grande nel constatare che non era solo un tizio carino, una volta messo a nudo, senza alcuna add-on vintage, era un figo da brivido e sudori freddi.

Anche troppo per me, tanto che mi sentivo non all’altezza di aver “attratto” un tale esemplare di giovane e pulsante uomo in vena di spargere un po’ di surplus testosteronico attorno a sé.

Glielo dissi, sinceramente, di non sentirmi all’altezza della posta in gioco, mi rispose di cercare di sentirmi a mio agio, di essere me stessa, di non pensare troppo ma di godermi l’attimo.

Combinammo per incontrarci di persona, rimasi stupita di quanto le foto non gli rendessero giustizia in merito alla sua reale età, dal vivo era palese quanto poco stagionato in realtà fosse.

Bastò poco affinché ci ritrovassimo piuttosto intimi, lo trovai particolarmente affascinante, al contatto morbido e sensuale, sinuoso, anche gentile, ma ad un tratto la foga di un giovane maschio che necessita di esternare la sua potenza sessuale per affermare il suo posto nel mondo affondando ripetutamente la sua vigorosa appendice ripiena nel corpo di una carnosa donna più grande di lui prese il sopravvento e la cosa per un po’ sembrò degenerare in una sorta di ginnastica ritmica a pressione.

Risi, molto, il che diede una spinta ilare al tutto, che per me non guasta.

Si prese anche profondamente cura di me, cosa che apprezzai particolarmente, in alcune storie che avevo avuto in passato non era mai stato così scontato.

Parlammo giusto un po’ alla fine, dopo innumerevoli altri esercizi di spargimento del seme, poi di tutta fretta il mio nuovo giovane amichetto si rivestì e si diresse verso la porta, un saluto frugale per sparire poi nel suo parka verde militare (sempre dal sapore un po’ vintage) dietro l’angolo del corridoio esterno.

Tutto questo però stava avvenendo contemporaneamente alla pseudo storia che avevo col secondo ultra cinquantenne (55 per la precisione), tanto che il giorno dell’incontro con l’apparentemente non giovane Dj avvenne dopo una notte passata con l’altro, il che da una parte mi faceva sentire piuttosto desiderata dall’altra anche abbastanza a corto di energie.

Nel frattempo comunque la storia con quell’uomo più grande stava volgendo al termine, ma da quel momento in poi, per circa un paio di mesi, continuai a scambiare molti messaggi con il mio nuovo amichetto giovane e atletico, cercando ovviamente un modo per rivederlo ancora.

Non accadde, o meglio, accadde poi l’inverno successivo durante un party privato al quale andammo assieme, ma l’esperienza fu piuttosto deludente, a tratti grottesca, non interagimmo molto per via del fatto che io avevo le mestruazioni e l’umore instabile di una lumaca schizzata. Peccato.

Fu quello un periodo, quello appena dopo l’estate e l’autunno successivo intendo, durante il quale caddi in una specie di grigia depressione, non era la possibilità di esprimere la mia sessualità a venir meno ma la possibilità di concretizzare qualcosa sul piano emotivo, cosa che stava venendo inevitabilmente proiettata su quelle figure maschili più grandi di me ma successivamente ed inevitabilmente delusa.

Fatto sta che chiusi e mi allontanai da ogni tipo di relazione, mi sentivo insicura, debilitata, accantonai Tinder e mi dedicai a cercare di riesumare il mezzo cadavere che sentivo di essere diventata. Passarono le vacanze di Natale, durante le quali partii per un ritiro con altri amici appartenenti sempre alla cerchia dei frequentatori di Schwelle7, il che mi fu decisamente d’aiuto per riprendere ad avere un po’ di fiducia in me.

Al mio ritorno si fece risentire inaspettatamente il giovane Dj con un invito per quel party a tratti deludente di cui parlavo prima.

Mi chiese di iscrivermi ad un sito per poter riservare un posto nella lista invitati, un sito che raccoglie sia tutti gli eventi e i clubs di Germania, Austria e Svizzera ma anche i profili personali degli iscritti, così è possibile sia rimanere informati su quello che succede attorno ma anche perpetrare ed essere soggetti a ripetuti tentativi di abbordaggio.

Creai un profilo, mi iscrissi all’evento.

Ero uscita dalla terribile storia dei cinquantenni problematici ed incerti tremendamente disgregata, e dopo qualche mese di oscurantismo e ritiro dalle scene ecco che tornavo ad  aprire le mie porte attraverso una sorta di ribalta, mi sentivo più forte, stavo lottando per la mia sopravvivenza, avevo qualcosa da ricercare.

Parallelamente a questo notavo come molte delle richieste che stavo ricevendo provenivano stavolta da uomini giovani, anche meno che trentenni.

Qualcuno voleva essere a tutti i costi il mio slave, qualcun altro mi inondava di foto del suo cazzo torturato allo sfinimento, altri mi elogiavano per la mia presunta sicurezza dominante, ma quasi tutti erano dei giovani uomini in crescita desiderosi di misurarsi con l’immagine (perché poi da qualche foto, le mie tra l’altro neanche troppo erotiche, messe lì in bella vista su un sito di eventi-incontri cosa vuoi capire?) di me come donna forte e sicura che si creava nella loro fantasia.

Ce n’era per tutti i gusti, l’universitario curioso di fare qualche esperienza nel BDSM, qualcun altro attratto dall’idea di farsi legare, il giovane annoiato desideroso di provare il mio delizioso strap-on nel suo prezioso didietro e via discorrendo.

In poco più di un mese, tanto per farvi capire la portata dell’appetito anche piuttosto generico (visto che è abbastanza ovvio che non sono mai stata questa strafiga da competizione) della popolazione germanica il mio profilo aveva ricevuto quasi 2000 visite, corredate da una buona caterva di messaggi privati molti dei quali mi omaggiavano di immagini di peni di varie dimensioni e forme, chiappe aperte con ani dissacrati da diverse tipologie di dildi, foto di uomini sconosciuti incatenati e imbavagliati e molte richieste di appuntamenti.

Decisi di sceglierne uno tra tutti col quale passare del tempo a fare pratica di sadismo e sottomissione di poveri giovani malcapitati, quello che mi sembrava il più disponibile ad accogliere tutta la possibile manifestazione della mia cattiveria latente, mi aveva mandato alcune foto con un cartello che aveva scritto a mano dove diceva di essere il mio slave, con il suo nome, naturalmente con lui nudo sullo sfondo.

Ventinovenne anche lui, biondo, slavato, faccino angelico.

Che carino, pensai.

Ci incontrammo nel solito locale con la saletta semi-privata la prima volta, al Quälgeist, notai immediatamente come gli piacque particolarmente essere legato e preso a schiaffi e palettate nel sedere, gradiva particolarmente il fatto che gli sedessi in faccia e che lo insultassi continuamente. Gli piacque molto anche il mio black plastic friend, il delizioso strap-on col quale lo penetrai svariate volte, l’espressione del suo volto mentre era sdraiato a pancia in su, legato, gambe aperte e penetrato mi diede così tanta soddisfazione che decisi di sedermi anche sul suo (neanche tanto male come forma e dimensione) cazzo, e regalargli la gioia di essere usato per il mio semplice e puro piacere.

Lo avevo fatto vestire da donna per entrare in quel locale, gli avevo dato un mio vestito nero fatto a rete, provai anche molta soddisfazione nel vederlo sedere, dopo che era stato  legato, penetrato e ammorbidito dal mio fallo desideroso di profanare i pertugi di fortunati giovani e delicati uomini, sui divanetti della zona bar accanto a me, con la mia mano destra appoggiata sulla sua coscia, con l’aria ancora spaesata.

Ci incontrammo ancora un paio di volte in albergo,  finché mi resi conto che l’ostacolo emotivo stava prendendo il sopravvento, non tanto sul mio versante quanto da quello del mio giovane nuovo partner che si trovava impossibilitato ad esprimere anche un solo gesto di condivisione emozionale (cosa che ritroverò più avanti anche in qualcun altro) , negli ultimi due appuntamenti in albergo, dopo essere stato legato, umiliato, castigato e penetrato la reazione tipica era prendere in mano il telefono e guardare video su YouTube, magari ancora disteso sul letto.

La seconda volta gli chiesi un po’ più di intimità, che sò…un abbraccio, due carezze, mi rispose che si sentiva bloccato, che queste cose lui le riservava soltanto ad una possibile fidanzata.

Ed io cos’ero nella sua mente? Una sex worker gratuita? Una prostituta di passaggio? Qualcuna che lo stava facendo divertire giusto per fargli passare qualche ora in allegria? O avrebbe voluto che fossi la sua fidanzata così da sbloccare questo livello di comunicazione più intima?

La rabbia sul momento mi rese immobile, poi pian piano metabolizzai la cosa e lo spedii all’inferno.

Ne arrivarono degli altri, sembra assurdo ma bastava chiudere le connessioni con qualcuno che immediatamente dopo, ed intendo proprio il giorno dopo, arrivava una sorta di rimpiazzo, qualcun altro che si proponeva come slave, o rope bunny.

Non sono uscita con tutti naturalmente, ho giusto testato qualcuno a campione.

Col passare del tempo lo slave che si era proposto all’inizio col cartello col suo nome, quello che si girava appena finito di giocare a guardare i video su YouTube, si fece risentire.

Costernato e desideroso di farsi perdonare in qualche modo, in puro stile “ho fatto qualcosa di brutto, puniscimi duramente” si prostrava, virtualmente almeno, per essere accolto di nuovo sotto l’ampio mantello di pazienza e perseveranza che ho scoperto di possedere con le persone.

Ci riprovai, decidemmo che ci saremmo visti stavolta a casa sua, avrei dovuto prendere il treno e farmi due ore di viaggio perché tra l’altro abitava piuttosto fuori Berlino, comprai il biglietto ma mi preparai comunque a qualche intoppo sempre di natura emotiva, le persone ed i loro sentimenti non cambiano da un giorno all’altro ed i blocchi emozionali necessitano anni per essere digeriti ed elaborati.

Tanto il biglietto del treno avrei potuto cancellarlo e farmi restituire tutta la somma se lo avessi fatto fino a 24 ore prima della partenza, per cui…

E difatti, il giorno precedente l’appuntamento, ci scambiammo una serie di messaggi dove mi diceva che non si sentiva sicuro, che sarebbe stato meglio se non ci fossimo visti, che aveva paura di non potermi dare quello che volevo.

Io ci misi poco ad acconsentire a non vederci, ma ci rimase subito male, sbottando come se si aspettasse invece che fossi io ad insistere per vederci nonostante il suo rifiuto.

Ma decisi di continuare con la linea dura, niente appuntamento.

Lo mandai di nuovo all’inferno, rimproverandolo per l’infantilità con la quale si stava rapportando a me, e gli dissi che i suoi capricci non erano più un mio problema.

Svanì nel nulla.

Giuro, il giorno dopo venni contattata da un promettente ventiduenne studente universitario, carino, gentile, un po’ magro per i miei gusti, ma carino.

Scambiammo qualche messaggio per qualche giorno, dopodiché decidemmo che ci saremmo visti almeno per un caffè.

E così fu, ci incontrammo, ci sedemmo al tavolo di un bar su un incrocio del quartiere di Schöneberg, chiacchierammo cordialmente per un paio d’ore, poi mi invitò a casa sua , o meglio, allo studentato-dormitorio nel quale aveva una piccola camera.

E ci andai, per consolarmi delle lagne lamentevolmente giunte da parte del petulante slave dei giorni precedenti e non me ne pentii affatto, tanto che la settimana successiva ci vedemmo nuovamente, anche se per poco tempo.

E la settimana dopo ancora.

Tra la seconda e la terza volta nelle quali mi vidi con lo studente si affacciò ad una delle  mie finestre social-kinky un altro giovane rampante in cerca di misurare la sua forza con una donna, almeno all’apparenza e/o nella sua fantasia, più forte e dominante, un ventottenne stavolta.

Dai messaggi e dalle foto che scambiammo rimasi folgorata di nuovo, come quella volta che mi arrivò la foto mezza nuda del Dj nello spogliatoio della palestra.

Mai stata contattata da un ragazzo così bello, di una bellezza per me disarmante direi e ancora una volta mi domandai che cosa avrei dovuto fare, come reagire ad una richiesta del genere, a quale forza interiore dovevo aggrapparmi per approcciare un tale esemplare di giovane uomo in cerca di avventure senza sentirmi a disagio.

La risposta fu…sii te stessa, fine.

Lo fui, ci incontrammo, pranzammo assieme, lui voleva essere dominato e sottomesso, legato e immobilizzato, sentirsi indifeso.

Mi disse che aveva il tabù delle esperienze troppo emotive, cercava una presenza femminile “cattiva” che lo trattasse male così da non tirare in ballo alcun sentimento o giusto per evitare l’attaccamento a qualcosa che nella sua mente lo avrebbe trattenuto dal fare nuove esperienze e di rimanere aperto e focalizzato su sé stesso.

Da quel primo incontro non potei invece fare a meno di percepire quanto fosse emotivamente vulnerabile, e la cosa strana era che stava cercando qualcuno che gli facesse “del male” per gioco, che lo ferisse, che lo facesse sentire usato.

Si aspettava anche che lo portassi il giorno stesso a casa mia per passare il pomeriggio assieme, ma io condivido l’appartamento con una famiglia, c’è un bambino piccolo di due anni, non mi piace l’idea di portare persone del genere a casa per giochi erotici più o meno torbidi.

Convenimmo che il giorno seguente ci saremmo potuti vedere a casa sua, lui era arrivato a Berlino da meno di un mese ed aveva magicamente trovato una stanza dove alloggiare per i 6 mesi successivi.

Quando ci salutammo, quel primo giorno, si sporse verso di me per un abbraccio e il linguaggio del suo corpo cominciò il discorso che avremmo affrontato il giorno successivo, ma non fu un buon inizio, l’abbraccio che mi diede era mezzo vuoto, quasi inconsistente.

Il mantra che mi ripetevo in testa era solo “sii te stessa, sii te stessa”.

Mi chiese però di continuare a scambiarci messaggi quella sera prima dell’appuntamento del giorno seguente, per approfondire la conoscenza, per capire come affrontare la sessione di gioco o forse giusto per avere qualcuno con cui chiacchierare.

Gli chiesi cosa ne pensasse del nostro incontro, lui mi fece un sacco di complimenti, si mise a fantasticare su cosa avremmo potuto fare assieme, mi propose una sorta di gioco di ruolo dove io sarei dovuta essere la donna più grande, naturalmente malvagia, che voleva rapirlo, poi ci demmo la buona notte.

Il giorno successivo mi diressi verso casa sua con la mia borsa degli attrezzi.

Dentro portavo le corde, la rotella metallica di Wartenberg, stecche di bambù e un paio di paddle per spanking e basta, viaggiavo leggera e basica direi.

Cominciammo presto, la prima impressione fu quella di estrema passività, quasi svenevole, poche reazioni, ad ogni passaggio di corde che appoggiavo anche violentemente sul suo corpo c’era qualcosa che non gli andava, mi chiedeva di aggiustarle, di metterle in un’altra posizione, si lasciava manipolare, si godeva anche le mie attenzioni ma la risposta era solo di natura passiva, fin troppo arrendevole.

Per me è come prendere a pugni l’aria, se non c’è nulla dall’altra parte non riesco a misurare la mia forza, se affondo in un cuscino pieno di piume sprofondo, non mi sento sostenuta nel viaggio nel quale sto portando me stessa e l’altro ad esplorare nuovi territori.

Lo legai ma sembrava trovarsi in difficoltà tra le corde, non era molto avvezzo al dolore fisico e mi chiedeva in continuazione di spostare o allentare la legatura, cosa che spezzava completamente il flow della sessione.

Cercai di non forzare troppo, d’altronde non tutti riescono a sopportare una esperienza forte, almeno all’inizio, per cui dopo qualche tentativo lo slegai, passando a qualcosa di diverso.

Decisi che era il momento di prendere in mano la paletta col manico lungo e giocare un po’ con i suoi capezzoli, punendolo ogni volta che si ritirava da quelle sollecitazioni. Una chiusura di braccia…una forte palettata sul sedere.

Gli torturai anche cock&balls con lo stesso strumento e la cosa sembrava piacergli da morire, tanto che continuai mentre gli mordevo insistentemente collo ed orecchie.

Ma lui se ne stava lì, erezione in corso ma non uno stramaledettissimo soffio di energia vitale nelle vene, gli dissi in un orecchio che non stava reagendo molto ma lui mi disse con sguardo dolce e sornione che si stava godendo quello che stavo facendo.

Ecco, in quel momento mi sembrò che fosse lui ad usare me per il suo piacere, e non il contrario.

Mi innervosii e decisi di sedergli in faccia.

La natura fece il suo corso, lo sentii applicarsi un po’ di più in questo caso, mi afferrò addirittura le chiappe con le mani e percepii una certa predisposizione alla lappatura.

Inarcai completamente la schiena ad un certo punto, finché l’onda nata giù nelle profondità della caverna cominciò a risalire la parte superiore del mio corpo fino ad arrivare in gola, ed uscire (sommessamente purtroppo visto che il suo coinquilino era da poco rientrato a casa) con un suono leggermente crescente.

Mi lasciai andare sdraiandomi sul suo corpo, ancora mezza seduta sulla sua faccia, ansimante e leggermente sudata.

Quando tornai completamente a sedere e discostai il mio trionfante sedere dal suo viso lo vidi sorridere, sempre con quello sguardo dolce e languido, uno degli sguardi più stranamente sereni che abbia mai visto.

L’andatura fin troppo arrendevole di quel partner però mi lasciò comunque insoddisfatta da qualche parte, tanto che me ne andai da casa sua poco dopo essermi goduta la comoda seduta.

Mi salutò sulla porta con un altro mezzo abbraccio, stavolta mi sembrò di essere stata abbracciata da un fantasma tanta era la mancanza di qualsiasi vibrazione vitale.

Fuggii quasi a gambe levate.

Gli mandai un paio di messaggi in seguito, ma le risposte furono più deludenti e vuote dell’approccio fisico, mi disse che dalla prima volta che c’eravamo visti in lui non era scattato alcun “click” e che il suo problema era di non riuscire ad essere onesto con le persone quando c’era qualcosa che non andava, per cui non mi aveva detto nulla sul momento ma aveva deciso di voler giocare comunque con me.

Ci rimasi male,peccato perché secondo me con un po’ di impegno le cose potevano farsi interessanti, ma evidentemente in quel momento non era il caso di insistere.

Incredibile ma vero, il giorno dopo lo slave insicuro e piagnucoloso (quello del cartello e dei video di YouTube aftersex per intenderci) mi scrisse di nuovo, chiedendomi di parlare.

Ed è roba di pochi giorni fa, le cose non si sono dispiegate ancora, abbiamo scambiato qualche messaggio, sempre per via virtuale al momento, ed ho ricevuto di nuovo l’invito di andare a casa sua perché vuole assolutamente dimostrarmi una completa sottomissione.

Che faccio stavolta, lo prendo il biglietto del treno?

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Uno Strap-on tra amiche

C’è un negozio a Berlino, anche se forse la semplice denominazione di negozio non gli si addice completamente (visto che somiglia di più ad un magazzino), dove vengono tenuti in bella vista e naturalmente venduti (prevalentemente online) centinaia di articoli per BDSM. Non è il solo punto vendita della città di articoli per BDSM naturalmente, ma è il primo dove mi hanno portata. È un posto molto spartano, vi si accede da un grande portone bianco di metallo che dà su una strada secondaria del quartiere di Neukölln, non lontano dalla fermata della metropolitana. Per arrivarci però bisogna sapere dov’è, dal momento che non è visibile dalla strada e non ci sono grandi insegne sul portone tranne un piccolo cartello nero con la scritta rossa posto in alto, a non meno di due metri e passa.

Ma anche una volta attraversata quella soglia bisogna comunque passare attraverso due cortili comunicanti, finché, arrivati in fondo, ecco che una grande insegna e vari cartelli con foto di giovani e belle ragazze nude che posano in maniera provocante con fruste e collari in pelle in bella vista segnalano di essere arrivati a destinazione.

Ma non solo, nello stesso cortile c’è anche un piccolo club e una specie di servizio camere ad ore, camere e club naturalmente addobbati in puro stile BDSM.

Mi ci hanno portata in quel posto, si, come vuole la tradizione, mi ci hanno portata per la prima volta a fare le cosacce sui divanetti in pelle nera del piccolo club, le cui pareti rosse e nere sono adornate da catene e qualche specchio, dove il bancone del bar ha di fronte una vetrina contente dildi di varie misure, pinze per capezzoli ed una piccola sex machine e dove le persone si incontrano anche solo per bere qualcosa e parlare, mentre magari qualcuno accanto a loro viene legato, frustato o appeso in sospensione tramite corde ad uno dei ganci pendenti dal soffitto, o magari preso a schiaffi nel sedere, magari con una paletta di legno traforato.

C’è anche un piano sopraelevato in quel club, al quale si accede tramite una piccola scala, dove è possibile trovare una gogna, un materasso gonfiabile, una gabbia ed altri strumenti di tortura. C’é anche un piccolo gabinetto medical, per chi ama giocare al dottore.

Tutto il complesso ha naturalmente un unico proprietario, ed è chiamato Fetish Hof (Cortile Fetish).

Una volta, mi raccontò una delle commesse, scoppiò malauguratamente un incendio nell’edificio che ospita il negozio-magazzino, che devastò completamente tutto quello che c’era al primo piano, al tempo anch’esso adibito a spazio vendita. Ultimamente però, mi disse, stavano facendo dei lavori per rimetterlo a nuovo ed in funzione come spazio show room, dove tenere anche vestiti ed accessori più ricercati.

Fatto sta che dopo aver frequentato piuttosto spesso quel piccolo club, i suoi divanetti ed il suo materasso gonfiabile assieme a quel primo accompagnatore cominciai a frequentare anche il negozio, alla ricerca di possibili strumenti che potessero ampliare le mie possibilità di gioco anche con altri partner.

Comprai dapprima un flogger, nero, poi delle pinze dentate per capezzoli, un anal plug di silicone (sempre nero, ci tengo a seguire uno stile) e via via altri simpatici attrezzi come la rotella di Wartenberg o una paletta per spanking,  finché un giorno la mia attenzione si posò su una serie di strap-on messi in bella vista vicino alla cassa.

Non erano molti, tre o quattro forse, ma quello che mi colpì fu l’accessibilità del prezzo, e né la fattura né la forma sembravano risentirne.

Ne presi in mano uno, tirandolo fuori dalla scatola e me ne innamorai subito.

Malgrado però l’accessibilità del prezzo non lo comprai, decisi che quella sarebbe dovuta essere la spesa extra per gli accessori del mese successivo, visto che le mie risorse economiche brancolavano spesso nel buio più totale e centellinare ogni singolo spicciolo era all’ordine del giorno.

Il mese successivo decisi che non era ancora giunto il momento di fare quella spesa, purtroppo altre priorità economiche presero il sopravvento.

Ma ci ripensavo spesso a quello strap-on, a quella scatola, con l’immagine di una bionda selvaggia che ne indossava uno e alla sensazione tattile che ricevetti quando lo presi in mano la prima volta.

E gelosamente pensavo che magari nel frattempo qualcun altro se ne sarebbe potuto innamorare, qualcuno magari con più disponibilità economiche di me che non ci avrebbe pensato due volte prima di portarselo a casa sotto braccio, in attesa di mille nuove piccanti avventure.

Una volta tornai anche nel negozio al Fetish Hof, accompagnavo un amico a cercare un anal plug, e lo vidi ancora lì, ancora imbustato nella scatola con la bionda stampata sopra, tette al vento e strap-on al pube.

E sotto sotto speravo che fosse arrivato il momento nel quale avrei finalmente avuto la possibilità di appropriarmene debitamente.

Finché un bel giorno, credo fossero passati un paio di mesi, con un po’ più di soldi del solito in tasca decisi di andare a sincerarmi della presenza o meno di quel tanto desiderato oggetto al Fetish Hof.

Con mio grande gaudio, appena entrata, lo vidi ancora appoggiato lì, al lato della cassa, e senza troppo tergiversare mi diressi verso quella scatola, la presi simulando una vaga innocenza e la poggiai direttamente sul bancone, senza pensarci due volte.

La commessa (ma credo fosse più che una semplice commessa), una donna sulla cinquantina sempre sorridente che non parlava una parola di inglese mi disse qualcosa ridacchiando, io annuii tirando fuori il portafoglio e infilando la scatola dello strap-on nello zaino.

Pagai, e scivolai fuori con aria di trionfo.

Ne seguirono esplorazioni e sperimentazioni solitarie, durante le quali studiai con attenzione ogni singola parte, ogni movimento possibile, la resistenza e le possibili applicazioni dello strumento.

Poi venne la volta delle sperimentazioni con i soffici e delicati pertugi altrui, al tempo frequentavo un uomo masochista over 45 decisamente ancorato alla sua fase anale, e se fino ad allora le nostre esplorazioni erano basate su giochi con plugs e mani rivestite da guanti di lattice nero (sempre per tener fede al mio stile fondamentalmente dark) era venuto invece il momento di passare a qualcosa di più incisivo e penetrante, ecco.

Ed i risultati furono molto interessanti, tanto che cominciò a crescere in me il desiderio di praticare quella prelibata arte molto più frequentemente.

Ma la soddisfazione più grande per me arrivò qualche tempo dopo, ero partita assieme ad un gruppo di amici per un ritiro sex-friendly nell’entroterra polacco, in una stupenda enorme casa che per quel periodo, un paio di settimane, sarebbe stata completamente a disposizione nostra e dei nostri desideri più nascosti.

Portai alcuni dei miei strumenti con me, le corde naturalmente, la paletta da spanking e lui, il mio black harnessed penis (si, nero anche lui) plastic friend.

Il ritiro fu stupendo, oltre ai miei amici conobbi sul posto anche altre persone che erano arrivate da diverse città per convolare verso la condivisione di quella esperienza così a tratti estrema e particolare.

Tra loro c’era una ragazza più giovane di me, ma anche più alta, e più in carne, gentile, disponibile, educata e rispettosa, con la quale scoprii ben presto essere un piacere anche semplicemente parlare e condividere pensieri ed impressioni, nonché qualche racconto delle nostre vite passate e di come fossimo arrivate a vivere quella vita.

Condividemmo due o tre partner durante il soggiorno, uno dei quali era stato il suo ragazzo in passato.

La cosa non sembrò intaccare minimamente il rapporto che si era instaurato tra noi, ne parlammo liberamente davanti al fuoco del camino in uno dei giorni nei quali fuori stava nevicando, raccontandoci con estrema sincerità come stavano le cose.

I giorni passarono, io avevo già sfoggiato il mio black plastic harnessed friend a tutti almeno un paio di volte durante le piccole festicciole che erano state organizzate  spontaneamente, ma l’uso che ne avevo fatto era stato limitato, soltanto per costringere uno dei partecipanti al ritiro alla sottomissione attraverso l’umiliazione di doverlo prendere completamente in bocca, mentre lo stavo dominando assieme ad un’altra stupenda Mistress piena di idee geniali (magari scriverò qualcosa dedicato esclusivamente a quell’esperienza).

Durante uno degli ultimi party la ragazza con la quale avevo legato durante il ritiro mi chiese di poter vedere da vicino il mio black harnessed friend, incuriosita dall’atteggiamento con cui lo avevo indossato.

Eh si perché indossare uno strap-on ti cambia la postura, la camminata, l’atteggiamento, cambia completamente tutto, anche il modo di guardarti intorno e di adocchiare le possibili prede.

Incredibile la sensazione che si prova, credetemi.

Glielo porsi, lei lo prese in mano, ne testò la consistenza, la texture venosa della superficie, poi fece per ridarmelo.

Io la invitai invece ad indossarlo.

Sorpresa, ma sotto sotto felice, mi chiese di aiutarla, cosa che feci ben volentieri.

Una volta indossato stava benissimo, le donava davvero molto, era come se si fosse sentita subito a suo agio.

Mi chiese di poterlo tenere per una sessione di play fight che stava per cominciare, ma fui troppo spaventata dal fatto che potesse essere danneggiato durante quella “lotta” selvaggia, per cui le dissi di no.

Le dispiacque ma capì.

Passò poco tempo dalla sessione di play fight e ci ritrovammo assieme ad un’altra donna ed al suo compagno seduti ad uno dei tavoli del refettorio, dapprima a bere qualche bicchiere di vino, poi cominciammo lentamente (un po’ brilli a dire la verità) à giocare assieme.

Fu una delle poche volte durante le quali mi lasciai andare nel ruolo di “ricevente”, lasciai che mi legassero i polsi ad una delle colonne della grande sala principale, che mi frustassero (ma giusto un pochettino eh), lasciai che mi toccassero le tette, che mi annusassero, facessero il solletico, che mi sdraiassero di forza su di un materasso e poi cominciassero a togliermi gli ultimi indumenti rimasti, per poi cospargermi d’olio ed iniziare a massaggiarmi.

Ed eccomi lì, tre donne ed un uomo, io coi polsi legati nuda sdraiata su di un materasso cosparsa d’olio da massaggio e i restanti partecipanti al gioco che mi scivolavano addosso, con le mani, i gomiti, i piedi, finché l’altra donna cominciò a toccarmi nelle parti intime, tra le gambe, fin dentro le labbra per poi scivolare di nuovo fuori e titillarmi il clitoride.

Dio che sensazione…c’e poco da fare…essere toccata da una donna è completamente diverso dall’essere toccata da un uomo, sembra scontato e banale ma…è così.

La cosa sfumò in un profondo massaggio lì per lì senza alcun “happy ending”, lasciandomi però alla fine piuttosto desiderosa di esternare la mia particolare eccitazione.

La mia amica notò questa cosa e mi chiese se avesse potuto fare qualcosa per me.

Naturalmente le dissi di si e le chiesi di prendere il mio strap-on dalla borsa, io ancora grondavo d’olio per metterci le mani dentro senza inzaccherare ogni cosa, le chiesi di indossarlo e di scoparmi, senza mezzi termini.

Sul momento non sembrò molto convinta, poi invece si alzò dal bordo del materasso sul quale ancora ero sdraiata nuda e unta e si diresse verso la mia borsa di pelle rossa, quella dove sono solita tenere gli attrezzi.

Indossarlo stavolta non le fu difficile ed un un attimo era sopra di me che cercava di muoversi assieme a quella parte nuova di sé per allargarmi le gambe e penetrarmi.

I suoi movimenti erano fluidi, morbidi ma decisi, sembrava piuttosto a suo agio nel brandire quella nuova estensione del suo corpo, sembrava addirittura più a suo agio di alcuni uomini con i quali avevo avuto a che fare durante la mia vita. Il che mi stupì profondamente.

Ad un certo punto però le chiesi se potesse sdraiarsi, così da darmi la possibilità sedermi sopra di lei, per me (come credo per molte) la classica posizione del missionario è piacevole fino ad un certo punto, poi diventa più che noiosa e inconcludente.

Si sdraiò al posto mio, era nuda anche lei e quel black plastic harnessed friend le donava tantissimo.

Non ci misi molto a prendere le misure e a sedermi con piacere su quel pezzo di plastica che ora era animato dalla forza vitale di una giovane donna desiderosa di possedere, anche per poco, un tale strumento di piacere e di usarlo con generosità.

Sentii la mia carne scivolare su quella plastica nerboruta e rigida, complice l’olio da massaggio con il quale ero stata debitamente stimolata poc’anzi, il che mi diede una forte gamma di sensazioni nell’arco di pochi istanti.

La mia dolcissima amica da sotto continuava a spingere morbidamente verso di me col bacino, cosa che mi dava la possibilità di andarle incontro col mio peso per far arrivare il nostro black plastic harnessed friend fin dove potesse arrivare, finché una piccola scintilla nata nella profondità del mio grembo cominciò a crescere di intensità, mentre cavalcavo sempre più velocemente quella deliziosa cavalcatura, comincio`ad espandersi e a riempirmi di intenso calore tutto il ventre, ed inarcando la schiena risalì per tutto il petto, fino in gola, per esplodere in un gemito sinuoso che percorse lo spazio della grande sala per intero, riempiendo le orecchie dei presenti, impegnati a loro volta nei loro giochi. Eh si perché nel frattempo tutti gli altri partecipanti al ritiro stavano facendo più o meno quello che stavamo facendo noi nella stessa sala, divertirsi e condividere qualcosa di molto eccitante.

Fu davvero bello, gratificante, intenso.

Dopo quella enorme scarica energetica che aveva attraversato il mio corpo per intero mi sdraiai per un attimo sul corpo della mia amica, il mio seno andò a posarsi sul suo, il respiro ancora affannoso faceva in modo che mi alzassi e abbassassi come una barca che scivola sulle onde. Ci abbracciamo, la sensazione di essere stretta al petto di un’altra donna non è comparabile con quella di essere stretta al petto di un uomo, sono due mondi completamente diversi, almeno per me.

Ci guardammo e scoppiammo a ridere, io le chiesi come si era trovata a brandire quel fallo imbragato di plastica e lei mi rispose che la cosa aveva acceso un qualcosa dentro di lei, che le aveva rivelato una passione fino ad allora sopita o nascosta.

Mi disse che ne avrebbe voluto comprare uno per sé ma che non aveva con chi praticare nella sua città (purtroppo al momento abitiamo in due Stati diversi), il consiglio che le diedi fu di comprarne uno intanto, ché i pretendenti sarebbero arrivati di conseguenza.

Tempo dopo, tornate nelle rispettive città, mi scrisse dicendo che aveva fatto un ordine presso uno shop online, mandandomi la foto di quello che aveva comprato.

E c’era molto di più di un semplice strap-on, c’era una imbracatura con due falli di ricambio e un anal plug, ed una foto di lei mentre indossava un altro black plastic harnessed friend molto simile al mio.

Che soddisfazione.

Abbiamo appuntamento la prossima estate per vederci ad un festival, le ho chiesto naturalmente di portare i suoi nuovi giocattoli.

Non vedo l’ora.

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Sul Dolore Consensuale

Perché è considerato così scandaloso dal resto della popolazione, che non è interessata o non ricerca attivamente questa condizione, che una porzione di umanità ricerchi invece in maniera deliberata il piacere e l’appagamento attraverso il dolore?

Che tabù si cela dietro questa condizione?

Il dolore è sicuramente qualcosa di fisiologico, ma nella sua comparsa e nella risposta degli individui non mancano certo anche le componenti energetiche, emozionali e psicologiche.

Da tempo mi occupo di bodywork ed il mondo del BDSM ha sempre esercitato un grande fascino sul mio immaginario. Approdare alla possibilità di viverlo in prima persona qui a Berlino sta plasmando la mia percezione di come, in maniera consensuale, la pratica di stimolazione consapevole attraverso il dolore renda le persone appagate, di come crei legami forti e profondi, di come intessa trame di complicità emozionale difficili da riscontrare altrove.

Ricevetti una risposta semplice ed eloquente a questi interrogativi una notte mentre mi trovavo al KitKat, una discoteca sex-friendly molto famosa a Berlino (ma non solo) assieme ad un’amica.

Eravamo lì per festeggiare il suo compleanno, più precisamente eravamo lì perché il suo regalo di compleanno da parte mia era del tempo da dedicarle per giocare assieme. Non che il KitKat sia il posto migliore al mondo dove praticare BDSM, ma mettiamola così, lo fanno in molti e noi serviva uno spazio dove poterlo fare in santa pace quella sera.

Ci fermammo su un grande divano circolare in una delle sale antistanti la sala principale, quella con la pista da ballo, c’era ancora poca gente e la serata stava iniziando allora.

Tirai fuori le mie corde, una paletta da spanking e la rotella metallica di Wartenberg, tutto messo lì in bella vista sul divano, e cominciai una piccola lotta con la mia amica, cercando di afferrarle i polsi e legarli, il che avvenne dopo poco. Le strinsi le braccia al petto, cominciai ad avvolgere la corda attorno alla parte alta del corpo, le bloccai completamente gli arti superiori, la costrinsi a sdraiarsi su un fianco e presi a sculacciarla. Lei si contorse, gridò, io le afferrai una caviglia e la legai alle corde già presenti sul torso, piegandole la gamba all’indietro, il che espose tutta la parte anteriore del corpo alla mia vista. Legai anche l’altra caviglia nello stesso modo, il che mi diede accesso completo alla sua pancia, alle anche, al pube.

Nel frattempo una piccola folla si era radunata lì attorno, qualcuno sghignazzava sotto i baffi, qualcun altro cercava di esplorare con lo sguardo i centimetri di pelle scoperta del corpo della mia amica in cerca di qualche particolare ancora più piccante, qualcun altro sembrava volersi mettere in fila per essere il prossimo da trattare.

Il mio regalo di compleanno durò una mezzoretta, durante la quale un visitatore tra tutti sembrava essere più interessato degli altri, lo vedevo deambulare continuamente lì attorno, guardarci mentre era appoggiato ad un angolo, sedersi all’altro lato del divano circolare, toccarsi insistentemente le braccia come se bramasse di essere toccato a sua volta da qualcun altro.

Finimmo la sessione, ne seguirono baci, abbracci, carezze e sfregamenti saffici, poi ci spostammo nella sala grande, la serata, e la musica, erano iniziate.

Non sono mai stata famosa per le mie incursioni selvagge da tigre danzante del dancefloor, piuttosto per fermarmi a giacere in posizioni improbabili a mo’ di leone pigro e sfatto adagiato sui divani adiacenti, per cui anche stavolta, seguendo la mia natura, mi fermai a sedere con la borsa degli attrezzi a fianco su uno dei divani in pelle nera posizionati in maniera random tutto attorno al perimetro della grande sala.

La mia amica stava danzando poco distante da me, quando notai lo stesso visitatore deambulante che poco prima girava attorno al divano circolare durante la nostra sessione di corde stazionare proprio lì davanti a noi, da solo, mentre con poche movenze dei piedi (piatti tra l’altro) accennava una simil danza statica sul posto, quasi a voler dissimulare la noia che probabilmente lo stava pervadendo senza dare però troppo nell’occhio, cercando di confondersi tra la folla facendo quello per cui le persone principalmente andavano in quel posto, ovvero ballare, forse.

Due o tre passettini al lato, altrettanti per tornare alla posizione di partenza, poi una rapida occhiata di sfuggita girando solo la testa a me e alla mia amica poco distante, ed ecco che la richiesta implicita divenne esplicita. Lo notò anche la mia amica, che venne immediatamente da me per condividere quella sensazione, convenimmo sul fatto che quel giovane, anche molto carino tra l’altro, non aspettava altro che cadere preda delle nostre dolci e (poco, almeno le mie) delicate manine. Decidemmo che dovesse essere lei ad adescarlo.

Gli andò vicino, sussurrandogli qualcosa all’orecchio e passandogli morbidamente un braccio attorno alle spalle, ed in meno di un minuto me lo ritrovai lì davanti, in piedi, bottiglia di birra ancora in mano e la mia amica al suo fianco che lo teneva per un braccio, che ci chiedeva con aria innocente di essere legato e sottomesso.

Era davvero un bel ragazzo, occhi chiari come il ghiaccio, capelli ricci e scuri, corti, canottiera nera e jeans attillato, magro ma in forma, spalle larghe e fianchi stretti.

Io ero rimasta seduta con aria matronale sul divano per tutto il tempo, entrambi ora sostavano in piedi lì davanti a me.

La mia amica cominciò a ronzargli  intorno come un’ape ronza su un succulento fiore traboccante nettare dorato, lo approcciò dapprima slacciandogli la cintura, gli abbassò poi lentamente i pantaloni, gli tolse la canotta nera…mentre io presi in mano con fare deciso una delle mie corde di canapa, facendola scivolare tra le dita, sbattendola sul palmo della mia mano, mentre aspettavo che la complice di questa deliziosa azione estemporanea mi portasse il frutto della sua ammaliante conquista, consegnandomi quel delizioso e fresco  bocconcino da trattare a dovere e gustare poi assieme.

Non oppose alcuna resistenza quel ragazzo, si lasciò tranquillamente spogliare, si lasciò sdraiare sul divano.

Gli presi con forza i polsi e con pochi giri di corda glieli bloccai al petto.

Lui chiuse delicatamente gli occhi, mentre la mia amica lo stava carezzando in fronte, baciando, sfiorando con le sue stupende e affascinanti preziose mani affusolate sulle cui unghie aveva steso quella sera uno smalto brillante rosso fuoco.

Riservai anche a lui più o meno lo stesso trattamento che avevo riservato alla mia amica, caviglie legate e incaprettamento completo, stavolta però portai e bloccai le sue ginocchia al petto.

Le mie corde solcavano il suo corpo strette, profonde, ad ogni giro provocavano un sussulto, supportato dalle carezze amorevoli della mia complice che aveva le sue mani ancora attorno alla testa di quella preda, e in poco tempo il bocconcino fu quasi completamente bloccato, chiuso, stretto nella morsa del ragno.

Lo girammo, terga al vento, gli abbassai le mutande per esporre le sue natiche alla vista di tutti, mentre la mia amica gli conficcò più e più volte le unghie laccate di rosso nella schiena, graffiandolo, segnandolo di rosso, come se le segnature che già le corde stavano intessendo sulla sua pelle non fossero abbastanza.

Un bel culetto, davvero. Qualche schiaffo per scaldare la zona, poi venne decisamente il momento di adoperare la paletta da spanking che tenevo ancora sedata lì accanto.

Cominciai a colpirlo dapprima piano, con calma, poi in un crescendo di follia pervasiva mi lasciai trasportare da un fuoco irrazionale, la traiettoria che il mio braccio percorreva era molto ampia, durante la quale il gesto prendeva forza, potenza, per arrivare a schiantarsi violento su quelle morbide natiche indifese.

Pochi i gemiti che il nostro ospite emetteva, sembrava proprio che avesse una forte resistenza al dolore, mentre la sua pelle pian piano, colpo dopo colpo, diventava scura, viola, segnata da lividi sempre più evidenti. Mi domandai se mai quel ragazzo fosse in grado di dire “basta”, se conoscesse i suoi limiti o se li stesse esplorando in quel momento  o addirittura  ignorando, ma per evitare danni, visto che non lo conoscevamo e non ero a conoscenza dei suoi limiti, decisi di fermarmi lì. Ancora carezze, bacetti della mia amica sulla nuca, grattini di unghie pittate di fuoco, il respiro del ragazzo in quel momento era naturalmente accelerato, ansimante, il corpo madido di sudore.

Cominciai a slegarlo pian piano, per farlo tornare lentamente allo stato di quiete.

Lui sorrise, sembrava felice, cercò immediatamente i suoi vestiti e la sua bottiglia di birra, che era rimasta lì sul tavolo poco distante.

Cercai immediatamente un contatto verbale, gli chiesi come stava, come fosse andata durante la sessione, come si era sentito durante quella esperienza.

Mi rispose con una frase chiave che per me diventerà in seguito una sorta di mantra, che mi ripeterò in testa tutte le volte che penserò al perché alcune persone sono così attratte dalla ricerca del dolore più di altre.

Mi disse candidamente che era stato tutto molto bello, che il dolore lo faceva sentire di nuovo vivo, a fronte di una progressiva e dilagante noia e stasi nella sua vita.

Ed è forse questa la chiave per capire cosa c’è dietro la apparentemente folle richiesta di farsi fare del male e dietro la ricerca di qualcuno che ce ne faccia appositamente ed in maniera controllata, che ci ferisca sotto osservazione, che oltrepassi quello strato di pseudo-mummificazione che spesso si ispessisce e va crescendo sulla nostra pelle, andando a scavare sempre più in profondità fino al limite di sopportazione, limite che comunque non è mai ben definito e che può essere sempre spostato un po’ più in là.    

Lo tengo sempre bene a mente.

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