Berlin Calling

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“Avrei dovuto cominciare a scrivere di questa mia avventura molto prima di adesso” mi ripeto sempre. Così come non la smetto di dirmi sottovoce che mi sarei dovuta trasferire molto prima a Berlino, che qui avrei trovato più velocemente la mia strada e quel senso di appartenenza che sembrava non potessi mai trovare altrove prima d’ora.

Magari avrei dovuto farlo nei primi anni duemila quando, poco prima di finire il mio corso in Pittura all’Accademia di Belle Arti ero ancora una post punk in cerca d’autore, ed un mio caro amico si trasferì qui per il suo Erasmus universitario invitandomi a seguirlo.

Ma per venire a Berlino avrei dovuto lasciare l’Accademia quando ero ad un passo dalla tesi e per quanto poi il valore effettivo di quel Diploma nel tempo si è rivelato quasi nullo a quel tempo non mi sentii in grado di prendere alcuna decisione riguardo ad una tale rinuncia preferendo proseguire per la strada già segnata.

Poi nella mia vita è arrivato in maniera del tutto inaspettata e trasversale il Festival Xplore nella sua edizione romana (la principale è a Berlino), festival sulla sessualità creativa e sul BDSM che ha rivoluzionato la prospettiva della mia visuale sulla vita che avrei potuto ancora vivere.

E ho sentito che il momento era adatto per fare il gran salto.

A questo link c’è tutta la storia raccontata durante un’intervista nata in collaborazione con la scrittrice italiana Melania Mieli

http://www.melaniamieli.com/berlin-calling/

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“Avrei dovuto farlo prima” ancora riecheggia nella mia mente, ma intanto l’ho fatto.

Così come ho deciso di cominciare a scrivere delle mie avventure a Berlino solo un anno dopo il mio arrivo.

Meglio tardi che mai?

Si, decisamente.

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Con gli occhi del Bondage

C’era una volta…no, non mi sembra questo il modo migliore per iniziare questo capitolo.

Anche se la “me” di quando ho incontrato il Bondage per la prima volta ora sicuramente non c’è più, e quello di cui voglio parlare stavolta è ancora presente nella mia vita, spero per molto tempo a venire.

Voglio cominciare a raccontare di questa esperienza a partire da quando, in un preciso momento della mia vita, intorno ai 24-25 anni, ho dovuto affrontare la presa di coscienza di avere un corpo incapace di muoversi liberamente, appesantito, infelice di esistere.

La stasi emozionale, fisica ed energetica nella quale sentivo di stagnare fin dall’inizio dell’adolescenza portava il mio corpo e la mia mente a desiderare finalmente di rompere con forza quella gabbia, ma trovare la via adatta per uscire da quella sensazione di prigionia in quello che mi circondava era come dover trovare una via di fuga da un labirinto.

Ricordo, tanto per citarne alcuni, i vani e frustranti tentativi di mettermi a dieta, l’iscrizione alla squadra locale di pallavolo nella speranza di riuscire, tramite uno sport, a fare “del movimento” (progetto che naturalmente non andò a buon fine), la frequentazione di corsi in palestra durante i quali mi sentivo più un pesce fuor d’acqua che altro ed il progressivo incedere incontrollato della volontà di isolarmi sempre di più dal resto del mondo.

Tutto questo accadeva in un arco di tempo che andava dai 15-16 anni ai 24-25, durante il quale credo di aver sviluppato quel lato schivo ed introverso del mio carattere che, chi mi conosce di persona, ha saggiato attraverso i miei, talvolta inspiegabili, lunghi silenzi e quella buona dose di pessimismo che mai manca nelle mie visioni.

Fui fortunata tuttavia, perché più tardi, sulla mia strada, ebbi la possibilità di  approcciare degli strumenti fondamentali, per la mia “liberazione” quali lo Shiatsu e l’Aikido, che mi permisero di iniziare il processo di demolizione-ricostruzione della struttura fisico-emozionale-psichica (chiamiamola così).

Il processo di destrutturazione e ricostruzione fu lungo e doloroso, ricordo per esempio l’enorme difficoltà che trovai sin dall’inizio semplicemente nel piegare le gambe o sedere in maniera naturale a terra, senza contare il dolore persistente al ginocchio destro che mi portavo dietro dagli anni dell’adolescenza e la schiena oramai irrigidita a causa della quale stare in piedi per più di un quarto d’ora era motivo di fitte lancinanti in tutto il corpo.

Avevo preso a fumare ed avevo una capacità polmonare risicata e qualsiasi esercizio che fosse stato appena un po’ più aerobico mi dava immediatamente un senso di profondo soffocamento, non mi sentivo particolarmente portata ai contatti sociali e non avevo alcuna vita di relazione condivisa, né  sentimentale, né sessuale.

Iniziai a muovere in maniera differente la mia energia (non sto usando questa parola per descrivere alcuna entità astratta ed esoterica ma qualcosa di concreto appartenente al corpo) nel momento in cui incontrai lo Shiatsu, il quale, grazie alla sua particolare tecnica fatta di pressioni e stiramenti, mi diede la possibilità di riavviare alcuni processi rimasti inattivi o interrotti negli anni precedenti.

Ci vollero anni per invertire la tendenza, durante i quali alcune parti del mio corpo si “ruppero”, letteralmente.

Per esempio ebbi svariati incidenti durante la pratica dell’Aikido ma stranamente, realizzai in seguito, era come se fossero stati necessari affinché tutto il resto si sbloccasse.

Ad esempio ricordo perfettamente la sensazione delle due parti di quel  ginocchio destro mal funzionante, quella superiore e quella inferiore (si, quel ginocchio gonfio e dolente che non mi permise di camminare correttamente per una decina di anni per il quale nessun luminare della medicina sembrava trovare causa né rimedio) che, oserei dire finalmente, si separarono all’improvviso slittando l’una sopra l’altra per qualche secondo durante un Tenkan, appunto in una delle tante lezioni di Aikido, con un dolore subdolo e acuto rendendomi simultaneamente zoppa ed incapace di camminare autonomamente per circa 6 mesi a seguire.

Le mie gambe erano, e sono tuttora, grandi, larghe, ma al tempo di quell’incidente quella gamba raggiunse dimensioni spropositate, era difficile anche trovare qualcosa che potessi indossare.

Nonostante ciò non volli mai sottopormi ad alcuna operazione, sentivo che per me sarebbe stata come un’intrusione e che il mio corpo stava lavorando per elaborare e riallinearsi secondo le sue necessità.

Immaginavo che quell’articolazione si fosse “aperta” per lasciar andare un carico di stress e tensione in eccesso, qualcosa come una diga che si rompe sotto l’immane pressione di un fiume in piena per lasciar fluire la foga dell’acqua in corsa.

E così fu, in effetti, dopo mesi e mesi di travagli, difficili da esprimere ora a parole, man mano che il gonfiore esagerato si dissipava ed il dolore si assottigliava lentamente, cominciai a rendermi conto che stavo acquisendo la capacità di poter piegare finalmente le gambe.

Ma per favore, “don’t try this at home”, questa è stata la mia esperienza ed è frutto della mia scelta e del mio istinto, sappiate che per ognuno potrebbe funzionare in maniera differente ed avere altri tipi di conseguenze.

Tornai ovviamente sul tatami, e qualche tempo dopo fu la volta della spalla sinistra.

Un paio di anni dopo, durante l’esecuzione di una caduta in volo, atterrai violentemente battendo il ginocchio sinistro sul tatami, l’impatto fu fortissimo, e anche stavolta dovetti fermarmi per qualche mese vista l’impossibilità di camminare autonomamente.

Questo fu l’ultimo incidente che ebbi durante la pratica dell’Aikido, che accadde attorno ai miei 30 anni.

Ma a quel tempo il mio corpo era già cambiato, avevo smesso di fumare, avevo acquisito elasticità dei tessuti e delle articolazioni, non avevo la sensazione di soffocare dopo aver salito 10 scalini e potevo allacciarmi le scarpe stando seduta senza trattenere il fiato per arrivare a prendere i piedi in mano.

Ma qualcosa mancava ancora, sentivo che volevo mettermi ulteriormente alla prova, sentivo di avere ancora delle energie da spendere, da usare, da purificare, se mi si permette il termine, ed avevo imparato sulla mia pelle che il dolore ne brucia un sacco di energie, per cui mi sentivo attirata da qualche possibile pratica che mi avrebbe permesso di continuare nel processo, in maniera più controllata.

Cominciai ad interessarmi intuitivamente al Bondage, ma in maniera molto superficiale, pensai soltanto che la sensazione di costrizione data dalle corde e la loro pressione poteva essere quello che stavo cercando.

Mi informai sulle possibili persone da contattare per una sessione, scrissi qualche mail ma non trovai alcun riscontro effettivo, trovare un rigger nel centro Italia sembrava una possibilità remota ed il fantasma di essere comunque non adatta a quel tipo di pratica (vuoi per quello che pensavo a proposito del mio peso e della forma del mio corpo, vuoi per l’inesperienza che credevo essere un grande ostacolo) cominciò a farsi largo nelle mie fantasie, tanto che dopo un po’ lasciai perdere.

Ci volle ancora qualche anno prima che il destino mise sui miei passi l’incontro con quest’arte, che avvenne in maniera del tutto trasversale.

Fu durante un pomeriggio che stavo passando con il fidanzato che avevo allora nella sua camera a Pisa, eravamo a letto e gli dissi, in maniera del tutto naturale, se avesse mai potuto avere piacere nel cominciare a fare esperienza di Bondage con me.

Mi rispose che no, non era proprio il suo interesse principale, ma dopo qualche secondo mi disse anche di avere un caro amico a Roma che era (ed è tuttora) un insegnante, che aveva scritto anche un libro sul Bondage e che avrei potuto contattarlo per saperne di più.

Lo contattai in effetti, gli dissi che venivo dal mondo dello Shiatsu e dell’Aikido (entrambe discipline provenienti dal Giappone come anche una consistente parte del Bondage, meglio descritta come Shibari o Kinbaku) e che avrei avuto interesse nell’incontrarlo per una sessione.

Offrii in cambio una seduta di Shiatsu.

Lui si rivelò molto cordiale e bendisposto e mi invitò nella sua casa romana per l’incontro.

Era una mattina afosa di Agosto quando partii da Orvieto con una grande borsa contenente il mio futon per andare a raggiungerlo e né l’afa, né la prospettiva di portarmi dietro in treno e sui mezzi pubblici della capitale (talvolta l’esperienza può essere traumatica) quel bagaglio potevano minimamente scalfire la volontà di approcciare finalmente le corde.

Chissà come avrei reagito? Che cosa potevo aspettarmi? Avrei pianto? Mi sarebbero rimasti i segni? Sarei andata in estasi?

Fu arduo arrivare a quell’appartamento, un po’ per il caldo eccessivo (Roma in una mattina d’Agosto può essere difficile da affrontare) e un po’ perché ad un certo punto mi persi tra i vari autobus che dovevo prendere.

Arrivai comunque in zona, ricordo che scesi dall’autobus in una piazza con un grande incrocio stradale e che dovetti camminare ancora un po’ prima di trovare la via dell’appartamento, situato ad un piano X (non ricordo esattamente…quarto forse?) di una lunga palazzina di forma rettangolare.

Suonai il campanello, e dal citofono mi rispose una voce che mi invitò a salire al X piano.

Entrai, l’interno del palazzo era piuttosto scuro e dovetti salire una prima rampa di scale per arrivare all’ascensore.

Le scale continuavano poi per la loro strada, ricordo che mi colpì il grande corrimano di legno che le contornava, potrebbe esserci stato anche del marmo verde da qualche parte, forse alle pareti, forse nel pavimento, o forse era un’allucinazione da insolazione e calura presa poco prima per le strade della città.

Mi diressi verso l’ascensore, fui fortunata in realtà, avrei potuto dover farmela a piedi.

Ma quello era un ascensore con una cabina piccola e stretta, con la porta di legno e vetro ed il borsone con dentro il futon, per la porta, proprio non ci passava benissimo.

Dovetti affrontare un paio di manovre per entrare ed altrettante per uscirne, non oso immaginare come sarebbe stato se ci fosse stata un’altra persona con me.

Quando arrivai a destinazione Davide (questo il suo nome, meglio conosciuto come Maestro BD) era l’i ad aprirmi la porta, invitandomi ad entrare.

Mi fece accomodare immediatamente in una piccola stanza-dungeon, con una struttura di tubi innocenti per le sospensioni, un piccolo sofà, un armadio dal quale spuntavano alcuni strumenti di tortura (come floggers, paddles per spanking) e di lì a poco cominciammo la sessione.

Avevo indosso i pantaloni bianchi del Keikogi ed una maglia a maniche corte bianca e nera, ricordo che venni legata con sapienza da una harness nella parte superiore del mio corpo e che Davide mi chiese, dopo poco, se avessi voluto provare la sospensione.

Dissi di si, la sensazione che le corde esercitavano sul mio corpo si era fatta già interessante, il respiro era diverso, sentivo che la cassa toracica non si espandeva poi più di tanto e che la pressione esercitata mi dava il senso di confine, di contenimento, mi dava la posizione del limite del mio corpo nello spazio.

Ma ero ancora in piedi, soltanto il torace era già stato predisposto per la sospensione tramite l’aggancio di alcune corde fatte passare in alto sulla struttura di tubi innocenti ma lasciate ancora lente.

La prima sospensione parziale avvenne quando Davide sollevò una delle mie gambe fissandola in alto, all’altezza del bacino più o meno, invitandomi a lasciarmi “cadere” (spostare il baricentro sarebbe più esatto) da un lato.

Lo feci e fu incredibile sentire il mio corpo lottare, mi trovai ad oscillare per mantenere l’equilibrio ma le corde, ad ogni più piccolo movimento, infliggevano una discreta quantità di colore che rendeva i tentativi ardui e maldestri.

Quella posizione forzata metteva in discussione tutte le regole alle quali il mio corpo era abituato a sottostare fino ad allora, e la ridotta capacità di movimento e di respiro rendevano l’esperienza davvero particolare.

Rimasi in bilico in punta di piede per qualche minuto, cercai di far trovare al corpo il modo di accettare la inevitabile scomodità e di respirare nel frattempo, quando mi venne chiesto se fossi pronta a far si che anche l’altra gamba venisse sollevata.

Risposi di si, magari un cambio di posizione avrebbe potuto ristabilire un nuovo ordine ed un nuovo equilibrio.

Credo che rimasi in sospensione totale non più di due-tre minuti, dopodiché fu insopportabile per me resistere ed accettare tutto l’insieme delle cose, e chiesi di essere riportata a terra e slegata.

Prima un piede, poi l’altro, poi il resto.

Toccare di nuovo terra fu un’emozione profonda, ma la sensazione che è rimasta letteralmente stampata nella mia memoria (mentale, fisica, cellulare, quello che vi pare) è stata quella di sentire come la cassa toracica tornava ad espandersi dopo che le corde ne erano state allontanate e l’ampiezza che può raggiungere un respiro.

Credo che sia stato come rivivere l’esperienza del primo respiro di quando si viene al mondo misto ad un grande senso di liberazione, se fino a qualche minuto prima stavo “volando” in sospensione sostenuta dalle corde, in quel  secondo momento durante lo scioglimento dei nodi mi dava la sensazione di volare di nuovo, stavolta per la leggerezza che percepivo nel mio corpo.

Rimasi in quello stato ancora per un po’, scambiai il favore ricambiando l’esperienza con una seduta di Shiatsu, poi ripresi la mia grande borsa del Futon, tornai a cercare di farla entrare di nuovo nella porta dell’ascensore per scendere a piano terra, e me ne tornai in stazione, per prendere il treno e tornare a casa.

Da quel giorno le cose non sono mai state più le stesse.

C’è comunque voluto del tempo prima che potessi approcciare nuovamente le corde, ma tornai a Roma qualche mese dopo per il mio primo workshop di Bondage, sempre con Davide, e andai successivamente a Bologna per un workshop con un altro insegnante.

Ma la pratica era il vero ostacolo, era veramente difficile trovare persone interessate a condividere questa esperienza tra gli abitanti (del villaggio mi verrebbe da dire) del mio paese di origine.

Nonostante tutto una mia amica, Martina, proveniente dal mondo della danza e del teatro ed interessata al mondo delle arti performative, mi disse di essere disponibile per alcune sessioni di pratica.

Ci vedemmo alcune volte nella sua camera e fu un’esperienza davvero creativa ed emozionante, devo aver conservato delle foto da qualche parte, spero non siano andate perdute nella memoria di qualche vecchio telefono.

Ricordo per esempio una sessione durante la quale le legai i piedi, o una in cui sperimentai la torsione laterale del suo corpo disteso sul letto.

Al tempo le nozioni tecniche che avevo erano davvero basilari (non che ora io sia al top della conoscenza, anzi), e si andava molto di improvvisazione.

Ma più la modella (o il modello, fate voi) è ricettiva ed aperta agli stimoli, maggiore è la possibilità di creare un dialogo attraverso la tessitura, letterale, di una trama attorno al corpo.

Ma non solo attorno, perché l’esperienza del Bondage, a mio avviso, arriva  ben oltre la barriera fisica.

E lei lo era ricettiva, eccome, e tessemmo assieme trame su trame di figure contorte, avvinghiate e a tratti ansimanti, ed io vedevo formarsi nella mia mente, attraverso quello che stavamo creando, le visioni di angeli caduti e tormentati in cerca delle loro ali per far ritorno a casa, e sirene con la coda intrecciata alle reti da pesca che tentavano di liberarsi per riacquistare la libertà, o un volo di farfalle pronto a sorvolare un campo di fiori durante una tempesta di vento.

Fu un inizio stupendo, a cui seguì inevitabilmente un periodo di pausa dovuto agli impegni che la vita di ognuna stava riservando.

Personalmente ho poi dovuto attendere di arrivare a Berlino per proseguire con lo studio e la pratica, ma questa città si è rivelata immediatamente ricca di opportunità e di possibilità di crescita.

Ho iniziato a frequentare tutti i workshop che ho potuto, le lezioni speciali, gli incontri domenicali a casa di amici con la stessa passione, e questo ha attirato sempre più belle persone nella mia vita, persone aperte, con una visione a riguardo della sessualità multisfaccettata ma mai indignata, mai ritrosa né bigotta, piuttosto orientata alla sperimentazione ed alla condivisione.

Il momento massimo raggiunto finora nella mia esperienza con il Bondage (o Shibari, o Kinbaku, tanto ognuno poi lo chiama come gli pare ma alla fine sembra che ci capiamo lo stesso) è però stato durante le Bondage Jams al Darkside, luogo  per me a tratti onirico dove ogni martedì sera, per qualche mese fino a poco prima dello scorso Natale, si svolgevano degli incontri di pratica, liberi, dove ognuno poteva legare o farsi legare utilizzando gli spazi del locale.

E lì ho incontrato altri angeli in cerca delle loro ali, altre sirene bramose di libertà ma anche agnelli sacrificali desiderosi solo di lasciar uscire le loro grida di sofferenza attraverso quelle corde e la loro pressione sulla pelle, spesso nuda.

Queste che seguono sono le parole di Kaori, una donna giapponese che ho incontrato lì e con la quale ho condiviso molte sessioni, dopo il nostro primo incontro:

“Yesterday, I went to the jam and I was tied up by a woman for the first time.

It was very nice and new for me.

Very soft, warm, gentle, delicate….

I was healed.

And when she gave me pain, she was ruthless.

To my surprise, I was aroused.

It was different from when I am with man.

More quiet, calm, secure, and long.

It was like the sound of the waves.

Very special experience.

Thank you very much A.”.

(Ieri sono andata alla jam e sono stata legata per la prima volta da una donna.

È stato molto bello e nuovo per me.

Molto soft, caldo, gentile, delicato…

Mi sono sentita guarita.

E quando lei mi ha fatto provare dolore, è stata spietata.

Mi sono ritrovata a sorpresa eccitata.

È stato differente da quando sono con un uomo.

Più tranquillo, calmo, sicuro e più a lungo.

È stato come il suono delle onde.

Un’esperienza molto speciale.

Grazie infinite A.)

“Il suono delle onde”.

Head red ropes tagliata

E allora vorrà dire che sono lesbica (o forse no…)

Molti (ahimè) anni fa, quando mi iscrissi all’Accademia di Belle Arti di Perugia dopo aver frequentato l’istituto d’Arte di Orvieto, avevo ancora la testa piena di sogni e meraviglie.

Bastava davvero poco per suscitare in me delle incredibili emozioni e l’idea di trasferirmi in quel posto seppur così vicino, non solo geograficamente ma anche nello stile e nel tipo di vita, alla mia piccola città natale sembrava già un viaggio verso El Dorado, che sapeva deliziosamente di magia, di avventura, di ignoto.

Mentre mi iscrivevo al primo anno ed ero in cerca di una stanza dove alloggiare assieme ad un mio caro amico di Orvieto, anche lui in procinto di imbarcarsi nel lungo ed incerto cammino universitario iscrivendosi alla facoltà di Filosofia, stavo letteralmente muovendo i primi passi per andare a vivere in un’altra città, apparentemente fuori dal raggio di influenza (si fa per dire) dalla mia famiglia e dall’idea di me che in quegli anni post-adolescenziali carichi di problematiche e struggimenti si era insinuata nella mia mente.

L’idea che si ha di sé è spesso la più dura a morire, una volta creato lo schema di chi siamo, o crediamo di essere, é dura sradicarne le fondamenta, ed io, a quel tempo, ne ero completamente schiava.

Probabilmente, per altri versi, lo sono tutt’ora.

Al tempo la mia reazione istintiva e primitiva a tutto ciò, quella reazione che di solito sorge nelle viscere, quella che risponde ad un irrazionale fremito che corre irriverente su per la spina dorsale e non lascia molto spazio all’immaginazione, era quella di rompere quello schema, fuggire da quella gabbia nella quale sentivo di essere prigioniera, sentendo di non avere a disposizione altri mezzi se non la fuga.

Per cui andare a vivere in un altro luogo sembrava davvero, e probabilmente lo era, la soluzione migliore.

Ricordo ancora lo stupore per qualsiasi inezia, la sensazione amplificata di vedere un posto per la prima volta e trovarlo stupendo, pieno di nuovi dettagli e suggestioni e l’idea che, da lì in poi, avrei potuto viverlo in prima persona riempiva dei vuoti, o creava nuovi spazi, all’interno della mia immaginazione e della mia sofferenza, proiettando nella mia mente il film della realizzazione, ovviamente vittoriosa e salvifica, delle infinite possibilità in divenire che ancora ivi giacevano soltanto in potenza.

Viva nella mia memoria è ancora la veduta di via dei Priori mentre la percorrevo in discesa  per arrivare a San Francesco al Prato, o la risalita verso il Tempietto passando per l’Università per Stranieri e Corso Garibaldi, che aveva ogni volta il sapore di un pellegrinaggio mistico, i Giardini del Frontone, o via della Madonna, dove dopo un paio di anni dal mio primo approdo in quella città trovai un piccolo appartamento al secondo piano, una stanza, un bagno senza riscaldamento ed una piccolissima cucina dove c’era posto soltanto per il lavandino, tanto che il frigorifero dovevo tenerlo nella stanza principale, vicino al letto.

L’unica finestra presente dava sullo stretto vicolo chiamato, appunto, via della Madonna per la presenza di un’icona mariana incastonata sotto all’arco a mattoni che apriva l’ingresso alla via.

Non molto distante da lì c’era uno dei locali must della città di allora, oggi credo abbia cambiato nome ma metto totalmente in discussione la sua corrente esistenza, un pub chiamato “Lo Zoologico”, punto di ritrovo degli alternative-punk-rockers-reggae-ravers e quant’altro che ogni sera (tranne il lunedì che era giorno di chiusura) si davano appuntamento lì per bere, rimorchiare, fumare erba seduti sugli scalini del vicoletto lì accanto o perché no, spacciare sostanze varie e non ultimo ascoltare, con totale esaltazione, le playlist musicali che venivano diffuse nel locale, che ripercorrevano fedelmente i gusti alternative dei clienti.

Lo Zoologico era un pub piuttosto caratteristico, consisteva in un piano terra, un piano intermedio ed un primo piano, il tutto connesso da una scala interna anche piuttosto ripida. Credo fosse ricavato da un edificio originalmente costruito nel medioevo, di cui conservava ancora alcuni tratti.

Al pian terreno c’era il bancone principale ed era possibile sedere su degli sgabelli posizionati attorno a dei piccoli tavoli creati da delle vecchie botti di legno.

Il piano intermedio era costituito da delle esigue salette ricavate da alcune nicchie, con dei tavoli stretti ai quali di solito erano sedute non meno di dieci-quindici persone, ammassate come sardine in latta. Non di rado era possibile trovare in una di quelle nicchie un Dj che  mandava musica per la serata.

Il primo piano era destinato ad ospitare altri tavoli e, se la memoria non mi inganna, i bagni.

Di solito era piuttosto arduo trovare posto a sedere, per cui la maggior parte delle persone passava ore e ore (notturne) bivaccando lungo la strada principale con sommo disgusto  degli abitanti del circondario, o usufruiva della scalinata presente nel vicolo lì accanto per sedere in gruppo e socializzare alla maniera degli “alternativi”, con specifici rituali codificati e ripetuti all’infinito: fumare erba aspettando di fumarne ancora supponendo che qualcuno del gruppo avesse di lì a poco preparato il joint successivo, parlare di musica, ridere per ogni non senso, parlare della qualità dell’erba di turno, finire l’erba.

Finita pure l’ennesima birra media era previsto che ci si dovesse alzare per andare in cerca di altra erba, tornare a sedere nel cerchio più stonati di prima e ricominciare, sentendo di aver adempito ad ogni canonico dovere per essere, ma soprattutto sentirsi, parte di un gruppo, per avere un’identità ad esso riferita.

Nella fattispecie di quello che avveniva quando si eseguiva il rituale seduti sugli scalini del vicolo vicino allo Zoologico la procedura poteva includere anche il ricevere, ad un certo punto, una secchiata d’acqua in testa.

E no, non era la parte battesimale del rituale.

Io stessa ne ricevetti qualcuna (sospetto che a volte non fosse solo acqua) provenire dai piani alti di quelle abitazioni, intorno alle 2-3 di notte.

E poi c’era l’Accademia di Belle Arti, questo ritrovo per diverse tipologie di artisti in divenire che pullulava di personaggi variopinti e assortiti, spesso convinti che bastasse vestire con uno stile trasandato ed i capelli non lavati da decadi per sentirsi autorizzati ad essere etichettati come artisti.

Non me ne vogliate, è sarcasmo il mio, eh…ero una di loro.

Tutto intorno a me era un’attrattiva, un motivo di meraviglia ed era così diverso dalla realtà  del paese dalla quale sentivo di venire e alla quale pensato di appartenere che molti dettagli, anche i più insignificanti, potevano esaltarmi all’inverosimile.

Eppure, stranamente, ero ben lontana da sentirmi una persona felice.

Qualche giorno fa, qui a Berlino, dopo circa una ventina di anni (doppio ahimè) da quei momenti, mi sono ritrovata improvvisamente a riflettere su tutto questo mentre mangiavo  banalmente l’ennesimo Kebab in uno dei moltissimi Kebab dealer della città.

È un’azione che può sembrare così poco poetica e priva di colore che non mi sarei mai aspettata che la mia mente riaprisse inaspettatamente una finestra così ampia su questo scorcio di memorie lontane.

La causa scatenante di questa visione così profonda è stata ricordare la prima volta che, proprio a Perugia e forse proprio la prima volta che ci misi piede da sola ai tempi dell’iscrizione all’Accademia, mangiai una pita al ristorante greco.

Anzi, neanche al ristorante, presi quella pita direttamente da una delle finestre a vetri  del ristorante, di quelle aperte da un lato dalle quali si poteva vedere il cuoco armeggiare con vari strumenti, ma solo dalla vita in su.

Non sapevo neanche cosa fosse una pita, ordinai in base alla lista degli ingredienti presente sul menù, credo che quello che catturò la mia attenzione fu la gloriosa attrattiva della presenza nella lista delle patatine fritte. Quello che ricevetti in cambio di cotanta  golosa speranza fu una piadina morbida arrotolata con dentro degli anonimi pezzi di carne di dubbia provenienza, insalata, patate fritte appunto, il tutto condito con una salsa a piacere, scelsi la maionese, per la precisione, di cui vado tutt’ora ghiotta.

E quella pietanza al tempo così esotica per me, mai vista prima nella mia Orvieto ma così facile da reperire nella “città” di Perugia mi fece sentire, magari ingenuamente e provincialmente, appena un po’ più cosmopolita, in grado di entrare in contatto con un’altra, variegata dimensione delle cose.

Potete immaginare come mi sia sentita pochi giorni fa mangiando quell’ennesimo Kebab qui a Berlino, rivedendo la poco più che adolescente me aspettare per la prima volta quella pita al di fuori della finestra a vetri a confronto della me contemporanea seduta sulla panca di legno di un Türkisch grill point nei pressi di Warschauerstraße: entrambe con una pietanza simile di provenienza “esotica” in mano, consistente in una piadina arrotolata e riempita con carne, insalata e delle sempre ben accette patate fritte nella versione greca proveniente dal passato, dall’altra cetriolo e peperoncino verde in agrodolce in quella  tedesca-turca contemporanea.

-“Nonostante tutto continuo negli anni a mangiare roba simile”- oppure -“ I tedeschi il cetriolo lo mettono dappertutto”- (e no, in questo caso non è riferito a nulla di sessuale, anche se…magari  scriverò qualcosa a proposito in futuro), potrebbe essere benissimo stato questo il mio pensiero mentre mi fermavo a guardare quel Kebab ancor prima di dare il primo morso, quando in realtà, da una situazione così quotidiana, alla quale non presto più neanche tanta attenzione, non ho potuto fare a meno di notare come sia potente l’impatto che le cose hanno nella nostra vita, nella mia perlomeno, quando accadono per la prima volta: il fascino eclatante e avvolgente delle prime scoperte, il primo approdo in terre sconosciute magari dopo un lungo viaggio alla ricerca di qualcosa altro da sé, lo stupore nell’accorgersi che abbiamo altre possibilità o la magia di vedere con occhi diversi noi stessi.

In un certo senso questa ricerca mi ha sempre guidata nel corso degli anni a venire, portandomi continuamente, a volte anche in maniera compulsiva, a rincorrere nuove terre da esplorare, magari fuggendo da quella parte di me che non posso, non voglio, non riesco ad affrontare.

O magari semplicemente affrontarla non è la mia priorità, inutile cercare soluzioni dove non ce ne sono, magari non c’è niente da affrontare, magari siamo solo fatti così, imperfetti, complicati, irrazionali, irrequieti e incostanti, incoerenti, perennemente  insoddisfatti.

Forse alimentare la sensazione che ci sia “qualcosa” da affrontare creerebbe essa stessa “qualcosa da affrontare”, ed il processo di elaborazione della suddetta prenderebbe così tanto tempo nella mia vita che non ne trarrei mai giovamento se non addirittura poco prima della mia morte, avendo in realtà solo sprecato tempo e risorse preziose potenzialmente utili da poteri utilizzare per ricercare attivamente sul momento quello che mi soddisfa maggiormente.

Voglio poter pensare che la soluzione sia potenziare quello che mi fa stare bene, invece che rincorrere e dare spazio a ciò che mi distrugge, e fare nuove esperienze e sondare nuovi territori fa parte da sempre di ciò che mi motiva e sostiene.

Per esempio qui a Berlino, la mia ultima, in termini di tempo, tappa del percorso di scoperta rientra nell’aver vissuto una esperienza omosessuale.

Quello che ha sovvertito alcune delle credenze che avevo avuto finora è stato che ho sempre considerato me stessa una donna eterosessuale, visto che sono profondamente attratta dagli uomini, mai mi era sorto il dubbio che potessi avere una qualche relazione, seppur soltanto dal punto di vista sessuale, con una donna, eppure è successo in maniera anche del tutto naturale.

Qualcosa del genere accadde, in maniera ancora embrionale, estemporanea ed inaspettata all’incirca un anno fa durante una vacanza invernale in Polonia (vedi “Uno strap-on tra amiche” in questo Blog).

In quel momento non c’era nessuna relazione sentimentale tra me e quest’altra donna, nessun interesse profondo se non quello di condividere un diverso ed eccitante momento tra amiche e come “prima volta” fu entusiasmante, ma rimase, appunto, nell’ambito del gioco, della curiosità per la scoperta qualcosa di nuovo e la mia sperimentazione si fermò lì, tanto che poco dopo tornai ad avere soltanto uomini come partners.

Il destino volle, mettiamola così, che dopo qualche mese da quell’incontro, continuando la mia attività preferita all’interno del BDSM che è il Bondage, incontrai in maniera estremamente casuale una ragazza, con la quale stabilimmo quasi immediatamente una relazione rigger-bunny.

Mi accorsi immediatamente che per lei lasciarsi andare tra le corde era piuttosto arduo, durante la prima sessione che facemmo assieme alla Bondage Jam al Darkside non chiuse gli occhi neppure per un attimo, continuando a guardarsi attorno sospettosa e spaventata.

Non che ci si debba immediatamente lasciar svenire durante una sessione di Bondage e  neanche fidarsi ciecamente di quanto stia accadendo, rimanere vigili e presenti sarebbe l’ideale ma nel suo caso sembrava una reazione incontrollata, quasi un ostacolo da superare che non le permetteva di godere a pieno di quello che stava vivendo.

Finimmo la sessione ed ebbi la sensazione che non si sarebbe portata a casa una bellissima e profonda esperienza, o che qualcosa l’avesse davvero toccata, scambiammo poche parole in attesa che la serata finisse e tornammo entrambe nelle rispettive abitazioni.

Fui sorpresa quando mi chiese, pochi giorni dopo, un’altra sessione.

Acconsentii, e ci ritrovammo la settimana seguente alla solita Bondage Jam.

Stavolta fu diverso, trovai quasi istintivamente la porta di ingresso per rompere quella sua rigidità facendole il solletico sotto i piedi, naturalmente dopo averla impietosamente legata senza lasciare al suo corpo alcuna possibilità di movimento.

L’impatto di quella azione fu fortissimo, fu qualcosa che la riportò immediatamente nel momento presente come non lo era mai stata prima, la sentivo e la vedevo reagire con forza a quel solletico, urlare, dimenarsi e tentare di opporre, inutilmente, resistenza.

Sudava, io pure, mentre cercavo di continuare a torturare i suoi piedi con un solletico graffiante, denso, insistente, arrivando a sdraiarmi di peso sul suo corpo, a tapparle la bocca con la mano, di certo guardarsi attorno con aria spaesata come era successo la volta precedente non era adesso la sua principale preoccupazione.

Continuammo a vederci per fare Bondage, sembrava che ad ogni incontro successivo entrassimo sempre più in sintonia, che riuscissimo a capirci senza parlare.

Un sabato pomeriggio, in un non eccessivamente caldo mese di Giugno, mi invitò inaspettatamente a casa sua per un po’ di pratica.

La sessione di corde fu molto intensa, molto più delle precedenti consumate sotto gli occhi dei partecipanti alla Bondage Jam del martedì sera al Darkside, il fatto che si stesse svolgendo in un ambiente privato sembrava avere un sapore estremamente diverso.

La sorpresi cominciando a torturarla, dopo averla consenzientemente immobilizzata, con un semplice, banale stecchino preso estemporaneamente da una di quelle confezioni di plastica trasparente cilindriche rimasta aperta sul tavolo lì accanto, probabilmente dopo qualche pasto da lei consumato distrattamente non molto tempo prima davanti alla Tv.

La parte del suo corpo che preferivo stuzzicare con quello stecchino? I piedi, naturalmente, forse la zona più sensibile del suo corpo, quell’entrata che mi aveva permesso di arrivare fin sotto quella rigida armatura e toccarla nel profondo come mai nessuno, a detta sua, aveva fatto.

E poi ancora tante sculacciate (indossava dei pantaloncini corti stile anni ’70, di quelli in poliestere, lucidi, che si usavano per fare ginnastica, neri bordati di bianco, che da quella posizione ne incorniciavano maliziosamente le natiche lasciandone un 3/4 scoperte e alla mercé della mia sadica esaltazione),

Le morsi anche un fianco ad un certo punto, e le strattonai la testa all’indietro legando i capelli alle corde che passavano sulla schiena, il che la fece rimanere a bocca aperta, letteralmente.

Presi a torturarla in quella posizione, passai anche una corda all’interno della sua bocca per divaricarne maggiormente l’apertura e sovrapposi una gamba all’altra, creando una forte torsione lungo tutto il suo corpo.

Continuai a punzecchiarle le natiche con lo stecchino, non prima di averle debitamente arrossate con numerose sonore sculacciate, le quali risuonavano insistentemente nel piccolo appartamento come il suono dei piatti di metallo suonati da un percussionista a tratti solcano e sottolineano trionfalmente la melodia suonata dal resto dell’orchestra.

O come, più volgarmente parlando, fanno quelle scimmiette-giocattolo a molla vestite come dei componenti di una banda musicale coi loro piatti dorati di metallo, che sbattono l’uno sull’altro in maniera dissennata, scomposta e compulsiva.

Cominciai a slegarla dopo che, sbavando da quella bocca rimasta aperta a causa delle corde, aveva bagnato un po’ troppo il tappeto e le sue grida avevano fatto il giro dell’isolato per almeno un’oretta buona. Ci tenni a non arrivare immediatamente alla completa libertà, slegavo una parte del suo corpo ma ne legavo quasi immediatamente un’altra, magari anche più stretta della precedente.

Cominciai a colpirla nell’interno coscia con la mia mano, a prendere un piccolo lembo di pelle e stringerlo fra le dita, pizzicandola lentamente e sollevando la pelle dal resto.

E si sa, l’interno coscia…è delicato.

La pelle rimase subito marcata, ma lei ancora non mi fermava, ancora era lì che cercava, in un modo o nell’altro, di resistere, di divincolarsi da quella stretta sfidandomi ad un gioco di resistenza e sopportazione.

Concludemmo la sessione dopo aver scattato anche qualche foto, ci volle un po’ per riprendere fiato e tornare nei ranghi e ci prendemmo un po di tempo per parlare di quanto accaduto.

Inaspettatamente (ma poi ripensandoci neanche più di tanto) invece di approfondire gli aspetti relativi alla sessione appena terminata cominciò a chiedermi molte cose appartenenti alla mia vita passata.

Ad un certo punto ebbi l’impressione che mi stesse sottilmente facendo delle avance, ma siccome i sottintesi non sono il mio mestiere e con me funzionano solo i contenuti espliciti cercai di glissare quasi prepotentemente verso altri argomenti, ostentando una padronanza della situazione atta a svincolarmi da qualcosa che in fondo mi aspettavo già, ma che mi spaventava un bel po’ anche se senza alcun apparente motivo.

Devo ammettere che mi piaceva, e mi piace tuttora, fare Bondage con lei, perché sento di  aver varcato una soglia che era rimasta inviolata da tempo, e mi piace molto il fatto che me lo abbia lasciato fare.

Mi piace come bunny perché non è la solita marionetta inespressiva che si atteggia a fare da modella, accetta le corde e le restrizioni come una sfida, cercando allo stesso tempo di combatterle, di reagire, di mettersi alla prova.

La sua sofferenza è vera, la passione bruciante, quel giorno in particolare mi chiedeva di legarla più stretta, di andare più a fondo, si lasciava stuzzicare, sculacciare, mordere, accettava sul suo corpo i segni di quella lotta e ne voleva ancora di più, mentre giaceva a terra alla ricerca dei suoi limiti.

Ed era una persona completamente diversa da quella che si manifestò tra le corde la prima volta.

Ci incontrammo ancora per fare Bondage, poi un paio di volte ci vedemmo per altri motivi, una volta per una mostra fotografica organizzata da un’amica che avevamo in comune ed un’altra volta per berci un caffè.

Durante quest’ultima le avance si fecero molto più esplicite, eravamo sedute ad uno dei tanti bar ricavati nel locali sottostanti la metropolitana di superficie nei pressi della Humboldt University (per chi conosce Berlino è vicino alla stazione di Friedrichstraße), quando mi disse senza mezzi termini, tra un sorso e l’altro di un lungo e acquoso caffè tedesco, che avrei “dovuto provare sessualmente una donna”, lasciandomi senza respiro per un paio di secondi.

Percepito il mio lieve imbarazzo cercò in breve di ritornare ad un tono di conversazione pacato e fluente, passando in breve a raccontarmi qualcosa a proposito di un paio di  episodi di vita quotidiana realmente vissuto con la sua ex, cercando di premere intenzionalmente sul tasto della normalità della cosa.

Mi parlò di quando mangiavano patatine fritte sedute sul divano, bevendo birra e guardando la Tv (magari anche ruttando, pensai tentando di immaginare e sdrammatizzare la scena).

E che avevano un cane.

Mentre il fiume di parole che uscivano dalla sua bocca riempiva l’aria che ci separava fisicamente sentivo che qualcosa stava per accadere, mi sentivo attratta da lei e dall’idea di quello che poteva succedere, ma di certo non sarei mai stata io a fare il primo passo.

Ciononostante avevo l’impressione che lei, quel primo passo, lo avrebbe fatto immantinente.

Levammo le tende di lì a poco, il caffè era finito da un pezzo ed il cielo grigio annunciava una imminente pioggia.

Ah si, era estate ed avevamo speso quel tempo assieme sedendo nel giardino esterno del locale, tra un muro di cinta coperto da piante rampicanti che separava il giardino dagli altri edifici e il muro di sostegno della metropolitana di superficie, sotto la quale, appunto, il bar aveva la sua sede.

Decidemmo di fare comunque una passeggiata, senza apparente meta ed arrivammo nei pressi del Duomo.

Ci fermammo sul prato antistante, lei mi disse che amava sdraiarsi sull’erba nei giorni di sole, è una cosa che ha sempre fatto quando esce dall’università e che se volevo potevamo passare un po’ di tempo assieme lì.

Certo che, alzando gli occhi al cielo, quella non sembrava essere una giornata di sole, il grigio delle persistenti nuvole non era molto d’ispirazione lasciando poco spazio alle speranze che di lì a poco la solita quantità quotidiana di pioggia, seppur estiva, non sarebbe caduta sulle nostre teste.

Ma ci fermammo lo stesso, trovammo un posto sufficientemente pianeggiante e privo di buche e ci sedemmo.

Lei si fece una sigaretta con tabacco e cartine ed io mi lamentai del mal di schiena che in quegli ultimi tempi mi stava tormentando.

Si propose immediatamente per un massaggio, prese la sua giacca e la stese sull’erba  invitandomi a sdraiarmi.

Credo che in realtà sapessi benissimo cosa stava per succedere.

Mi sdraiai pancia in giù e testa da un lato, ho sempre apprezzato il ricevere massaggi e sentire che il mio corpo viene manipolato, toccato, e mi piace particolarmente la sensazione di potermi lasciare andare di peso sul pavimento, o terreno che sia, abbandonando ogni forma di pesantezza e restrizioni.

Lei iniziò poggiando delicatamente le sue mani sulle mie spalle, quasi a sfiorarmi, come se stesse impastando una sostanza eterea piuttosto che un corpo fatto di carne e ossa, e continuò accrescendo sempre di più la pressione arrivando a stringermi la carne tra le sue dita in maniera anche piuttosto intensa e decisa.

Mi piacque il contatto fisico che stabilì non appena iniziò a massaggiarmi, mi piaceva la sensazione tattile delle sue mani su di me, il suo modo di avvicinarsi e protendersi e l’intensità della pressione e della stretta delle sue dita sulla mia persona.

Mi scostò la t-shirt e infilò le mani sotto, slacciò il reggiseno chiedendomi di sfilarlo ma continuò a massaggiarmi, come se non volesse perdere il contatto, ora la sua presenza si era fatta di nuovo più sensuale, delicata.

Lo sfilai quel reggiseno, lo feci girandomi su un fianco mentre la sua mano non lasciava il contatto con le mie gambe, come se avesse voluto sincerarsi che non fossi fuggita via all’improvviso correndo.

Cosa che evidentemente non feci, tornando a sdraiarmi immediatamente dopo aver lanciato il reggiseno nei pressi della mia borsa.

Lei riprese a toccarmi le gambe, a sfiorarle, man mano si faceva strada al loro interno creando spazio tra le cosce per arrivare a lambire l’attaccatura dei glutei e passare in maniera fintamente distratta proprio lì, sui genitali racchiusi nei leggins e nelle mutandine, entrambi rigorosamente neri. Alla prima passata non successe molto, il livello di guardia, nonostante cercassi di abbandonarmi alla successione naturale degli eventi, sembrava essere ancora leggermente attivo.

Alla seconda sussultai, emettendo un lieve gemito e rispondendo alla leggera stimolazione con un piccolo movimento, la terza volta che quelle mani toccarono, senza neanche più dissimulare un contatto fortuito e distratto ma deliberatamente in cerca di una azione volontaria, la mia vulva (dio come odio i nomi propri delle diverse parti dei genitali…raccapriccianti, proprio) mi lasciai scappare un suono considerevole di piacere dalla bocca, seguito da una risatina anche piuttosto sciocca e da un piccolo sobbalzo del bacino.

Sollevai anche leggermente la testa, dando distrattamente un’occhiata intorno se mai ci fossero stati degli spettatori involontari, eravamo pur sempre in un giardino pubblico…di fronte alla cattedrale di Berlino, in pieno giorno, nuvoloso si, ma con ancora una visibilità piuttosto nitida.

Nelle rare volte che mi era capitato di passare per quel posto avevo sempre visto naturalmente molti turisti, qualche studente, appunto, sdraiato con libro in mano e spesso un joint nell’altra, ma una volta mi capitò di trovarci addirittura una lezione di ballo latino americano, anzi, per essere precisa, una lezione di ballo di gruppo latino americano, con stereo portatile azionato a tutto volume manco fossimo nel ghetto di New York negli anni ottanta in mezzo ad una black gang rap e queste 10-12 persone di un’età piuttosto variabile scatenate e saltellanti a ritmo di musica.

Quel giorno, mentre alzavo leggermente la testa dopo che quella ragazza impertinente mi aveva passato ripetutamente una mano in mezzo alle cosce, non c’era nessuno in vista, fortunatamente.

Ma s’era appropinquata l’ora di frenare gli istinti e le mani, senza arrivare a perdere il controllo in un luogo così poco opportuno.

Tornai a sedere coi capelli arruffati, la maglia alzata e senza reggiseno, cercando di dissimulare un pacato comportamento degno di un normale incontro sull’erba tra amiche. Ci guardammo negli occhi e scoppiammo, naturalmente, a ridere, dopodiché mi fece intendere che le sarebbe piaciuto continuare l’incontro a casa sua e mi invitò a seguirla.

Nel frattempo le prime gocce di pioggia stavano iniziando a cadere, annuii, radunai le poche cose sparse e ci alzammo da terra. Fatti neanche dieci passi la pioggia cominciò a cadere in maniera insistente, tanto che dovemmo affrettare in passo per raggiungere la fermata del tram, fortunatamente poco distante.

Cosa accadde dopo?

Ve lo racconto un’altra volta.

Figa

  Artwork by me

Il mio primo masochista

Sono nata e cresciuta, almeno per la prima parte della mia vita, in un paese della provincia italiana.

Centro Italia per la precisione, dove la forte influenza storica e culturale della religione cristiana ha plasmato nei secoli le menti, i corpi e le usanze degli abitanti, l’architettura, insinuandosi anche nei comportamenti e nelle abitudini di generazioni e generazioni di stanziali.

Se qualcuno di voi ha mai visitato Orvieto, la mia città natale appunto, si sarà reso conto, per esempio, della innegabile maestosità del Duomo rispetto alle insignificanti casupole costruitevi attorno, così basse e modeste da far spiccare la sagoma della cattedrale immediatamente verso il cielo e da far sentire noi esseri umani così piccoli come neanche una formica al cospetto di un elefante potrebbe mai sentirsi.

Difficile avere ma soprattutto ammettere di avere pensieri e desideri sconci e sessualmente perversi quando si cresce circondati da cotanta innata ed endemica repressione, così, almeno per la prima parte della mia vita, ho seppellito i miei desideri sotto una spessa coltre di comportamenti e credenze rivestite di inadeguatezza e goffaggine.

Accadde poi che, dopo anni e anni di duro lavoro su me stessa (non ancora finito) ed un lungo pellegrinaggio fatto di continui spostamenti da un posto all’altro alla ricerca della terra ideale dove trovare il nutrimento adatto per la mia crescita, io mi sia sentita autorizzata a sperimentare qualcosa in più delle semplici frustrazioni che avevo vissuto fino ad allora, scoprendo che esiste un mondo dove tutto questo non è proibito, anzi, può essere un ottimo veicolo di realizzazione personale.

Ciò non significa che attualmente, nel profondo, io sia completamente libera da blocchi o paure o reminiscenze di quella prima parte di vita vissuta prigioniera della vergogna e del senso di colpa, lascio solo che tutto ciò non fermi la mia voglia di sperimentare e mettermi in gioco.

Fu così che, dopo qualche mese dal mio arrivo a Berlino, tra le tante esperienze che avevo avuto già la fortuna di fare, accettai anche l’invito ad uscire da parte di un uomo che avevo conosciuto poco tempo prima durante un workshop di Bondage, il quale si dichiarava apertamente “masochista”.

Nella mia mente cresciuta a pane e provincialità non avevo una chiarissima  idea di come ci si comportasse in presenza di un (presunto) vero masochista visto che non ne avevo mai incontrato uno che si dichiarasse tale, l’unico appiglio certo al quale potermi aggrappare per cominciare a scrivere un altro capitolo della mia storia all’interno di questo mondo e passare una serata che avesse senso per entrambi era che i masochisti amano il dolore.

Il che, se la cosa mi fosse piaciuta (e ne ero quasi del tutto certa) avrebbe fatto di me probabilmente una sadica.

Ma naturalmente la teoria era ancora tutta da verificare.

L’invito in questione era per un party che si sarebbe svolto in uno dei locali BDSM della città, il Darkside, che a quel tempo non avevo ancora visitato.

Arrivai al locale nelle prime ore della sera, i locali BDSM a Berlino hanno degli orari di apertura che non vanno quasi mai oltre le 21:00.

Per poter accedere al locale bisognava oltrepassare una prima porta di metallo, sormontata da un archetto in mattoncini, accanto ad un grande e alto cancello sprangato che si trovava alla fine di un vicolo cieco in uno dei quartieri più famosi di Berlino, Kreuzberg.

Quella porta era sorvegliata da un guardiano in carne ed ossa il cui compito, credo piuttosto ingrato, era quello di rimanere in piedi fuori dal cancello e selezionare per tutta la sera la clientela. Se la sua decisione era favorevole significava che eri un cliente in linea con la tipologia di persone accettate nel locale, quindi quella porta ti si sarebbe servizievolmente aperta davanti ad opera delle sue grandi mani e ti si sarebbe anche gentilmente fatto notare, a parole, di fare attenzione allo scalino rialzato quasi totalmente in ombra celato diabolicamente appena dietro, scalino realizzato con gli stessi mattoncini dell’arco che contornava la parte alta di quella porta di metallo.

Dopo essere arrivata nei pressi di quella prima soglia, guardandomi attentamente attorno per capire dove quel vicolo cieco dove non ero mai stata prima mi avrebbe portata, capii di essere arrivata nel luogo prefissato proprio al momento che inquadrai quella figura maschile nella penombra, che sembrava passare già da lontano al vaglio la mia figura mentre si spostava in linea con la traiettoria dei miei passi, ancora incerti, per potermi studiare meglio.

Dopo il buonasera, lanciato nell’aria preventivamente dalla sottoscritta in inglese  mentre mi avvicinavo, scambiammo immediatamente alcune parole generiche e di rito a proposito del più e del meno e di come la pioggia arrivasse sempre all’improvviso in quella città, spesso e volentieri sorprendendoti senza ombrello e, soprattutto d’estate, con le scarpe aperte.

Mi sembrò subito chiaro che non avrei avuto grandi problemi ad entrare, difatti poco dopo quella porta di metallo mi venne gentilmente aperta accompagnando il gesto con gli auguri per una buona serata ed una buona permanenza nel locale.

Entrai nella penombra facendo attenzione che quel gradino fantasma poco prima annunciato non avesse la meglio sui miei passi.

Quella porta si apriva su di un cortile interno racchiuso tra tre palazzi ed un muro di cinta abbastanza grande da contenere una decina di macchine.

La prima cosa che mi saltò agli occhi subito dopo entrata fu il cono di luce generato da un unico lampione che, almeno durante quelle ore notturne, cercava di dare una vaga visibilità al cortile mettendo in risalto anche alcune finestre di un paio di uffici situati al primo e al secondo piano dell’edificio  di fronte all’ingresso.

In fondo al cortile a sinistra, blandamente illuminata da una luce fioca sui toni del giallo scuro che ricordava vagamente la luce emessa da una lanterna, un’altra piccola porta al piano terra sembrava essere esattamente la destinazione verso la quale ero diretta.

Ci arrivai a piccoli passi guardandomi attorno, tenendo stretta in mano la borsa di pelle rossa che mi ero portata dietro contenente alcuni attrezzi che  pianificavo di usare durante la serata e facendo attenzione ad evitare alcune pozzanghere rimaste lì dall’ultimo acquazzone.

Arrivai in breve tempo dinnanzi alla porta, alla sua destra solo un campanello con il nome del locale, scritto neanche troppo grande a caratteri gotici su uno sfondo bianco, la serratura chiusa a chiave ed una telecamera in bella vista sopra il campanello, un occhio meccanico grande come un pugno con la pupilla dilatata messo lì a fare da secondo tramite per ottenere il lasciapassare definitivo.

Suonai, e dovetti aspettare un paio di minuti buoni prima che il rumore dell’apertura a distanza della serratura segnalasse che evidentemente avevo  finalmente conquistato l’accesso al locale.

Sarà stato per via della borsa di pelle rossa piena di attrezzi per torture che portavo in mano, che ricordava quella del dottore, o più verosimilmente per la mia faccia dichiaratamente velata di quell’espressione famelica di chi sta per assaggiare e cibarsi di qualcosa di veramente gustoso e succulento per la prima volta, con la sensazione di volerne già in quello stesso momento ancora di più.

Appena aperta la porta una scala di legno affiancata da un corrimano intarsiato in maniera decisamente barocca e la carta da parati color porpora mi invitavano a scendere al piano interrato.

Gli scalini di legno scuro erano ricoperti da un tappeto rosso, fissato con una lamina dorata ai margini, che seguiva il discendere di ogni gradino finché la scalinata non voltava verso destra, per scomparire dietro un angolo, segno evidente che bisognava scendere ancora.

Chiusi la porta alle mie spalle, per fortuna (o no, visto che avrebbero potuto dare un’aria più slanciata alla mia figura) non indossavo scarpe col tacco, le mie ginocchia non me lo avrebbero mai permesso, si sarebbero rifiutate di fare anche solo un passo in avanti con qualcosa che ahimè sentivano come innaturale e mi avrebbero fatto passare tutta la serata seduta in un angolo nella più totale tristezza, e scesi le scale.

Una volta arrivata al piano interrato mi trovai davanti ad una tenda di tessuto pesante nera, scostata la quale arrivai finalmente al piccolo ingresso.

Il banco della reception aveva una forma stondata, era fatto anch’esso di legno scuro impreziosito da uno strato esterno di pelle nera e segnava un avamposto al quale bisognava naturalmente fermarsi, pagare il biglietto di ingresso, lasciare i cappotti e ricevere in cambio una tessera magnetica nero satinato con un numero a tre cifre sovra scritto in rosso lucido.

Venni invitata a cambiarmi d’abito nello spogliatoio, al quale si accedeva tramite una porta di legno scuro situata appena davanti al bancone della reception che si apriva su una stanza neanche tanto piccola, con una parete completamente occupata da dagli armadietti per lasciare eventualmente in sicurezza i propri oggetti di valore.

Alla parete opposta c’erano anche alcuni attaccapanni non custoditi sotto i quali ci si poteva sedere su delle panche di legno, magari per togliersi le scarpe, ed un grande specchio rettangolare, lungo quanto tutta la parete di fondo, appeso sopra un tavolo di legno davanti al quale era stata messa una sedia-poltrona in pelle nera, dava insistentemente l’idea di essere in un camerino teatrale.

Anche le luci provenienti dalla parte superiore e direzionate verso il basso, perennemente concentrate su chiunque si fosse seduto su quella sedia-poltrona, davano l’idea che qualcuno di importante si sedesse di solito lì, mancavano solo una decina di parrucche, una quantità innumerevole di oggetti per make up e i boa di piume di struzzo da spargere tutto attorno.

Una carta da parati a righe verticali panna e bordeaux rifiniva la ricercatezza dell’ambiente e non c’erano molte cose lasciate lì, segno evidente che era davvero molto presto ed il locale era ancora scevro di clienti.

Mi cambiai, avevo portato con me una gonna lunga in stile vittoriano, nera naturalmente, sopra la quale indossavo soltanto un body nero con lo scollo a balcone e le rifiniture di pizzo.

Una collana di perle (finte ovviamente) faceva almeno apparentemente la sua figura circondando il mio collo e non mancava, come al solito, il rossetto rosso sangue alle mie labbra.

Lasciai i capelli sciolti sulle spalle, diedi una occhiata alla mia figura riflessa in quel lungo specchio teatrale appeso alla parete di fondo e con la borsa degli attrezzi in mano uscii con passo deciso dalla porta del camerino (lapsus, era uno spogliatoio).

Una volta fuori mi sentii immediatamente diversa, lo capii dal ritmo dei miei passi, da come i piedi poggiavano sul pavimento, dalla schiena decisamente più arcuata, da come tenevo la borsa in mano e dall’espressione con la quale  guardavo chiunque incontrassi sulla mia via.

Mi diressi verso la sala principale, adornata da tavolini bassi e rotondi e poltroncine in pelle nera, pareti e soffitto costruite a mattoncini rossastri e luci morbide e calde. 

Appena entrata la mia vista venne catturata da un paio di specchi, slittando poi su un numero considerevole di quadri con fotografie minimali di corpi legati in pose sicuramente poco confortevoli ma deliziosamente artistiche.

In fondo alla sala una gabbia di metallo rigorosamente nero rifiniva la ricercatezza stilistica sotto un paio di lampade a luce rossastra che ne ombreggiavano la sagoma a tratti inquietante.

Già dall’ingresso era possibile intravedere un paio di salette laterali, senza porte, verso le quali mi diressi con passo lento e cadenzato, neanche stessi sfilando per il Corpus Domini (processione religiosa, ma non solo, che si tiene una volta l’anno ad Orvieto, la mia città natale di cui sopra) attraversando la sala principale.

Le salette erano tre, una, situata in fondo, fece la sua apparizione ai miei occhi soltanto una volta arrivata molto vicina.

Al suo interno c’era una croce di S:Andrea alla parete ed una sedia ginecologica, in pelle nera ovviamente, ancora in attesa di qualche vittima da inforcare tra le sue fauci.

Passai rapidamente ad esplorare le altre nicchie, al loro interno una gogna, una gabbia pendente, catene appese ai muri, e appliques fissate poco sopra l’altezza degli occhi che emanavano quella luce soffusa e calda che richiamava, assieme ai mattoncini rossastri i vicoli poco illuminati di una cittadina medievale.

In tutto questo il bancone del bar era discostato dalla sala vera e propria, una colonna con due sgabelli attorno divideva idealmente i due spazi.

In una vetrina rettangolare in un angolo del bar erano esposti almeno 3-4 dildi di varie dimensioni, alcuni plug anali, pinze metalliche per capezzoli, un paio di fruste raggomitolate come serpenti ed un collare interamente realizzato in metallo, acciaio probabilmente.

Un paio di baristi in camicia nera e pantaloni attillati poggiavano le loro schiene alla parete di fondo, davanti alla non esageratamente grande quantità di bottiglie messe in fila su scaffali di vetro, braccia conserte, in attesa che qualche gola profonda e secca s’avventurasse tra le righe del libretto del menù per ordinare loro di servirgli da bere.

Quella sala non era l’unico spazio offerto dal locale, c’era in realtà un’altra porta che avevo notato subito dopo il mio arrivo, una porta socchiusa accanto alla porta dello spogliatoio dalla quale si intravedeva un ulteriore spazio da poter esplorare.

Mi diressi verso quella zona, aprii lentamente la porta, e scoprii che v’erano ben più di una sola sala, ognuna comunicante in qualche modo con quella successiva, luci basse, pareti a mattoncini, tanti e diversi strumenti di tortura.

In una sala laterale era imposto il divieto di parola, con un cartello alquanto  eloquente appeso all’ingresso.

Entrai, pochi silenziosi passi attorno, quando abbassando lo sguardo scoprii  una gabbia “interrata” nel pavimento, angusta, poco profonda e con solo una minuscola feritoia verso l’alto.

Uscii in punta di piedi trattenendo il fiato, continuando la mia esplorazione.

Un’altra sala abbastanza grande con un piccolo salotto arrangiato davanti ad un caminetto finto e varie panche per sculacciamenti vari faceva da intermediario con l’ultima e forse più suggestiva parte del locale, le “segrete”, una serie di piccole celle in stile medievale alle quali si accedeva da una porta-cancello proprio in fondo a quella sala.

Lì dentro la luce veniva quasi meno, si trattava di un breve corridoio strozzato alla fine da una grande porta di legno lungo il quale una serie di 5-6 anguste celle si apriva nella parete di sinistra.

Ognuna aveva qualcosa di diverso, dove una panca, dove delle catene, dove un gancio o un piccolo materasso sospeso.

Ero ferma, in piedi di fronte ad una delle piccole celle ancora vuote ed avevo le visioni, mi sembrava di sentire tutte le grida calde, sudate, sofferte che quelle mura potevano aver assorbito, delle quali potevano essersi cibate, immaginavo tutte quelle persone che per scelta avevano pagato un biglietto di ingresso per poter soffrire e gemere, urlare e infine (ma non era del tutto scontato) accoppiarsi più o meno selvaggiamente.

Anche se in passato il dolore (non ricercato attivamente) era stato parte attiva della mia esistenza ed ero nel mondo del BDSM già da un po’ mi domandavo (e mi domando ancora) cosa spingesse le persone a ricercare quella sofferenza, quella messa alla prova, cosa c’era nelle storie personali che si celavano dietro a tutto questo, se tutti quelli che si inabissavano in un’esperienza del genere erano davvero coscienti riguardo quello a cui si  stavano sottoponendo oppure no, o se in tanti erano lì ciechi e sordi alla ricerca di qualcosa che non sapessero cosa fosse solo per sentirsi parte di qualcosa, per sentirsi vivi, per sentire il sangue pulsare nelle vene e la spina dorsale ribollire almeno una volta nella vita.

Me lo domandavo anche perché stavolta c’ero io dall’altra parte, dalla parte di chi il dolore lo avrebbe evocato, creato, messo a disposizione per chi ne avesse fatto richiesta.

E sentivo anche il carico di tutta la responsabilità che ne sarebbe derivata.

Fu quando tornai dall’esplorazione della seconda parte del locale che incontrai il mio partner appena arrivato, ancora alle reception, assieme a degli amici, tutti volti che riconobbi perché già visti a qualche party ma mai conosciuti di persona.

Quell’uomo mi venne incontro ancora con cappello e soprabito indosso, che dopo un caloroso saluto lasciò finalmente al guardaroba, invitandomi alla sua personale presentazione del locale.

Facemmo un giro assieme durante il quale mi mostrò ogni angolo di quel posto, non mi disse nulla del ritardo accumulato col quale si era presentato ma neanche io proferii parola, volevo tenermi quel primo strato di risentimento come incentivo per quando saremmo passati alla parte effettiva del nostro incontro.

Mi illustrò minuziosamente ogni parte del locale, dimostrando di conoscerlo piuttosto bene, sembrava essere un cliente abituale.

Finimmo il tour dirigendoci verso il bar, dove i suoi amici avevano già trovato posto a sedere in uno dei tavoli rotondi circondati da poltroncine di pelle nera, proprio sotto ad uno degli archi a mattoncini rossi.

Ci presentammo immediatamente e con alcuni fu impossibile non dire “c’eravamo già visti”, cosa che sembrò a tutti un’ottima maniera di rompere il ghiaccio.

Ordinammo da bere ed iniziammo i nostro primo gioco da lì, sotto gli occhi di tutti, mentre i nostri calici di vino stavano arrivando al tavolo.

Vietai immediatamente al mio partner di sedersi con noi, gli fu concesso soltanto di rimanere in ginocchio accanto a me, non prima di essersi tolto i vestiti di dosso, rimanendo con un perizoma nero a testa bassa lì, sul pavimento, mostrando già qualche segno di sofferenza alle ginocchia.

Mi feci consegnare i mazzo delle chiavi che teneva appese ai pantaloni, mi disse immediatamente che aveva sempre paura di perderle da qualche parte, per queso le teneva lì assicurate da un moschettone. Per me fu come se mi fossi fatta consegnare un qualche piccolo controllo su una sua paura. Misi sprezzante le chiavi sul tavolo, in bella vista tra i bicchieri di vino rosso e cominciai a tirare fuori i miei strumenti.

La prima cosa che presi dalla magica borsa di me in versione Mary Poppins sadica furono le pinze per capezzoli, rotonde, dentate, con una rotella che ne regolava la pressione ed una catenella che le teneva unite.

Ci misi poco a piantarle nei grandi capezzoli maschili di quell’uomo, la reazione fu immediata, dalla sua posizione in ginocchio il mio partner si contorse lateralmente in un mezzo grido di dolore.

Non potei fare a meno di notare quanta vitalità ci possa essere in una spirale ascendente di vibrante calore, quella sensazione che ci ricorda, nel mezzo del torpore della fluente noia quotidiana, che siamo ancora vivi.

Presi il mazzo delle chiavi poggiato poco prima sul tavolo, lo feci tintinnare vicino alle orecchie di quel corpo nudo inginocchiato su un freddo pavimento ancora in torsione per il dolore, arrivato probabilmente nelle parti più recondite del sistema nervoso, e cominciai a graffiargli la schiena, il collo, l’interno delle braccia, finché non lasciai ciondolare quel mazzo di chiavi appendendolo alla catenella che teneva assieme le due pinze dentate per capezzoli, ovviamente ancora saldamente ancorate a quei due insolitamente grossi pezzi di carne.

Era la prima volta che ci incontravamo, eravamo assieme da neanche un’ora e quell’uomo stava già iniziando a lacrimare.

I nostri compagni di tavolo erano intenti ad osservare incuriositi quanto stava accadendo mentre sorbivano lentamente il vino dai loro bicchieri, conversammo piacevolmente mentre stavo regalando quella splendida agonia al mio partner e trovammo anche di avere alcune cose in comune che non avremmo mai pensato di avere.

Decisi , dopo aver finito il mio primo bicchiere di rosso ed aver rimosso quelle pinze dai grandi capezzoli che le avevano così calorosamente accolte, che era il momento di passare a qualcos’altro.

Avevo con me le mie prime corde di canapa, usate, avute in regalo da un amico ed avevo tutta l’intenzione di usarle ed un flogger in pelle nera scalpitava all’interno della borsa chiedendomi di venir messo in funzione al più presto.

Mi alzai e ordinai al masochista di fare altrettanto, facendolo piazzare davanti all’ingresso della sala, di nuovo a terra, di nuovo in ginocchio, stavolta  col deretano all’insù.

Peccato che al tempo non avessi altro che quel flogger, ripensandoci ora una bella frusta schioccante ci sarebbe stata proprio bene.

Mi feci bastare quel che avevo, e cominciai a flagellare quelle natiche agghindate dal perizoma nero fino a farle diventare rosse, viola quasi, mentre le grida del (malcapitato?) masochista riempivano la sala.

Lo presi anche a calci, spingendo prepotentemente quell’ammasso di carne faccia a terra.

Mi avvicinai lentamente, gli ordinai di alzarsi.

Fu lento e ansimante nell’alzarsi, e non appena fu in piedi gli lasciai un bacio in fronte, dato col rossetto rosso, come una specie di marchio.

Lo legai, la sessione non era ancora finita, lo legai stretto, passando più e più volte le corde attorno al torso quasi a togliergli il fiato, poi gli legai le braccia, bloccandole dietro la schiena e passai una ultima corda attorno alla vita, lasciandone un bel pezzo libero ancora nelle mie mani cosicché avrei potuto  usarlo per strattonarlo e trainarlo via con me.

Ci dirigemmo verso la sala secondaria, quella che dava accesso al corridoio con le piccole celle quasi totalmente buie, lui camminava legato e all’indietro, avendo io lasciato ovviamente la corda per il traino sporgere dalla sua schiena.

Ci fermammo infine su un materasso rialzato nell’angolo di quella sala, proprio davanti al salottino col finto caminetto.

Lo slegai, per legarlo di nuovo, stavolta più stretto ancora, facendo passare la corda tra le sue gambe, annodandola attorno ai genitali, facendo pressione sull’ano per sentirlo gemere ancora, sculacciandolo sulle natiche viola per farlo contorcere mentre sedevo sulle sue gambe per tenerlo fermo, bloccando ogni tentativo di “ribellione” col peso del mio corpo.

Infilai un guanto nero di lattice nella mia mano destra, scostai il filo del perizoma all’altezza dell’ano prendendo anche la corda tra le mie dita con la mano sinistra, il che strozzò ancora di più i suoi genitali facendolo sobbalzare e gridare all’improvviso.

Avevo del lubrificante con me, sentendomi piuttosto magnanima ne presi un po’ tra le dita e cominciai a giocare con quell’ano, infilandoci prima uno, poi due e poi tre dita, lasciandole scivolare su e giù, con crescente rudezza.

Tiravo quella corda con l’altra mano nel frattempo, e sentivo irrigidire quel corpo sdraiato sotto di me ad ogni strattone, ma ancora niente safeword, niente blocchi, nessuna interruzione, segno evidente che quello che stava accadendo era ancora nei ranghi della sua tollerabilità.

Le dita ricoperte dal quel guanto nero ed impiastrate di lubrificante non bastavano più a solleticare il mio sadismo, non mi dava più alcuna soddisfazione vedere che quel pertugio si stava dilatando e che le dita scivolavano dentro con troppa poca resistenza.

Presi un plug di silicone nero che avevo portato con me, una misura media, non piccolo ma neanche enorme, e lo spinsi con decisione dentro quella carne aperta, forzandone l’ingresso noncurante delle contorsioni del corpo del mio partner e delle sue grida.

Ma tanto era legato.

Lo spinsi in profondità, rigirandolo per farlo aderire bene alle pareti interne e fermandolo poi all’esterno posizionando nuovamente il filo nero del perizoma e la corda a fare pressione, accentuando la cosa con un paio di altri nodi.

Ansimante, sudato, le natiche viola, legato e con un plug infilato nell’ano.

Ripresi a sculacciarlo, noncurante dell’aspetto della pelle, quando ad un tratto una delle ragazze che era seduta con noi al tavolo si affacciò sulla scena con il mazzo di chiavi di quell’uomo in mano, dicendo che loro stavano andando via e non volevano lasciarlo sul tavolo.

Lo presi in custodia e la ringraziai con un caldo abbraccio, mentre i rantolii del masochista facevano da sottofondo.

Decisi che per quella prima volta poteva bastare, d’altronde il locale si stava svuotando di nuovo, avevo evidentemente perso del tutto la cognizione del tempo.

Slegai pian piano il mio partner, lasciando il plug per ultimo, come una ciliegina sulla torta.

Sudato, rosso in faccia e in culo, tremante e con le gambe poco stabili si alzò in piedi ringraziandomi, per poi prendere in mano le sue chiavi e dirigersi verso la sala principale, dove i suoi vestiti stavano ancora aspettando il suo ritorno appollaiati su una delle poltroncine in pelle nera.

Io raccolsi i miei strumenti, realizzai che una parte della gonna nera che indossavo si era rovinata e dentro di me imprecai silenziosamente, avrei potuto chiedere a quell’uomo i danni.

Tornai nel camerino, comunque soddisfatta della performance e della venuta alla luce di quel lato sadico latente che mi aveva permesso di esplorare una parte consistente della mia ombra.

Ah ma quello non era un camerino, era un semplice spogliatoio…

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Orgasmo da poltrona

C’erano una volta un vichingo ed una donna con una pelliccia bianca.

Si incontrarono per caso una sera verso il tramonto e mai prima di allora si erano rivolti parola, anche se i loro sguardi si erano già incrociati in altre occasioni.

Il vichingo era piazzato, spalle larghe, elmo cornuto in testa e si mostrava fiero della sua postura massiccia e decisa osservando, da dietro il boccale che teneva in mano, tutti quelli che gli passavano attorno, con fare scrutante.

Portava un mantello corto ed una gonna di pelle nera, aveva il petto nudo ma indossava un’imbracatura di cuoio borchiata che glielo cingeva, stivali ai piedi e aveva le labbra adornate da un rossetto rosso, maldestramente però sbaffato oltre i contorni.

Si, un rossetto rosso maldestramente sbaffato.

La donna con la pelliccia bianca camminava da un po’ senza sosta a piedi nudi, si guardava attorno, sembrava non conoscere molte delle persone presenti ed era come se stesse cercando di orientarsi.

Indossava un vestito di rete nera a maglie abbastanza larghe senza nulla sotto, il grande seno tracciava le curve che quel corpo possedeva e non permetteva alla pelliccia di rimanere allacciata.

Il pelo di quel soprabito era finto, a tratti stropicciato e col tempo aveva perso il suo candore, aveva anche due o tre buchi rammendati da qualche parte ma nel complesso godeva di un’aria decadente e affascinante.

Anch’ella aveva optato quella sera per un rossetto rosso fuoco, rossetto che  lasciava la sua traccia ad ogni sorso di vino che quella donna sorbiva dal calice, non di cristallo, tenuto sobriamente (essendo ancora il primo) da una decina di minuti in mano.

Era una sera di maggio e la luce del sole persisteva anche oltre l’orario durante il quale, di solito, si era abituati a cenare.

Le grandi finestre della sala davano esattamente ad ovest, così che tutta la bellezza di quel tramonto primaverile poteva essere ammirato sia da dentro che dalla grande terrazza.

Anzi, più che di una terrazza vera e propria si trattava del tetto del basso edificio adiacente, edificio ad un piano soltanto, occupato da spazi commerciali che a quell’ora avevano già chiuso i battenti.

Era anche possibile accedervi, bastava passare da una delle finestre che davano sul lato lungo di quella sala, salire due o tre scalini e scavalcare il davanzale e si poteva tranquillamente calpestare la superficie in scura e irregolare plastica catramata nera sulla quale era cresciuta a sprazzi anche un po’ d’erba.

A quell’ora della sera poi la superficie era ancora calda, dopo che il sole si era soffermato per ore a baciarla, per cui camminarci sopra a piedi scalzi era persino piacevole.

La grande sala era piena di ospiti, la musica non invasiva di sottofondo invitava a conversazioni garbate e piacevoli, l’atmosfera era rilassata e colloquiale.

C’erano qua e là donne in calzamaglia, donne e uomini nudi sdraiati sui sofà ai lati della sala, qualcuno indossava una vestaglia cinese rosa antico con degli stivali tacco 12 ed una parrucca bionda, qualcun altro aveva indosso una gonna di latex, una donna era vestita da Gesù con tanto di barba finta e piccola croce sulle spalle.

Era uno degli ultimi play party a Schwelle7 a Berlino, si, e la donna in pelliccia bianca ero io.

Ho amato quella pelliccia dalla prima volta che l’ho vista, mentre riposava nel guardaroba di abiti che era a disposizione dei partecipanti alle feste dal quale ognuno poteva scegliere l’abito che più gli piaceva  e indossarlo per la serata.

Io quel giorno avevo portato da casa l’abito nero a rete, ma sentivo che mancava qualcosa.

La pelliccia era lì, sulle prime stampelle del guardaroba, che sembrava aspettare solo me.

Ed era perfetta per quell’abito.

Unico particolare…doveva rimanere aperta sul davanti, un po’ perché per una sera di maggio era decisamente troppo calda per rimanere abbottonata e un po’ perché…non si abbottonava, causa misura grande di seno della sottoscritta, ecco.

Poco male.

Il vichingo era già lì al mio arrivo, col suo elmo cornuto dorato che spiccava sopra ogni altra testa degli astanti.

Indossava un gonnellino di pelle nera, Dr.Martens nere ai piedi, una leather harness borchiata al petto ed un semi mantello rossastro lungo fino al sedere.

E aveva questo rossetto, messo male tra l’altro, visto che le labbra che madre natura gli aveva donato erano ahimè molto piccole e ci sarebbe stato bisogno magari di disegnarne i contorni in precedenza con una matita.

Giravo per la sala, c’era abbastanza gente ma nessuno ancora delle persone con le quali avevo maggior confidenza, decisi di prendere un bicchiere di vino rosso per ingannare il senso di attesa aspettando che la serata decollasse o che arrivasse qualcuno con cui scambiare due chiacchiere, o due frustate in amicizia.

Mentre andavo verso la zona bar mi ritrovai a scambiare casualmente un paio di occhiate col vichingo, la faccia non era completamente sconosciuta, anzi, lo avevo visto in precedenza sempre a Schwelle7, durante qualche party, a dire la verità me lo ricordavo bene in una “performance” a base di urina (non sua) alla quale aveva partecipato complici una conca di plastica blu, una donna in tacco 12 laccato nero naturalmente senza mutande e altre due assistenti.

Quella volta lì, quella della conca intendo, lui era vestito da hawaiana, reggiseno fatto di conchiglie, gonna di rafia e parrucca bionda, prontamente tolta prima della performance e sostituita alla fine da un asciugamano.

Bella scena, vi lascio immaginare il resto.

Scambiai con lui un paio di rapide occhiate, poi ci avvicinammo, in maniera del tutto spontanea e cominciammo a parlare, dapprima del fatto che non parlassi ancora tedesco e poi di come eravamo giunti a Schwelle7.

Svuotammo i rispettivi bicchieri durante quella chiacchierata, non mi sentivo particolarmente attratta da lui ma era simpatico e gentile, nessuna fantasia erotica mi stava germogliando dentro ma neanche rifuggivo la vaga idea di qualcosa che potesse nascere spontaneamente.

Finimmo gli argomenti come finimmo i rispettivi bicchieri di vino, dopodiché tornammo io a girare per la sala in cerca di qualcosa da fare e lui a scrutare i presenti da dietro il suo bicchiere, vuoto.

Trovai dietro una delle colonne una poltrona mezza sgangherata ma molto ispirante, di pelle rosso scuro, si addiceva perfettamente alla pelliccia bianca che indossavo e all’aria da regina decadente e svogliata che mi aleggiava attorno.

Decisi che avrei passato almeno un po’ del tempo che avevo  a disposizione calandomi nel ruolo di guardona in poltrona, decisamente svaccata e senza alcun ritegno nell’allargare le gambe e infilarci la mano in mezzo.

Semi sdraiata su quella seduta proprio dietro quell’angolo, iniziai con l’osservare, davanti ai miei occhi, un inizio di piccola orgia.

Quattro-cinque persone, non di più, alcune ancora non completamente nude ma già avvinghiate l’una alle altre.

Non passò molto tempo che il vichingo si affacciò da dietro la colonna,  venendo verso di me, inginocchiandosi e chiedendomi di potermi massaggiare i piedi.

Sporchi tra l’altro, visto che era da un bel po’ che camminavo scalza.

Ero anche uscita sulla terrazza, pardon, sul tetto rivestito di plastica catramata, e non faccio di certo mistero a proposito del colore che prendono i piedi dopo aver camminato su un materiale del genere.

Ma a lui non importava, era lÌ inginocchiato davanti a me svaccata con la mano in mezzo alle cosce che chiedeva gentilmente di poterli prendere in mano, e massaggiarli.

Gliene consegnai uno, il sinistro, le sue mani cominciarono immediatamente ad accarezzarlo, lisciarlo, toccarlo con un andatura sicura fino ad entrare in profondità con le dita e a farmi provare anche dolore, sopportabile e piacevole.

Ci mise un po’ prima di passare all’altro, sembrava gustarsi tutti i momenti di quella manipolazione, la consistenza dei miei piedi, persino il retrogusto  e la consistenza vischiosa dei rimasugli odorosi del catrame.

Io avevo fatto scivolare via la mano da in mezzo alle cosce, lasciandola ciondolare al lato della poltrona tanto era il senso di rilassamento che quel massaggio mi stava dando, e chiusi gli occhi scivolando in quella sensazione.

Durò ancora per un tempo imprecisato, poi il vichingo mi baciò i piedi, li strinse nelle mani, si alzò e continuò, dopo avermi salutata con un inchino, a camminare per la sala.

L’orgia che stavo osservando poco prima intanto stava decollando scaldando l’aria lì attorno, i partecipanti erano oramai tutti nudi e già ansimanti e sudati.

Altre persone giacevano nei paraggi per assaporare l’energia che quei corpi emanavano nei loro movimenti sinuosi, sudati, vogliosi, chi su un materasso, chi seduto a terra, chi sdraiato, come me, su una poltrona.

Passò poco tempo ed il vichingo tornò, fermandosi ed inginocchiandosi davanti a me e chiedendo di poter continuare il massaggio iniziato prima.

Feci un cenno con la testa.

Prese lui uno dei miei piedi in mano stavolta, e cominciò di nuovo a massaggiarlo, carezzarlo, baciarlo, per poi iniziare a risalire verso la caviglia stavolta, il che cambiò tutta la gamma di sensazioni che stavo avendo in quel momento.

La strinse, la palpò, la strizzò delicatamente, e già mi girava la testa.

Riservò lo stesso trattamento anche all’altra, sembrava che i miei piedi tornassero a respirare, e le mie gambe pian piano ad allargarsi.

I suoi movimenti erano decisi ma gentili, a volte mi sfiorava soltanto, altre entrava fin nella parte profonda dei miei piedi facendomi contorcere un po’ dal dolore su quella poltrona leggermente sfatta, con la seduta sfondata ma di quel colore rosso scuro che adoravo.

Smise poco dopo, lasciando le mie caviglie desiderose di farsi ancora toccare.

Baciò entrambi i piedi ed entrambe le caviglie, poi si alzò e come aveva fatto la prima volta, continuò a camminare allontanandosi da me e dalla mia pelliccia bianca (opaca), entrambe sdraiate a peso morto su quella poltrona.

Tornai a sfiorarmi l’interno coscia con la mano che intanto avevo riportato tra le gambe, sentivo uno strano connubio tra eccitazione e rilassamento, il che mi rendeva pacatamente euforica.

Nel frattempo, oltre all’orgia che era entrata in una fase di stanca nella quale i partecipanti tuttalpiù si strusciavano languidamente l’uno sugli altri, si erano accesi vari altri focolai di passione attorno, chi era stato legato con le corde in sospensione ad un gancio al soffitto, chi si rotolava a terra in un susseguirsi di rantolii gutturali, chi stava indossando uno strap-on…

Poco distante da me, giusto dietro la colonna, un’altra piccola orgia stava prendendo il via, potevo vedere le diverse paia di piedi sporgere dal bordo del letto rialzato che era stato addossato alla colonna e qualche fondoschiena prominente probabilmente appartenente a qualcuno inginocchiato intento a praticare una fellatio o cunnilingus che sia stato.

E ne sentivo i gemiti, piuttosto ispiranti se devo essere sincera.

Passò non molto tempo che il vichingo si fece rivedere, stavolta senza elmo, si diresse verso di me e iniziò un nuovo approccio dopo avermi guardata negli occhi durante tutto il tragitto che quei pochi passi segnavano tra me e lui, ed iniziò a ripetere lo stesso rituale delle volte precedenti, durante il quale si inginocchiò davanti a me, prendendo stavolta senza neanche più chiederlo, i piedi in mano, per cominciare a massaggiarli.

Non si limitò ai piedi e alle caviglie, ma cominciò a risalire le gambe, soffermandosi sulle ginocchia, passando del tempo a carezzarle, impastarle, mentre mi baciava la parte inferiore delle gambe.

Le sue mani poi risalirono nella parte più carnosa, dove affondava le dita con sapiente decisione, dove a tratti, sfiorandomi, mi faceva sussultare ed incurvare la schiena, tanto che trovai più comodo scostarmi dallo schienale e lasciarmi scivolare lateralmente sul bracciolo, di traverso, languidamente. La pelliccia era completamente scivolata ai lati del mio corpo, il vestito a rete scostato e tirato su fino a sopra l’inguine, non portavo alcun tipo di biancheria intima e non mi ero neanche rasata, il che dava, secondo me, ancor più l’idea decadente ma lussuriosa a tratti selvatica di voler godere di quel momento speciale, senza tener conto di null’altro.

Belle quelle mani, forti e decise e delicate allo stesso tempo, che strizzavano, lisciavano, accarezzavano la carne abbondante delle cosce, fin su all’inguine, per poi tornare ai piedi e alle caviglie e ricominciare.

Ad ogni ondata la sensazione di piacere saliva col salire delle mani, sempre più su, sempre più a fondo, per poi ricominciare dal basso, facendomi ansimare e ciondolare la testa e le gambe al di fuori dei braccioli della poltrona con gemiti sempre più evidenti.

Non passò molto tempo che mi lasciò ancora lì quel vichingo, alzandosi con uno sguardo compiaciuto per riprendere a camminare per la sala con i suoi Dr.Martens slacciati ed il suo mantello corto svolazzante.

Mi lasciò liquefatta, molle, senza barriere né pudore, con le gambe completamente aperte e rilassate, mentre la nuova piccola orgia che aveva preso il via lì dietro la colonna sembrava aver assorbito anche i partecipanti assopiti dell’altra, che sembravano ora riattivati dall’arrivo di nuovi peccaminosi stimoli, fondendosi con piacere nelle nuove ondate di sinuosa voluttà.

Respiravo profondamente, chiudevo gli occhi, portavo la mano destra in mezzo alle gambe, le sfioravo, accordandomi con i gemiti e i gridolini provenienti da quel mucchietto di persone in preda alla lussuria ammassate selvaggiamente dietro l’angolo, ripercorrendo tutto il precorso che quelle mani servili e sapienti avevano tracciato poco prima, lasciando impresse sensazioni così marcate negli strati più profondi del mio corpo.

Mi rigiravo su quella poltrona sfondata, vecchia e lisa ma accogliente, avvolgente, sollevavo la schiena, il bacino, sollevavo le gambe e continuavo a toccarmi lì, proprio in mezzo alle gambe, lì dove la peluria marcava un territorio sacro e primordiale, dove le sensazioni si fanno più dense, viscerali, dove il richiamo dell’istinto, se opportunamente assecondato e stimolato,  vince sulle barriere razionali che ci imponiamo quotidianamente.

Sapevo che quell’uomo sarebbe tornato di lì a poco, sapevo che non mi avrebbe lasciata sola ma che avrebbe continuato ad accompagnarmi in quel viaggio, ma allo stesso tempo apprezzavo molto quelle pause dove avevo la possibilità di entrare in contatto con la mia personale eccitazione, quei momenti di ampio respiro durante i quali il desiderio si fondeva con il mio corpo, diventavano tutt’uno in attesa dell’ondata seguente, mentre la sensazione di piacere si dipanava fin negli strati più profondi.

Il vestito a rete, nel frattempo, era oramai arrivato al seno, si era arrotolato su sé stesso, discostato dalla mia pelle come un sipario aperto rivela la scena che si sta svolgendo sul palcoscenico, la pelliccia di colore bianco non  più candido si era discostata dalle spalle, era quasi cadente, arruffata, di contorno al mio corpo fuso con la poltrona.

Si fece attendere stavolta quel virtuoso uomo in gonnellino di pelle e mantello corto, si fece attendere con sapiente gestione del tempo e dell’attesa ad esso collegata, tornò spuntando da dietro un’altra colonna alla quale una donna alta e snella, coi capelli lunghi sciolti sulle spalle, lingerie di pizzo nero aperta sul didietro a rivelarne le tonde natiche era stata gradevolmente ancora a due ganci piantati nella colonna con un paio di bracciali di pelle nera dotati di anello di metallo dal suo partner, che le palpava ora le tette abbracciandola violentemente da dietro, strusciando il suo inguine decisamente in fase di eccitazione su quelle natiche esposte e sensualmente provocanti.

Stavolta il vichingo aveva in mano un bicchiere di vino rosso, che sorseggiava maliziosamente come a presagire cosa sarebbe andato a fare di lì a poco, si avvicinò di nuovo alle mie gambe ancora aperte, poggiò il bicchiere poco distante, a terra, e cominciò a baciarmi i piedi, a leccarli, per salire minuziosamente verso i polpacci, l’interno coscia, continuando a massaggiarmi con le dita ed i palmi, con la forza delicata di chi trasmette sinceramente un’emozione, di chi ti fa un dono, di chi si mette al tuo servizio per regalarti attimi di profonda liberazione senza chiedere nulla in cambio.

Mi baciò con passione tutto quello che c’era da baciare, finché, arrivato all’inguine, discostò con le dita la peluria selvatica per appoggiare la sua bocca ancora saporosa di vino rosso sul mio clitoride turgido e le labbra bagnate, dandomi una scossa ascendente che arrivò fin su nella gola, tanto che lasciai uscire un piccolo grido.

Rimase lì a leccarmi per qualche minuto, sempre con le mani sulle cosce a tenerle aperte e disponibili al suo ingresso (non che io stessi opponendo alcuna resistenza, anzi, ma quel gesto divaricatore mi dava la sensazione di compartecipazione, di supporto, rendendo il tutto davvero molto gratificante).

Si ritirò per prendere da un tavolino di servizio poco distante un paio di guanti di lattice, nel mentre lo seguivo con lo sguardo offuscato dalla intensità delle sensazioni che oramai mi possedevano, aspettando impaziente il suo ritorno.

Mi sentivo così umida, così aperta ed esposta, immaginavo di avere un fiore al posto dei genitali ed una sorgente di energia vitale che sgorgava da quel territorio prezioso, limpida, vivida, presente ed incisiva che nutriva tutto il mio essere, fin nei posti più reconditi e nascosti, e bui.

Quei pochi passi che separavano la vecchia poltrona sulla quale ero sdraiata dal tavolino di servizio con guanti, profilattici, disinfettante e lubrificante verso il quale il mio amato vichingo si era diretto mi sembrarono infiniti tanto era oramai il desiderio di dare più vita a quella sorgente di profondo piacere, e al suo ritorno aprii ancor di più le gambe a dichiarare palesemente il mio oramai incontenibile desiderio.

Lui sorrise, si aggiustò i guanti, e cominciò la risalita poggiando la sua mano appena fuori dalle mie grandi labbra, per poi entrarci senza mezzi termini direttamente in mezzo, nella carne bagnata e densa, giusto due dita in ascesa verso il paradiso.

Decisi di accompagnarlo prendendo possesso del clitoride con il dito medio, dopo tutto ho sempre bisogno di essere presente ed attiva nella ricerca del mio piacere, devo essere lì a direzionare i lavori , condizione decisamente “sine qua non”, ovvero senza la quale non posso arrivare ad esprimere tutto il piacere potenziale che il mio corpo contiene ed è capace di attivare.

I know my body.

E quel vichingo dalle mani d’oro alternava ora le dita ora di nuovo la bocca nella sua stimolazione sensoriale del mio fiore oramai completamente aperto, violato, trapassato e umido, gettandomi nelle ripetute ondate contorcenti di quel piacere rosso denso e scuro come il colore della pelle della quale la poltrona sulla quale ero sdraiata era rivestita.

Cominciai a lasciare uscire un suono, due, tre, ad intervalli sempre più brevi e  sempre più acuti e vibranti, stavo arrivando in vetta alla scala di intensità che quell’orgasmo imminente mi stava dando, incurvando ancora di più la schiena oramai completamente distesa oltre il bracciolo, innalzando al soffitto il bacino con un piede puntato sull’altro che premeva verso l’alto come per lasciar fluire meglio la ventata interna di soddisfazione carnale su per la spina dorsale, il petto, la gola, la bocca, la sommità della testa riversa oramai quasi completamente verso il pavimento.

Mi piace a volte, durante il climax, trattenere quell’espansione, quella risalita, trattenerla giù nel ventre per farla crescere di intensità, ma quella volta era già talmente pervasiva che non opposi la minima resistenza, abbandonandomi soltanto al susseguirsi delle evoluzioni interiori che mi stavano attraversando.

Gridai, un grido forte, aperto, che si sparse nell’aria lì attorno come un’esplosione, come un irraggiamento di energia sonora.

Una delle maniche della pelliccia finta di colore bianco non più candido era oramai quasi del tutto scivolata via dal mio braccio sinistro, il vestito nero a rete stropicciato e mezzo arrotolato era arrivato fin sopra il seno, i capelli arruffati erano sfuggiti all’elastico nero che li raccoglieva in uno pseudo chignon per ricadere ai lati del mio volto arrossato e sudato, viso con gli occhi semichiusi che era oramai completamente una porta aperta su quell’estasi primordiale ancora così vivida e luminosa, così forte, pervasiva.

Un sospiro, il petto ancora pieno di quella forza in espansione, la mia mano che ancora carezzava la peluria bagnata, gli occhi, bagnati anch’essi, che pian piano tornavano ad aprirsi, lasciando entrare lentamente la poca luce soffusa che illuminava discretamente la stanza.

L’orgia dietro la colonna stava continuando ad accumulare partecipanti, la donna che prima era legata per i polsi all’altra colonna adesso era seduta poco distante sorseggiando vino rosso, un altro gruppo di persone stava assistendo a tutte quelle scene contemporaneamente mentre giacevano sdraiate su un altro divano proprio di fronte a me, sorseggiando anch’essi vino dai loro bicchieri.

Pian piano anche le sembianze del vichingo tornarono ad essere nitide alla mia vista, era lì sorridente che mi guardava, sudato anch’egli, ancora in ginocchio.

Io lasciai andare la testa all’indietro in una risata liberatoria, gli presi la mano stringendogliela con forza, lui rispose alla stretta, dicendo con fierezza:

-“I love your orgasms.”-

-“Me too.”- risposi ancora mezza ansimante.

Mi ricomposi, alzandomi lentamente da quella poltrona la cui seduta era ora più che mai incuneata verso il basso, c’era ancora la forma del mio sedere sopra, la pelle ancora calda e le pieghe evidenti.

Diedi uno sguardo distratto all’orgia lì dietro alla colonna che intanto proseguiva senza sosta, sorriso estatico in volto, e mi diressi verso il bar per prendere un altro bicchiere di vino, alla fine tutta quell’agitazione mi aveva messo sete.

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Amante si, ma con rispetto

“Chi è senza amante scagli la prima pietra” mi verrebbe da dire guardandomi un attimo attorno.

Ma almeno, se proprio mi trovassi nella condizione di dover rivestire il ruolo di amante, vorrei sentirmi trattata con rispetto.

La scorsa estate mi è capitato di essere contattata via Facebook (era appena terminata l’edizione 2016 di Xplore qui a Berlino), da un uomo appartenente alla cerchia dei frequentatori del Festival. Cominciammo a parlare via chat, scoprimmo che avevamo alcune cose in comune, tra le quali l’Aikido, anche lui era un praticante da molti anni, mi disse, cintura nera 1° Dan.

Gli chiesi informazioni sui Dojo in città e gli dissi che mi sarebbe piaciuto prendere un caffè assieme. Lui acconsentì, ma non solo, aggiunse che avrebbe avuto piacere nell’invitarmi, dopo aver preso il caffè, a visitare un locale BDSM non lontano dalla caffetteria designata per l’incontro. Non aggiunse altro.

Profilo non pubblico, nessuna foto, solo l’informazione “sposato”.

Ci incontrammo direttamente davanti alla caffetteria quel giorno, io arrivai, come sempre, in anticipo, è una piccola fissazione che ho, mi serve per studiare l’ambiente circostante e sentimi più a mio agio.

Quello che vidi arrivare tra i mille volti sconosciuti di una strada centrale di Berlino-Kreutzberg intorno alle sei di pomeriggio di un lunedì qualsiasi di mezza estate fu un uomo piuttosto alto e snello, sicuramente over 50, niente di speciale addosso se non un paio di pantaloni neri, un anonimo golf scuro, sandali Birkenstock piuttosto consumati indossati naturalmente con un paio di calzettoni pesanti e mani in tasca, andatura spedita. Ci presentammo in strada, poi entrammo e sedemmo all’interno del locale, precisamente trovammo posto su di un divanetto vintage rivestito di una stoffa pseudo-broccata sulla tonalità del verde smeraldo.

Ordinammo il caffè, nel frattempo parlammo dell’Aikido, di Xplore, dell’Italia, parlammo di musica visto che sotto il maglione scuro e sotto un paio di bretelle nere indossava una t-shirt di un gruppo metal tedesco, a me sconosciuto naturalmente.

Rimanemmo a scambiarci parole e cortesie per una mezzora circa, poi lentamente decidemmo di levare le tende e ci spostammo a piedi verso il locale, il quale era in realtà davvero poco distante.

Conoscevo già quel posto, era stato il primo uomo col quale ero uscita a Berlino a portarmici, lo riconobbi subito.

“Quälgeist” il nome, un gay club SM a Meringdamm che di tanto in tanto è aperto a tutti i generi durante party dedicati e occasioni speciali.

200 mq di Dungeon suddivisi in vari livelli, con moltissimi “attrezzi” con cui giocare, sale per torture, gabbie, ed una saletta semi-privata senza porta ma con una tenda che separa lo spazio pubblico da quello privato, con al suo interno un grande materasso in finta pelle nera sopraelevato, a mo’ di letto queen size spartano ed austero.

Inutile dire che finimmo proprio lì, non faccio mistero riguardo al risvolto della serata. Mi piacque il modo in cui approcciò il mio corpo e il mio desiderio, pensai che far parte di un gruppo sex-positive incentrato su una certa consapevolezza a proposito della sessualità aveva i suoi vantaggi, anche se in quello che successe tra noi quel giorno (ma scoprii poi che l’inclinazione era la stessa anche per il resto dei nostri incontri) di BDSM sembrava esserci davvero poco, si era trattato di una stupenda e profonda relazione sessuale durante la quale lo scambio energetico ed emozionale sprigionato fu davvero grande e piuttosto coinvolgente.

Fummo immediatamente rapiti da un’onda incontrollabile di desiderio, per cui decidemmo che ci saremmo rivisti a breve.

Lui veniva a Berlino soltanto una volta alla settimana, abitava a circa un centinaio di chilometri ma la madre anziana era rimasta nella loro vecchia casa di famiglia in città, in più aveva un orto a cui badare con un piccolo casottino-rimessa, per cui destinava la sua presenza di quei giorni a mantenere attiva la sua connessione con le sue radici, in tutti i sensi.

Questo accadeva che era ancora estate, ci incontravamo proprio lì nel suo casottino, a me faceva impazzire il modo in cui era in grado di leggere il mio corpo, di seguirne il ritmo, le ondate, lui sembrava felice come un bambino, non facevamo in tempo a salutarci che poco dopo mi chiedeva via messaggio quando ci saremmo rivisti ancora, mi mandava canzoni, frasi e citazioni ad effetto. Mi portò dei fiori per il mio compleanno, mi dedicò completamente la giornata dicendo di voler esaudire ogni mio desiderio, e così fu.

Nonostante tutto però non mi disse mai spontaneamente nulla a proposito della sua situazione sentimentale.

Secondo il mio punto di vista, dato che provenivamo entrambi da un background in cui la sessualità era vissuta serenamente ed apertamente pensai che l’approfondimento dell’argomento non fosse poi di primaria importanza e che fosse scontata una certa apertura mentale ed emozionale nel gestire un rapporto del genere, credevo fosse un uomo maturo nel vero senso della parola.

Come da copione poi ad un certo punto mi disse che mi amava, me lo disse e fece capire in molti modi, mi disse anche che era coinvolto nel profondo, che questa esperienza lo aveva toccato intimamente.

C’era però poi questo suo modus operandi secondo il quale, dopo aver condiviso l’inizio della settimana con me, spariva per giorni, tornava nella sua casa fuori città, nella quale, a detta sua, era talmente occupato da non avere tempo da passare al computer per tenerci sempre in contatto.

Un giorno presi coraggio e gli chiesi di parlarmi della sua situazione sentimentale.

Molto candidamente mi rispose che era sposato per la terza volta, che la sua attuale moglie era al corrente delle sue attività all’interno del mondo del BDSM e che non le interessava farne parte, visto che, da ex 68ina, di esperienze di amore libero e quant’altro ne aveva avuto già abbastanza in passato. Con una dichiarazione del genere cosa potevo pensare? Che quanto stavamo facendo non era proibito, mi sembrava di avere un lasciapassare abbastanza lecito per non sentirmi in colpa nel frequentare un uomo impegnato, per cui le cose continuarono ad andare avanti.

Cominciai però a notare, dopo un paio di mesi, un certo cambio di atteggiamento nei mei confronti durante i nostri rapporti, se prima era sempre molto focalizzato ed impegnato nell’appagarmi e nell’ascoltarmi con il tempo lo sentii molto più incline a soddisfare prima i suoi desideri, senza preoccuparsi poi più tanto dei miei. Per me quell’unico giorno a settimana nel quale ci potevamo vedere poi era prezioso, era qualcosa che aspettavo con impazienza, per lui cominciò a sembrare  non così primaria importanza, cominciò a dirmi che avrebbe voluto usare quell’unico giorno a Berlino anche per stare con i suoi amici, che potevamo vederci anche solo un paio d’ore prima che lui partisse e che sarebbe stato bello lo stesso. Questo scatenò una certa frustrazione in me, tanto da cominciare ad innervosirmi, chiedere spiegazioni, pretendere risposte, che puntualmente non arrivarono.

Quello che invece arrivò fu una doccia gelata, un monito al fatto che stessi diventando troppo emotiva e che non potevo aspettarmi niente di più di quello che lui mi stava offrendo.

Ci tenne precisare che non avrebbe mai lasciato la moglie (chi glielo avrebbe fatto fare mi disse? D’altronde lei era la proprietaria della casa nella quale abitavano, nonché di non so quanti ettari di terreni attorno, era l’ennesima speranza, dopo altri due matrimoni falliti, di rifarsi, a 55 anni suonati, un’altra vita con qualcuno attorno con cui invecchiare, io ero solo in qualcosa di bello da prendere sul momento, una fonte di gioia da usare, secondo la mia visione cinica, come supporto ad una vita oramai isolata dal resto vissuta sull’onda della necessità di trovare supporto logistico con l’avanzare degli anni), ma c’è di bello che quella di lasciare la moglie era una richiesta che nessuno gli aveva mai fatto, mai avrei immaginato di averlo voluto o accettato come compagno di vita. Per me l’essere fonte di gioia reciproca andava più che bene, ma non potevo sopportare l’idea che quello che stava succedendo potesse essere rimpiazzato da qualsiasi altro avvenimento, se era così importante come diceva e come mi ripeteva incessantemente non vedevo il motivo per relegarlo ad un paio d’ore rubate al fugace tempo prima della sua partenza.

Decisi di non volerlo vedere più, ci scrivemmo una serie di messaggi piuttosto densi e vischiosi nei quali cercai di fargli capire che per me quella formula lì non poteva funzionare, mi stava bene che fosse impegnato e quant’altro, non volevo niente di più ma non volevo sentirmi considerata al margine, o un gettone bonus da utilizzare nei momenti di piacere per poi essere lasciata in disparte a piacimento. Ci vedemmo invece un’ultima volta, tra i vari struggimenti nati da quello scambio di messaggi, un po’ perché sembrava davvero brutto terminare una storia via telefono un po’ per sincerarmi (almeno così la vedevo io) di non aver rimpianti per la decisione presa, e un po’ anche perché sotto sotto comunque a quella storia ci tenevo, e vederla sfumare via in maniera così sciocca mi pesava.

Arrivai al casottino nel quale eravamo soliti vederci un po’ in ritardo quella sera, aprii il piccolo cancello che dava sulla prima porzione di orto-giardino (a dire la verità tenuto in maniera piuttosto caotica) che stava appena facendo buio, appena imboccato lo stretto sentiero tra i primi alberi trovai il mio partner lì in piedi ad aspettarmi, nella penombra.

Mi accolse con un grande abbraccio, bello, intimo, profondo, come forse non aveva mai fatto prima.

Rimasi stupita, pensai ingenuamente che qualcosa in lui stava cambiando, che magari stava cercando di comunicarmi qualcosa senza dover ricorrere all’uso delle parole. Entrammo nel casottino, fuori oltre che buio cominciava a fare anche freddo, eravamo già agli inizio di Ottobre.

C’era una stufa accesa dentro, una stufa a gas di quelle che si lasciano sempre scappare una sottile scia di odore, una di quelle stufe che ti chiedi sempre se sia una buona idea tenere in casa oppure no, ma almeno quel giorno la temperatura all’interno del piccolo edificio rudimentale era pressoché decente, fosse sopraggiunta Signora Morte almeno ci avrebbe trovati ancora caldi.

Ci sedemmo sul letto, mangiammo qualcosa, io avevo portato del pane, salame, un po’ di formaggio, parlammo un po’ come se nulla fosse accaduto, lui mi disse che era stato via alcuni giorni per partecipare ad un seminario sulla gestione delle emozioni, che si sentiva sereno, finalmente bilanciato. Finimmo inevitabilmente col cominciare di nuovo il nostro gioco fatto di sensazioni fisiche, di contatto, di vicinanza, sfregamenti e morsi, facemmo o perlomeno iniziammo a fare sesso quando ad un tratto lui si ritrasse spaventato, in seguito ad una penetrazione stavo perdendo sangue, ma dal canto mio non avevo avvertito il minimo dolore o sensazione sgradevole.

E no, non ero più vergine da molto tempo.

Vidi lo sgomento sul suo volto, neanche avesse scoperto che fossi un’aliena, si ritrasse di scatto, saltò giù dal letto correndo a disinfettarsi pur avendo ancora indosso il preservativo, lo vidi impallidire e preoccuparsi nel giro di venti secondi, e non sembrava minimamente turbato o preso dal fatto che potessi essere in difficoltà o aver bisogno di aiuto.

Io rimasi lì, paralizzata, non sapendo assolutamente cosa mi stesse accadendo né cosa potessi fare, l’unica cosa sensata che mi passò per la testa fu quella di prendere un fazzoletto e tentare di arginare i danni. La perdita di sangue cessò poco dopo, ancora nessun dolore, nessuna sensazione fisica sgradevole, solo un grande spavento e la sensazione che il gelo era calato tra noi.

Lui tornò a letto e si sdraiò dandomi le spalle, spegnendo la luce e rimboccandosi le coperte. Io tremavo ancora per l’agitazione, mi sembrava surreale che lui, l’uomo col quale stavo condividendo la gioia (si, seppur momentanea) di una sessualità profonda e sensuale non mi degnasse neanche di un “come stai?” o di un “va tutto bene?” dopo aver visto cosa stava accadendo. Magari avrei potuto aver bisogno di aiuto, magari avrei avuto bisogno di farmi vedere da un dottore, ma lui mi diede le spalle, mi disse che era ora di dormire e che avrei fatto meglio a dormire anche io.

L’agitazione e la sensazione di distanza da quell’uomo si stavano rapidamente innalzando in maniera esponenziale in me, tanto che mi alzai dal letto, cercai i miei vestiti nel semi-buio della stanza, presi con foga il mio zaino e la borsa, e me ne andai sbattendo la porta.

Avrei potuto sanguinare ancora, sarei potuta svenire, potevo perdermi per strada o sarebbe potuta accadere qualsiasi altra cosa, ma non sarei mai più rimasta nello stesso posto di quell’uomo per nessuna ragione al mondo.

Tornai a casa con la metropolitana, fortunatamente non era ancora troppo tardi per prenderne una, l’agitazione era altissima, lo sdegno anche.

Giurai a me stessa di non volermi mai più trovare in una situazione del genere.

Il giorno seguente non ricevetti nessun messaggio, presi io l’iniziativa di scrivergli un’ultima volta, la rabbia che era esplosa dentro di me era davvero troppa per poter essere contenuta.

Lui mi rispose che a malincuore si sentiva costretto a dover prendere la decisione di non vederci più, ma poi (il che mi rese incredula e anche piuttosto basita) mi disse che volendo potevamo continuare ad incontrarci magari per andare al cinema, o a mangiare qualcosa assieme.

L’ho maledetto più e più volte, non ricordo neanche cosa gli scrissi di preciso, fatto sta che tagliai tutti i rapporti, cancellai numero di telefono, contatto Facebook, chat, foto, tutto insomma.

I mesi che seguirono furono difficili, sentivo che la mia autostima era stata intaccata in un momento in cui stavo invece crescendo, ero a Berlino da circa 6 mesi e mi sentivo in espansione, in crescita.

Lo rividi involontariamente d’inverno dopo mesi e mesi, nello stesso locale nel quale eravamo andati assieme, il Quälgeist a Meringdamm, fu un incontro che avvenne di sfuggita mentre mi stavo cambiando d’abito nel piccolo camerino (senza porta) poco dopo l’ingresso, lui stava uscendo, farfugliò qualcosa, io abbozzai una piccola smorfia e mi girai dall’altra parte. Mi sembrò che fosse in compagnia di una donna, ma altre persone stavano uscendo assieme a lui per cui non capii immediatamente.

Ma capii meglio la settimana successiva, si ripresentò nello stesso locale in compagnia di una ragazza forse anche più giovane di me, sulla trentacinquina al massimo, dall’aria piuttosto sprovveduta e di poche pretese, che sembrava seguirlo a mo’ di cagnolina.

Si fermarono a guardarmi mentre stavo giocando con altri due uomini (di cui almeno uno sapevo essere di sua conoscenza) nella saletta semi-privata del locale, dopo aver impudentemente scostato la tenda che separa lo spazio privato da quello pubblico per sbirciare voyeuristicamente dentro. O magari stava semplicemente cercando di capire se avessero potuto usare a loro volta la stanza.

Si fermarono sulla soglia alcuni minuti, io cercai solo di rimanere focalizzata su quello che stavo facendo, escludendolo dalla visuale ma anche escludendo il pensiero nella mia mente della sua presenza in quel posto.

Se ne andarono senza che me ne accorgessi in effetti, ma lo rividi successivamente al bar del locale, seduto in un angolo circondato da un’aura pesante e grigia, posizionato lontano dalla sua accompagnatrice che sembrava invece voler elemosinare almeno un briciolo di attenzione da parte sua tenendo distrattamente un frustino in mano, nella speranza magari che venisse usato.

Si alzò per andarsene e venne verso di me, io ero tranquillamente seduta con i due uomini di cui sopra su uno dei divani del bar, quello vicino all’uscita per la precisione, prese uno sgabello e si sedette anche lui a meno di un metro, guardandosi attorno per cercare non so bene cosa, se la sua nuova compagna che al momento non era al bar con lui, o una scusa per potermi dire qualcosa, o un pretesto per salutare almeno i miei accompagnatori di quella sera.

Poi si alzò, nel mentre disse qualcosa ed io giuro di averlo sentito chiamare il mio nome, girai la testa di rimando e lui era lì, in piedi, che mi guardava.

Incrociai il suo sguardo, uno sguardo scrutatore, insicuro, a tratti vuoto, di sicuro infelice.

Non dissi ovviamente una parola, tornai a chinarmi verso il tavolo per prendere il bicchiere di vino che stavo bevendo fino a poco prima e lasciai scivolare via il tutto.

“Scivola, scivola vai via, via da me” canta Capossela di sottofondo, nella mia mente, ma stavolta soprattutto nel mio cuore.

https://www.youtube.com/watch?v=imCB5hUdpn8

Largo ai giovani (o forse no)

Berlino è una città ricchissima di persone desiderose di fare nuove (seppur momentanee) conoscenze, applicazioni come Tinder, Ok Cupid, o siti web come Joyclub traboccano di persone (me compresa) che mettono in bella vista il loro ritratto virtuale per attrarre e sedurre potenziali partners.

Iscrivermi a Tinder non è stata la prima cosa che ho fatto quando sono arrivata, ero ancora piuttosto spaesata e la mia attenzione era totalmente catalizzata dalle prime esperienze che stavo facendo a Schwelle7.

Schwelle7 era (perché purtroppo ora la sede fisica è venuta a mancare) uno spazio artistico esperienziale e performativo fondato una decina di anni fa da Felix Ruckert, un ex danzatore ora coreografo con la passione per il BDSM, dove discipline come la danza, lo Yoga ed un ampia sezione di bodywork incontravano la sessualità, specialmente in alcune delle sue forme estreme.

Arrivai a Berlino d’inverno, a fine Gennaio 2016, Schwelle7 sarebbe esistito come luogo soltanto fino al Maggio successivo, per cui negli ultimi mesi di attività furono molti i workshops, i parties e le occasioni di incontrare persone nuove e interessanti accorse lì anche da molto lontano per celebrare quegli ultimi sprazzi di vita di quel posto magico.

Durante un workshop incontrai, poco dopo l’inizio di Febbraio, un uomo con uno strano fascino (o almeno così lo percepivo io) sulla cinquantina, col quale iniziai una particolare relazione.

Fu lui a cercarmi di nuovo dopo che parlammo durante una delle pause di quel workshop, mi contattò qualche giorno dopo tramite messaggio su Facebook e ci accordammo per prendere un caffè assieme.

Fu sempre poi lui in qualche modo ad introdurmi nel mondo dei locali BDSM della città, come se si sentisse un Cicerone in grado di mostrarmi, pavoneggiandosi anche un po’, il lato underground (ma poi neanche tanto) di Berlino.

Ero un una fase piuttosto ricettiva, esplorativa e di apertura, lui invece in un momento dove cercava di affermare la sua “mascolinità” cercando di rimanere a galla (seppi poco dopo) tra le vicende della sua vita esprimendo la volontà di perseguire una ricerca di controllo e dominazione, per cui andò da sé che i ruoli che rivestimmo riproponevano il   classico cliché di lui “attivo” ed io “passiva”.

Sembrava in qualche modo funzionare, a me, da ultima arrivata, sembrava tutto nuovo e bello.

Peccato solo che dopo aver consumato il primo appuntamento sui divanetti in pelle nera del piccolo club all’interno del Fetish Hof (un cortile con un negozio-magazzino di oggetti per BDSM, alcune camere a tema e quel piccolo club) mi rivelò che al momento aveva non una ma due relazioni all’attivo, entrambe però sull’orlo di una crisi strutturale (o de-strutturale), visto che con una delle due donne la relazione era di convivenza da diversi anni, mentre l’altra era stata uno dei primi amori trovati nel mondo del BDSM al tempo dei sui primi approcci nell’ambiente, amore che poi era lentamente sfumato verso un offuscato oblio, rimasto nell’ombra per anni e tornato inaspettatamente a farsi vivo da pochi mesi,  andando naturalmente ad intaccare l’altra storia sentimentale.

Entrambe le donne erano al corrente delle rispettive posizioni sentimentali rispetto a quell’uomo e ne era nata una sorta di lotta compulsiva il cui sprigionarsi dell’energia potenziale scaturita dall’attrito creato tra le due avrebbe scoperchiato qualsiasi tetto di qualsiasi edificio nel quale le protagoniste di questa storia si sarebbero trovate assieme.

Il che, visto che l’allegro terzetto frequentava Schwelle7, era recentemente già accaduto svariate volte, arrivando in alcuni casi addirittura alle mani.

La prima richiesta che gli feci fu ovviamente di lasciarmi fuori da quel marasma informe, anche perché di tutto avevo voglia tranne che di intromettermi tra due donne già in lite tra loro per accaparrarsi un uomo, tra l’altro in crisi di mezza età.

Cosa che puntualmente non avvenne.

Mi ritrovai in breve tempo invischiata in una torbida storia di non detti, mezze verità, gelosie e rancori andati a male e fu devastante, un po’ perché ero arrivata da poco in un paese straniero, mi sentivo completamente esposta ed emotivamente vulnerabile e la figura di un uomo più “forte” e maturo mi dava in qualche modo l’illusione di essere protetta, al riparo da qualcosa che rimaneva comunque indefinito, ma presente nel mio immaginario di viandante.

Durò poco oltre, dopo essermi trovata addosso la rabbia e l’odio (ingiustificati, non ero stata io a tenere nascoste due relazioni per abbordare la nuova arrivata per poi sgretolarmi su un conflitto stantio e malsano durato già anni e anni) della sua compagna, che venuta a conoscenza del mio ingresso nella vita del suo poco affidabile partner non ci pensò due volte per usarla come scusa per esternare la sua rabbia fermentata da tempo e cacciarlo definitivamente di casa.

Passarono alcuni mesi durante i quali Schwelle7 chiuse i battenti, io iniziai a lavorare (nessun lavoro di concetto, mi misi a fare la donna delle pulizie per sopravvivere, come è accaduto spesso durante la mia vita), e arrivò l’estate, durante la quale, a Luglio precisamente, ci fu l’edizione berlinese del festival Xplore, organizzato dallo stesso Felix assieme ai suoi collaboratori, festival nato per aprire le porte della sperimentazione tra sessualità, arte e bodywork anche a persone al di fuori della cerchia di Schwelle7.

Partecipai al festival con una performance e subito dopo iniziai a frequentare un altro uomo, sempre sulla cinquantina, dal quale venni contattata subito dopo la fine del festival con la scusa che mi aveva vista proprio in quell’ambiente nei giorni precedenti.

La storia la racconterò nei dettagli a breve, senza dilungarmi troppo ora, fatto sta che anche quel secondo incontro con un uomo più grande e ipoteticamente maturo si rivelò un altro lancinante tormento interiore, durante il quale rimasi ferita, straziata, sfinita, ancora una volta attratta da una personalità irrisolta che ai miei occhi appariva ingannevolmente come un possibile appoggio, come un riparo, rivelandosi invece come un tetto scoperchiato da una tempesta di sabbia.

Fu dura anche questa seconda volta, forse anche peggio della prima, ne uscii dopo due-tre mesi appena trascinandomi via a forza, obbligandomi a non trattarmi e a non farmi trattare in una maniera così avvilente, disamorante verso me stessa e logorante.

In tutto questo, nei mesi trascorsi tra il susseguirsi temporale tra le due storie, avevo effettuato distrattamente l’iscrizione a Tinder, in un pomeriggio di inizio Agosto.

Niente di che, avevo passato qualche serata a scorrere le facce, a volte anche piuttosto improponibili, di sconosciuti imbellettati (ma qualcuno poi neanche tanto) che esibivano  le proprie foto tramite un’interfaccia scorrevole per telefonia mobile per essere magari scelti come possibili partner, elogiando le qualità più o meno nascoste ed i più svariati interessi.

Per me, cinicamente, era un po’ come sfogliare un catalogo con delle foto di bestiame da macello, ad ogni scorrere del dito sullo schermo con successiva scomparsa laterale della foto del candidato sembrava che lo avessi fatto scomparire non solo dalla vista ma anche dalla faccia della terra.

Ad un tratto poi diventavano tutti anonimi, insapori, il dito scorreva sempre più veloce e sempre più velocemente le facce sparivano inghiottite dall’anonimato che solo l’aggregazione di contenuti di  massa può riservare.

Mi arrivò un messaggio sempre via Facebook un giorno d’Agosto qualsiasi, in cui un uomo, secondo me a prima vista sulla quarantina andante con capelli lunghi, cappellino da basket con visiera e bomber in acetato di fattura anni 80 mi mandava il suo numero di telefono dicendomi di avermi visto su Tinder (per chi non lo sapesse questa applicazione figlia del demonio mostra i contatti Facebook che gli utenti hanno in comune, per cui risulta piuttosto facile risalire alle informazioni che si sono condivise e pubblicate su questo social), chiedendomi di aggiungerlo su Whatsapp.

Era molto carino, scoprii poi tramite una veloce ricerca via Google che era un Dj rampante di musica techno e che l’aspetto da quarantenne vissuto e già abbastanza spremuto dalla vita era solo dovuto ad una foto venuta probabilmente male e inavvertitamente scelta come foto del profilo, visto che di anni ne aveva 30 (anzi, ancora 29 al tempo) e nelle altre foto pubblicate su Facebook (eh si, visto che oramai tutti i contenuti sono condivisi mi misi a spulciare nelle sue pagine) di quel bomber dal sapore spiccatamente vintage e del cappellino con visiera non c’era alcuna traccia.

Lo aggiunsi alla mia rubrica, cominciammo a scambiarci messaggi, dopodiché cominciò a mandarmi qualche foto, di cui una in particolare di lui in palestra, ovviamente dopo aver fatto lezione e mentre si trovava nello spogliatoio con indosso solo i pantaloni della tuta.

Lo sconcerto per me fu grande nel constatare che non era solo un tizio carino, una volta messo a nudo, senza alcuna add-on vintage, era un figo da brivido e sudori freddi.

Anche troppo per me, tanto che mi sentivo non all’altezza di aver “attratto” un tale esemplare di giovane e pulsante uomo in vena di spargere un po’ di surplus testosteronico attorno a sé.

Glielo dissi, sinceramente, di non sentirmi all’altezza della posta in gioco, mi rispose di cercare di sentirmi a mio agio, di essere me stessa, di non pensare troppo ma di godermi l’attimo.

Combinammo per incontrarci di persona, rimasi stupita di quanto le foto non gli rendessero giustizia in merito alla sua reale età, dal vivo era palese quanto poco stagionato in realtà fosse.

Bastò poco affinché ci ritrovassimo piuttosto intimi, lo trovai particolarmente affascinante, al contatto morbido e sensuale, sinuoso, anche gentile, ma ad un tratto la foga di un giovane maschio che necessita di esternare la sua potenza sessuale per affermare il suo posto nel mondo affondando ripetutamente la sua vigorosa appendice ripiena nel corpo di una carnosa donna più grande di lui prese il sopravvento e la cosa per un po’ sembrò degenerare in una sorta di ginnastica ritmica a pressione.

Risi, molto, il che diede una spinta ilare al tutto, che per me non guasta.

Si prese anche profondamente cura di me, cosa che apprezzai particolarmente, in alcune storie che avevo avuto in passato non era mai stato così scontato.

Parlammo giusto un po’ alla fine, dopo innumerevoli altri esercizi di spargimento del seme, poi di tutta fretta il mio nuovo giovane amichetto si rivestì e si diresse verso la porta, un saluto frugale per sparire poi nel suo parka verde militare (sempre dal sapore un po’ vintage) dietro l’angolo del corridoio esterno.

Tutto questo però stava avvenendo contemporaneamente alla pseudo storia che avevo col secondo ultra cinquantenne (55 per la precisione), tanto che il giorno dell’incontro con l’apparentemente non giovane Dj avvenne dopo una notte passata con l’altro, il che da una parte mi faceva sentire piuttosto desiderata dall’altra anche abbastanza a corto di energie.

Nel frattempo comunque la storia con quell’uomo più grande stava volgendo al termine, ma da quel momento in poi, per circa un paio di mesi, continuai a scambiare molti messaggi con il mio nuovo amichetto giovane e atletico, cercando ovviamente un modo per rivederlo ancora.

Non accadde, o meglio, accadde poi l’inverno successivo durante un party privato al quale andammo assieme, ma l’esperienza fu piuttosto deludente, a tratti grottesca, non interagimmo molto per via del fatto che io avevo le mestruazioni e l’umore instabile di una lumaca schizzata. Peccato.

Fu quello un periodo, quello appena dopo l’estate e l’autunno successivo intendo, durante il quale caddi in una specie di grigia depressione, non era la possibilità di esprimere la mia sessualità a venir meno ma la possibilità di concretizzare qualcosa sul piano emotivo, cosa che stava venendo inevitabilmente proiettata su quelle figure maschili più grandi di me ma successivamente ed inevitabilmente delusa.

Fatto sta che chiusi e mi allontanai da ogni tipo di relazione, mi sentivo insicura, debilitata, accantonai Tinder e mi dedicai a cercare di riesumare il mezzo cadavere che sentivo di essere diventata. Passarono le vacanze di Natale, durante le quali partii per un ritiro con altri amici appartenenti sempre alla cerchia dei frequentatori di Schwelle7, il che mi fu decisamente d’aiuto per riprendere ad avere un po’ di fiducia in me.

Al mio ritorno si fece risentire inaspettatamente il giovane Dj con un invito per quel party a tratti deludente di cui parlavo prima.

Mi chiese di iscrivermi ad un sito per poter riservare un posto nella lista invitati, un sito che raccoglie sia tutti gli eventi e i clubs di Germania, Austria e Svizzera ma anche i profili personali degli iscritti, così è possibile sia rimanere informati su quello che succede attorno ma anche perpetrare ed essere soggetti a ripetuti tentativi di abbordaggio.

Creai un profilo, mi iscrissi all’evento.

Ero uscita dalla terribile storia dei cinquantenni problematici ed incerti tremendamente disgregata, e dopo qualche mese di oscurantismo e ritiro dalle scene ecco che tornavo ad  aprire le mie porte attraverso una sorta di ribalta, mi sentivo più forte, stavo lottando per la mia sopravvivenza, avevo qualcosa da ricercare.

Parallelamente a questo notavo come molte delle richieste che stavo ricevendo provenivano stavolta da uomini giovani, anche meno che trentenni.

Qualcuno voleva essere a tutti i costi il mio slave, qualcun altro mi inondava di foto del suo cazzo torturato allo sfinimento, altri mi elogiavano per la mia presunta sicurezza dominante, ma quasi tutti erano dei giovani uomini in crescita desiderosi di misurarsi con l’immagine (perché poi da qualche foto, le mie tra l’altro neanche troppo erotiche, messe lì in bella vista su un sito di eventi-incontri cosa vuoi capire?) di me come donna forte e sicura che si creava nella loro fantasia.

Ce n’era per tutti i gusti, l’universitario curioso di fare qualche esperienza nel BDSM, qualcun altro attratto dall’idea di farsi legare, il giovane annoiato desideroso di provare il mio delizioso strap-on nel suo prezioso didietro e via discorrendo.

In poco più di un mese, tanto per farvi capire la portata dell’appetito anche piuttosto generico (visto che è abbastanza ovvio che non sono mai stata questa strafiga da competizione) della popolazione germanica il mio profilo aveva ricevuto quasi 2000 visite, corredate da una buona caterva di messaggi privati molti dei quali mi omaggiavano di immagini di peni di varie dimensioni e forme, chiappe aperte con ani dissacrati da diverse tipologie di dildi, foto di uomini sconosciuti incatenati e imbavagliati e molte richieste di appuntamenti.

Decisi di sceglierne uno tra tutti col quale passare del tempo a fare pratica di sadismo e sottomissione di poveri giovani malcapitati, quello che mi sembrava il più disponibile ad accogliere tutta la possibile manifestazione della mia cattiveria latente, mi aveva mandato alcune foto con un cartello che aveva scritto a mano dove diceva di essere il mio slave, con il suo nome, naturalmente con lui nudo sullo sfondo.

Ventinovenne anche lui, biondo, slavato, faccino angelico.

Che carino, pensai.

Ci incontrammo nel solito locale con la saletta semi-privata la prima volta, al Quälgeist, notai immediatamente come gli piacque particolarmente essere legato e preso a schiaffi e palettate nel sedere, gradiva particolarmente il fatto che gli sedessi in faccia e che lo insultassi continuamente. Gli piacque molto anche il mio black plastic friend, il delizioso strap-on col quale lo penetrai svariate volte, l’espressione del suo volto mentre era sdraiato a pancia in su, legato, gambe aperte e penetrato mi diede così tanta soddisfazione che decisi di sedermi anche sul suo (neanche tanto male come forma e dimensione) cazzo, e regalargli la gioia di essere usato per il mio semplice e puro piacere.

Lo avevo fatto vestire da donna per entrare in quel locale, gli avevo dato un mio vestito nero fatto a rete, provai anche molta soddisfazione nel vederlo sedere, dopo che era stato  legato, penetrato e ammorbidito dal mio fallo desideroso di profanare i pertugi di fortunati giovani e delicati uomini, sui divanetti della zona bar accanto a me, con la mia mano destra appoggiata sulla sua coscia, con l’aria ancora spaesata.

Ci incontrammo ancora un paio di volte in albergo,  finché mi resi conto che l’ostacolo emotivo stava prendendo il sopravvento, non tanto sul mio versante quanto da quello del mio giovane nuovo partner che si trovava impossibilitato ad esprimere anche un solo gesto di condivisione emozionale (cosa che ritroverò più avanti anche in qualcun altro) , negli ultimi due appuntamenti in albergo, dopo essere stato legato, umiliato, castigato e penetrato la reazione tipica era prendere in mano il telefono e guardare video su YouTube, magari ancora disteso sul letto.

La seconda volta gli chiesi un po’ più di intimità, che sò…un abbraccio, due carezze, mi rispose che si sentiva bloccato, che queste cose lui le riservava soltanto ad una possibile fidanzata.

Ed io cos’ero nella sua mente? Una sex worker gratuita? Una prostituta di passaggio? Qualcuna che lo stava facendo divertire giusto per fargli passare qualche ora in allegria? O avrebbe voluto che fossi la sua fidanzata così da sbloccare questo livello di comunicazione più intima?

La rabbia sul momento mi rese immobile, poi pian piano metabolizzai la cosa e lo spedii all’inferno.

Ne arrivarono degli altri, sembra assurdo ma bastava chiudere le connessioni con qualcuno che immediatamente dopo, ed intendo proprio il giorno dopo, arrivava una sorta di rimpiazzo, qualcun altro che si proponeva come slave, o rope bunny.

Non sono uscita con tutti naturalmente, ho giusto testato qualcuno a campione.

Col passare del tempo lo slave che si era proposto all’inizio col cartello col suo nome, quello che si girava appena finito di giocare a guardare i video su YouTube, si fece risentire.

Costernato e desideroso di farsi perdonare in qualche modo, in puro stile “ho fatto qualcosa di brutto, puniscimi duramente” si prostrava, virtualmente almeno, per essere accolto di nuovo sotto l’ampio mantello di pazienza e perseveranza che ho scoperto di possedere con le persone.

Ci riprovai, decidemmo che ci saremmo visti stavolta a casa sua, avrei dovuto prendere il treno e farmi due ore di viaggio perché tra l’altro abitava piuttosto fuori Berlino, comprai il biglietto ma mi preparai comunque a qualche intoppo sempre di natura emotiva, le persone ed i loro sentimenti non cambiano da un giorno all’altro ed i blocchi emozionali necessitano anni per essere digeriti ed elaborati.

Tanto il biglietto del treno avrei potuto cancellarlo e farmi restituire tutta la somma se lo avessi fatto fino a 24 ore prima della partenza, per cui…

E difatti, il giorno precedente l’appuntamento, ci scambiammo una serie di messaggi dove mi diceva che non si sentiva sicuro, che sarebbe stato meglio se non ci fossimo visti, che aveva paura di non potermi dare quello che volevo.

Io ci misi poco ad acconsentire a non vederci, ma ci rimase subito male, sbottando come se si aspettasse invece che fossi io ad insistere per vederci nonostante il suo rifiuto.

Ma decisi di continuare con la linea dura, niente appuntamento.

Lo mandai di nuovo all’inferno, rimproverandolo per l’infantilità con la quale si stava rapportando a me, e gli dissi che i suoi capricci non erano più un mio problema.

Svanì nel nulla.

Giuro, il giorno dopo venni contattata da un promettente ventiduenne studente universitario, carino, gentile, un po’ magro per i miei gusti, ma carino.

Scambiammo qualche messaggio per qualche giorno, dopodiché decidemmo che ci saremmo visti almeno per un caffè.

E così fu, ci incontrammo, ci sedemmo al tavolo di un bar su un incrocio del quartiere di Schöneberg, chiacchierammo cordialmente per un paio d’ore, poi mi invitò a casa sua , o meglio, allo studentato-dormitorio nel quale aveva una piccola camera.

E ci andai, per consolarmi delle lagne lamentevolmente giunte da parte del petulante slave dei giorni precedenti e non me ne pentii affatto, tanto che la settimana successiva ci vedemmo nuovamente, anche se per poco tempo.

E la settimana dopo ancora.

Tra la seconda e la terza volta nelle quali mi vidi con lo studente si affacciò ad una delle  mie finestre social-kinky un altro giovane rampante in cerca di misurare la sua forza con una donna, almeno all’apparenza e/o nella sua fantasia, più forte e dominante, un ventottenne stavolta.

Dai messaggi e dalle foto che scambiammo rimasi folgorata di nuovo, come quella volta che mi arrivò la foto mezza nuda del Dj nello spogliatoio della palestra.

Mai stata contattata da un ragazzo così bello, di una bellezza per me disarmante direi e ancora una volta mi domandai che cosa avrei dovuto fare, come reagire ad una richiesta del genere, a quale forza interiore dovevo aggrapparmi per approcciare un tale esemplare di giovane uomo in cerca di avventure senza sentirmi a disagio.

La risposta fu…sii te stessa, fine.

Lo fui, ci incontrammo, pranzammo assieme, lui voleva essere dominato e sottomesso, legato e immobilizzato, sentirsi indifeso.

Mi disse che aveva il tabù delle esperienze troppo emotive, cercava una presenza femminile “cattiva” che lo trattasse male così da non tirare in ballo alcun sentimento o giusto per evitare l’attaccamento a qualcosa che nella sua mente lo avrebbe trattenuto dal fare nuove esperienze e di rimanere aperto e focalizzato su sé stesso.

Da quel primo incontro non potei invece fare a meno di percepire quanto fosse emotivamente vulnerabile, e la cosa strana era che stava cercando qualcuno che gli facesse “del male” per gioco, che lo ferisse, che lo facesse sentire usato.

Si aspettava anche che lo portassi il giorno stesso a casa mia per passare il pomeriggio assieme, ma io condivido l’appartamento con una famiglia, c’è un bambino piccolo di due anni, non mi piace l’idea di portare persone del genere a casa per giochi erotici più o meno torbidi.

Convenimmo che il giorno seguente ci saremmo potuti vedere a casa sua, lui era arrivato a Berlino da meno di un mese ed aveva magicamente trovato una stanza dove alloggiare per i 6 mesi successivi.

Quando ci salutammo, quel primo giorno, si sporse verso di me per un abbraccio e il linguaggio del suo corpo cominciò il discorso che avremmo affrontato il giorno successivo, ma non fu un buon inizio, l’abbraccio che mi diede era mezzo vuoto, quasi inconsistente.

Il mantra che mi ripetevo in testa era solo “sii te stessa, sii te stessa”.

Mi chiese però di continuare a scambiarci messaggi quella sera prima dell’appuntamento del giorno seguente, per approfondire la conoscenza, per capire come affrontare la sessione di gioco o forse giusto per avere qualcuno con cui chiacchierare.

Gli chiesi cosa ne pensasse del nostro incontro, lui mi fece un sacco di complimenti, si mise a fantasticare su cosa avremmo potuto fare assieme, mi propose una sorta di gioco di ruolo dove io sarei dovuta essere la donna più grande, naturalmente malvagia, che voleva rapirlo, poi ci demmo la buona notte.

Il giorno successivo mi diressi verso casa sua con la mia borsa degli attrezzi.

Dentro portavo le corde, la rotella metallica di Wartenberg, stecche di bambù e un paio di paddle per spanking e basta, viaggiavo leggera e basica direi.

Cominciammo presto, la prima impressione fu quella di estrema passività, quasi svenevole, poche reazioni, ad ogni passaggio di corde che appoggiavo anche violentemente sul suo corpo c’era qualcosa che non gli andava, mi chiedeva di aggiustarle, di metterle in un’altra posizione, si lasciava manipolare, si godeva anche le mie attenzioni ma la risposta era solo di natura passiva, fin troppo arrendevole.

Per me è come prendere a pugni l’aria, se non c’è nulla dall’altra parte non riesco a misurare la mia forza, se affondo in un cuscino pieno di piume sprofondo, non mi sento sostenuta nel viaggio nel quale sto portando me stessa e l’altro ad esplorare nuovi territori.

Lo legai ma sembrava trovarsi in difficoltà tra le corde, non era molto avvezzo al dolore fisico e mi chiedeva in continuazione di spostare o allentare la legatura, cosa che spezzava completamente il flow della sessione.

Cercai di non forzare troppo, d’altronde non tutti riescono a sopportare una esperienza forte, almeno all’inizio, per cui dopo qualche tentativo lo slegai, passando a qualcosa di diverso.

Decisi che era il momento di prendere in mano la paletta col manico lungo e giocare un po’ con i suoi capezzoli, punendolo ogni volta che si ritirava da quelle sollecitazioni. Una chiusura di braccia…una forte palettata sul sedere.

Gli torturai anche cock&balls con lo stesso strumento e la cosa sembrava piacergli da morire, tanto che continuai mentre gli mordevo insistentemente collo ed orecchie.

Ma lui se ne stava lì, erezione in corso ma non uno stramaledettissimo soffio di energia vitale nelle vene, gli dissi in un orecchio che non stava reagendo molto ma lui mi disse con sguardo dolce e sornione che si stava godendo quello che stavo facendo.

Ecco, in quel momento mi sembrò che fosse lui ad usare me per il suo piacere, e non il contrario.

Mi innervosii e decisi di sedergli in faccia.

La natura fece il suo corso, lo sentii applicarsi un po’ di più in questo caso, mi afferrò addirittura le chiappe con le mani e percepii una certa predisposizione alla lappatura.

Inarcai completamente la schiena ad un certo punto, finché l’onda nata giù nelle profondità della caverna cominciò a risalire la parte superiore del mio corpo fino ad arrivare in gola, ed uscire (sommessamente purtroppo visto che il suo coinquilino era da poco rientrato a casa) con un suono leggermente crescente.

Mi lasciai andare sdraiandomi sul suo corpo, ancora mezza seduta sulla sua faccia, ansimante e leggermente sudata.

Quando tornai completamente a sedere e discostai il mio trionfante sedere dal suo viso lo vidi sorridere, sempre con quello sguardo dolce e languido, uno degli sguardi più stranamente sereni che abbia mai visto.

L’andatura fin troppo arrendevole di quel partner però mi lasciò comunque insoddisfatta da qualche parte, tanto che me ne andai da casa sua poco dopo essermi goduta la comoda seduta.

Mi salutò sulla porta con un altro mezzo abbraccio, stavolta mi sembrò di essere stata abbracciata da un fantasma tanta era la mancanza di qualsiasi vibrazione vitale.

Fuggii quasi a gambe levate.

Gli mandai un paio di messaggi in seguito, ma le risposte furono più deludenti e vuote dell’approccio fisico, mi disse che dalla prima volta che c’eravamo visti in lui non era scattato alcun “click” e che il suo problema era di non riuscire ad essere onesto con le persone quando c’era qualcosa che non andava, per cui non mi aveva detto nulla sul momento ma aveva deciso di voler giocare comunque con me.

Ci rimasi male,peccato perché secondo me con un po’ di impegno le cose potevano farsi interessanti, ma evidentemente in quel momento non era il caso di insistere.

Incredibile ma vero, il giorno dopo lo slave insicuro e piagnucoloso (quello del cartello e dei video di YouTube aftersex per intenderci) mi scrisse di nuovo, chiedendomi di parlare.

Ed è roba di pochi giorni fa, le cose non si sono dispiegate ancora, abbiamo scambiato qualche messaggio, sempre per via virtuale al momento, ed ho ricevuto di nuovo l’invito di andare a casa sua perché vuole assolutamente dimostrarmi una completa sottomissione.

Che faccio stavolta, lo prendo il biglietto del treno?

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Uno Strap-on tra amiche

C’è un negozio a Berlino, anche se forse la semplice denominazione di negozio non gli si addice completamente (visto che somiglia di più ad un magazzino), dove vengono tenuti in bella vista e naturalmente venduti (prevalentemente online) centinaia di articoli per BDSM. Non è il solo punto vendita della città di articoli per BDSM naturalmente, ma è il primo dove mi hanno portata. È un posto molto spartano, vi si accede da un grande portone bianco di metallo che dà su una strada secondaria del quartiere di Neukölln, non lontano dalla fermata della metropolitana. Per arrivarci però bisogna sapere dov’è, dal momento che non è visibile dalla strada e non ci sono grandi insegne sul portone tranne un piccolo cartello nero con la scritta rossa posto in alto, a non meno di due metri e passa.

Ma anche una volta attraversata quella soglia bisogna comunque passare attraverso due cortili comunicanti, finché, arrivati in fondo, ecco che una grande insegna e vari cartelli con foto di giovani e belle ragazze nude che posano in maniera provocante con fruste e collari in pelle in bella vista segnalano di essere arrivati a destinazione.

Ma non solo, nello stesso cortile c’è anche un piccolo club e una specie di servizio camere ad ore, camere e club naturalmente addobbati in puro stile BDSM.

Mi ci hanno portata in quel posto, si, come vuole la tradizione, mi ci hanno portata per la prima volta a fare le cosacce sui divanetti in pelle nera del piccolo club, le cui pareti rosse e nere sono adornate da catene e qualche specchio, dove il bancone del bar ha di fronte una vetrina contente dildi di varie misure, pinze per capezzoli ed una piccola sex machine e dove le persone si incontrano anche solo per bere qualcosa e parlare, mentre magari qualcuno accanto a loro viene legato, frustato o appeso in sospensione tramite corde ad uno dei ganci pendenti dal soffitto, o magari preso a schiaffi nel sedere, magari con una paletta di legno traforato.

C’è anche un piano sopraelevato in quel club, al quale si accede tramite una piccola scala, dove è possibile trovare una gogna, un materasso gonfiabile, una gabbia ed altri strumenti di tortura. C’é anche un piccolo gabinetto medical, per chi ama giocare al dottore.

Tutto il complesso ha naturalmente un unico proprietario, ed è chiamato Fetish Hof (Cortile Fetish).

Una volta, mi raccontò una delle commesse, scoppiò malauguratamente un incendio nell’edificio che ospita il negozio-magazzino, che devastò completamente tutto quello che c’era al primo piano, al tempo anch’esso adibito a spazio vendita. Ultimamente però, mi disse, stavano facendo dei lavori per rimetterlo a nuovo ed in funzione come spazio show room, dove tenere anche vestiti ed accessori più ricercati.

Fatto sta che dopo aver frequentato piuttosto spesso quel piccolo club, i suoi divanetti ed il suo materasso gonfiabile assieme a quel primo accompagnatore cominciai a frequentare anche il negozio, alla ricerca di possibili strumenti che potessero ampliare le mie possibilità di gioco anche con altri partner.

Comprai dapprima un flogger, nero, poi delle pinze dentate per capezzoli, un anal plug di silicone (sempre nero, ci tengo a seguire uno stile) e via via altri simpatici attrezzi come la rotella di Wartenberg o una paletta per spanking,  finché un giorno la mia attenzione si posò su una serie di strap-on messi in bella vista vicino alla cassa.

Non erano molti, tre o quattro forse, ma quello che mi colpì fu l’accessibilità del prezzo, e né la fattura né la forma sembravano risentirne.

Ne presi in mano uno, tirandolo fuori dalla scatola e me ne innamorai subito.

Malgrado però l’accessibilità del prezzo non lo comprai, decisi che quella sarebbe dovuta essere la spesa extra per gli accessori del mese successivo, visto che le mie risorse economiche brancolavano spesso nel buio più totale e centellinare ogni singolo spicciolo era all’ordine del giorno.

Il mese successivo decisi che non era ancora giunto il momento di fare quella spesa, purtroppo altre priorità economiche presero il sopravvento.

Ma ci ripensavo spesso a quello strap-on, a quella scatola, con l’immagine di una bionda selvaggia che ne indossava uno e alla sensazione tattile che ricevetti quando lo presi in mano la prima volta.

E gelosamente pensavo che magari nel frattempo qualcun altro se ne sarebbe potuto innamorare, qualcuno magari con più disponibilità economiche di me che non ci avrebbe pensato due volte prima di portarselo a casa sotto braccio, in attesa di mille nuove piccanti avventure.

Una volta tornai anche nel negozio al Fetish Hof, accompagnavo un amico a cercare un anal plug, e lo vidi ancora lì, ancora imbustato nella scatola con la bionda stampata sopra, tette al vento e strap-on al pube.

E sotto sotto speravo che fosse arrivato il momento nel quale avrei finalmente avuto la possibilità di appropriarmene debitamente.

Finché un bel giorno, credo fossero passati un paio di mesi, con un po’ più di soldi del solito in tasca decisi di andare a sincerarmi della presenza o meno di quel tanto desiderato oggetto al Fetish Hof.

Con mio grande gaudio, appena entrata, lo vidi ancora appoggiato lì, al lato della cassa, e senza troppo tergiversare mi diressi verso quella scatola, la presi simulando una vaga innocenza e la poggiai direttamente sul bancone, senza pensarci due volte.

La commessa (ma credo fosse più che una semplice commessa), una donna sulla cinquantina sempre sorridente che non parlava una parola di inglese mi disse qualcosa ridacchiando, io annuii tirando fuori il portafoglio e infilando la scatola dello strap-on nello zaino.

Pagai, e scivolai fuori con aria di trionfo.

Ne seguirono esplorazioni e sperimentazioni solitarie, durante le quali studiai con attenzione ogni singola parte, ogni movimento possibile, la resistenza e le possibili applicazioni dello strumento.

Poi venne la volta delle sperimentazioni con i soffici e delicati pertugi altrui, al tempo frequentavo un uomo masochista over 45 decisamente ancorato alla sua fase anale, e se fino ad allora le nostre esplorazioni erano basate su giochi con plugs e mani rivestite da guanti di lattice nero (sempre per tener fede al mio stile fondamentalmente dark) era venuto invece il momento di passare a qualcosa di più incisivo e penetrante, ecco.

Ed i risultati furono molto interessanti, tanto che cominciò a crescere in me il desiderio di praticare quella prelibata arte molto più frequentemente.

Ma la soddisfazione più grande per me arrivò qualche tempo dopo, ero partita assieme ad un gruppo di amici per un ritiro sex-friendly nell’entroterra polacco, in una stupenda enorme casa che per quel periodo, un paio di settimane, sarebbe stata completamente a disposizione nostra e dei nostri desideri più nascosti.

Portai alcuni dei miei strumenti con me, le corde naturalmente, la paletta da spanking e lui, il mio black harnessed penis (si, nero anche lui) plastic friend.

Il ritiro fu stupendo, oltre ai miei amici conobbi sul posto anche altre persone che erano arrivate da diverse città per convolare verso la condivisione di quella esperienza così a tratti estrema e particolare.

Tra loro c’era una ragazza più giovane di me, ma anche più alta, e più in carne, gentile, disponibile, educata e rispettosa, con la quale scoprii ben presto essere un piacere anche semplicemente parlare e condividere pensieri ed impressioni, nonché qualche racconto delle nostre vite passate e di come fossimo arrivate a vivere quella vita.

Condividemmo due o tre partner durante il soggiorno, uno dei quali era stato il suo ragazzo in passato.

La cosa non sembrò intaccare minimamente il rapporto che si era instaurato tra noi, ne parlammo liberamente davanti al fuoco del camino in uno dei giorni nei quali fuori stava nevicando, raccontandoci con estrema sincerità come stavano le cose.

I giorni passarono, io avevo già sfoggiato il mio black plastic harnessed friend a tutti almeno un paio di volte durante le piccole festicciole che erano state organizzate  spontaneamente, ma l’uso che ne avevo fatto era stato limitato, soltanto per costringere uno dei partecipanti al ritiro alla sottomissione attraverso l’umiliazione di doverlo prendere completamente in bocca, mentre lo stavo dominando assieme ad un’altra stupenda Mistress piena di idee geniali (magari scriverò qualcosa dedicato esclusivamente a quell’esperienza).

Durante uno degli ultimi party la ragazza con la quale avevo legato durante il ritiro mi chiese di poter vedere da vicino il mio black harnessed friend, incuriosita dall’atteggiamento con cui lo avevo indossato.

Eh si perché indossare uno strap-on ti cambia la postura, la camminata, l’atteggiamento, cambia completamente tutto, anche il modo di guardarti intorno e di adocchiare le possibili prede.

Incredibile la sensazione che si prova, credetemi.

Glielo porsi, lei lo prese in mano, ne testò la consistenza, la texture venosa della superficie, poi fece per ridarmelo.

Io la invitai invece ad indossarlo.

Sorpresa, ma sotto sotto felice, mi chiese di aiutarla, cosa che feci ben volentieri.

Una volta indossato stava benissimo, le donava davvero molto, era come se si fosse sentita subito a suo agio.

Mi chiese di poterlo tenere per una sessione di play fight che stava per cominciare, ma fui troppo spaventata dal fatto che potesse essere danneggiato durante quella “lotta” selvaggia, per cui le dissi di no.

Le dispiacque ma capì.

Passò poco tempo dalla sessione di play fight e ci ritrovammo assieme ad un’altra donna ed al suo compagno seduti ad uno dei tavoli del refettorio, dapprima a bere qualche bicchiere di vino, poi cominciammo lentamente (un po’ brilli a dire la verità) à giocare assieme.

Fu una delle poche volte durante le quali mi lasciai andare nel ruolo di “ricevente”, lasciai che mi legassero i polsi ad una delle colonne della grande sala principale, che mi frustassero (ma giusto un pochettino eh), lasciai che mi toccassero le tette, che mi annusassero, facessero il solletico, che mi sdraiassero di forza su di un materasso e poi cominciassero a togliermi gli ultimi indumenti rimasti, per poi cospargermi d’olio ed iniziare a massaggiarmi.

Ed eccomi lì, tre donne ed un uomo, io coi polsi legati nuda sdraiata su di un materasso cosparsa d’olio da massaggio e i restanti partecipanti al gioco che mi scivolavano addosso, con le mani, i gomiti, i piedi, finché l’altra donna cominciò a toccarmi nelle parti intime, tra le gambe, fin dentro le labbra per poi scivolare di nuovo fuori e titillarmi il clitoride.

Dio che sensazione…c’e poco da fare…essere toccata da una donna è completamente diverso dall’essere toccata da un uomo, sembra scontato e banale ma…è così.

La cosa sfumò in un profondo massaggio lì per lì senza alcun “happy ending”, lasciandomi però alla fine piuttosto desiderosa di esternare la mia particolare eccitazione.

La mia amica notò questa cosa e mi chiese se avesse potuto fare qualcosa per me.

Naturalmente le dissi di si e le chiesi di prendere il mio strap-on dalla borsa, io ancora grondavo d’olio per metterci le mani dentro senza inzaccherare ogni cosa, le chiesi di indossarlo e di scoparmi, senza mezzi termini.

Sul momento non sembrò molto convinta, poi invece si alzò dal bordo del materasso sul quale ancora ero sdraiata nuda e unta e si diresse verso la mia borsa di pelle rossa, quella dove sono solita tenere gli attrezzi.

Indossarlo stavolta non le fu difficile ed un un attimo era sopra di me che cercava di muoversi assieme a quella parte nuova di sé per allargarmi le gambe e penetrarmi.

I suoi movimenti erano fluidi, morbidi ma decisi, sembrava piuttosto a suo agio nel brandire quella nuova estensione del suo corpo, sembrava addirittura più a suo agio di alcuni uomini con i quali avevo avuto a che fare durante la mia vita. Il che mi stupì profondamente.

Ad un certo punto però le chiesi se potesse sdraiarsi, così da darmi la possibilità sedermi sopra di lei, per me (come credo per molte) la classica posizione del missionario è piacevole fino ad un certo punto, poi diventa più che noiosa e inconcludente.

Si sdraiò al posto mio, era nuda anche lei e quel black plastic harnessed friend le donava tantissimo.

Non ci misi molto a prendere le misure e a sedermi con piacere su quel pezzo di plastica che ora era animato dalla forza vitale di una giovane donna desiderosa di possedere, anche per poco, un tale strumento di piacere e di usarlo con generosità.

Sentii la mia carne scivolare su quella plastica nerboruta e rigida, complice l’olio da massaggio con il quale ero stata debitamente stimolata poc’anzi, il che mi diede una forte gamma di sensazioni nell’arco di pochi istanti.

La mia dolcissima amica da sotto continuava a spingere morbidamente verso di me col bacino, cosa che mi dava la possibilità di andarle incontro col mio peso per far arrivare il nostro black plastic harnessed friend fin dove potesse arrivare, finché una piccola scintilla nata nella profondità del mio grembo cominciò a crescere di intensità, mentre cavalcavo sempre più velocemente quella deliziosa cavalcatura, comincio`ad espandersi e a riempirmi di intenso calore tutto il ventre, ed inarcando la schiena risalì per tutto il petto, fino in gola, per esplodere in un gemito sinuoso che percorse lo spazio della grande sala per intero, riempiendo le orecchie dei presenti, impegnati a loro volta nei loro giochi. Eh si perché nel frattempo tutti gli altri partecipanti al ritiro stavano facendo più o meno quello che stavamo facendo noi nella stessa sala, divertirsi e condividere qualcosa di molto eccitante.

Fu davvero bello, gratificante, intenso.

Dopo quella enorme scarica energetica che aveva attraversato il mio corpo per intero mi sdraiai per un attimo sul corpo della mia amica, il mio seno andò a posarsi sul suo, il respiro ancora affannoso faceva in modo che mi alzassi e abbassassi come una barca che scivola sulle onde. Ci abbracciamo, la sensazione di essere stretta al petto di un’altra donna non è comparabile con quella di essere stretta al petto di un uomo, sono due mondi completamente diversi, almeno per me.

Ci guardammo e scoppiammo a ridere, io le chiesi come si era trovata a brandire quel fallo imbragato di plastica e lei mi rispose che la cosa aveva acceso un qualcosa dentro di lei, che le aveva rivelato una passione fino ad allora sopita o nascosta.

Mi disse che ne avrebbe voluto comprare uno per sé ma che non aveva con chi praticare nella sua città (purtroppo al momento abitiamo in due Stati diversi), il consiglio che le diedi fu di comprarne uno intanto, ché i pretendenti sarebbero arrivati di conseguenza.

Tempo dopo, tornate nelle rispettive città, mi scrisse dicendo che aveva fatto un ordine presso uno shop online, mandandomi la foto di quello che aveva comprato.

E c’era molto di più di un semplice strap-on, c’era una imbracatura con due falli di ricambio e un anal plug, ed una foto di lei mentre indossava un altro black plastic harnessed friend molto simile al mio.

Che soddisfazione.

Abbiamo appuntamento la prossima estate per vederci ad un festival, le ho chiesto naturalmente di portare i suoi nuovi giocattoli.

Non vedo l’ora.

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