Largo ai giovani (o forse no)

Berlino è una città ricchissima di persone desiderose di fare nuove (seppur momentanee) conoscenze, applicazioni come Tinder, Ok Cupid, o siti web come Joyclub traboccano di persone (me compresa) che mettono in bella vista il loro ritratto virtuale per attrarre e sedurre potenziali partners.

Iscrivermi a Tinder non è stata la prima cosa che ho fatto quando sono arrivata, ero ancora piuttosto spaesata e la mia attenzione era totalmente catalizzata dalle prime esperienze che stavo facendo a Schwelle7.

Schwelle7 era (perché purtroppo ora la sede fisica è venuta a mancare) uno spazio artistico esperienziale e performativo fondato una decina di anni fa da Felix Ruckert, un ex danzatore ora coreografo con la passione per il BDSM, dove discipline come la danza, lo Yoga ed un ampia sezione di bodywork incontravano la sessualità, specialmente in alcune delle sue forme estreme.

Arrivai a Berlino d’inverno, a fine Gennaio 2016, Schwelle7 sarebbe esistito come luogo soltanto fino al Maggio successivo, per cui negli ultimi mesi di attività furono molti i workshops, i parties e le occasioni di incontrare persone nuove e interessanti accorse lì anche da molto lontano per celebrare quegli ultimi sprazzi di vita di quel posto magico.

Durante un workshop incontrai, poco dopo l’inizio di Febbraio, un uomo con uno strano fascino (o almeno così lo percepivo io) sulla cinquantina, col quale iniziai una particolare relazione.

Fu lui a cercarmi di nuovo dopo che parlammo durante una delle pause di quel workshop, mi contattò qualche giorno dopo tramite messaggio su Facebook e ci accordammo per prendere un caffè assieme.

Fu sempre poi lui in qualche modo ad introdurmi nel mondo dei locali BDSM della città, come se si sentisse un Cicerone in grado di mostrarmi, pavoneggiandosi anche un po’, il lato underground (ma poi neanche tanto) di Berlino.

Ero un una fase piuttosto ricettiva, esplorativa e di apertura, lui invece in un momento dove cercava di affermare la sua “mascolinità” cercando di rimanere a galla (seppi poco dopo) tra le vicende della sua vita esprimendo la volontà di perseguire una ricerca di controllo e dominazione, per cui andò da sé che i ruoli che rivestimmo riproponevano il   classico cliché di lui “attivo” ed io “passiva”.

Sembrava in qualche modo funzionare, a me, da ultima arrivata, sembrava tutto nuovo e bello.

Peccato solo che dopo aver consumato il primo appuntamento sui divanetti in pelle nera del piccolo club all’interno del Fetish Hof (un cortile con un negozio-magazzino di oggetti per BDSM, alcune camere a tema e quel piccolo club) mi rivelò che al momento aveva non una ma due relazioni all’attivo, entrambe però sull’orlo di una crisi strutturale (o de-strutturale), visto che con una delle due donne la relazione era di convivenza da diversi anni, mentre l’altra era stata uno dei primi amori trovati nel mondo del BDSM al tempo dei sui primi approcci nell’ambiente, amore che poi era lentamente sfumato verso un offuscato oblio, rimasto nell’ombra per anni e tornato inaspettatamente a farsi vivo da pochi mesi,  andando naturalmente ad intaccare l’altra storia sentimentale.

Entrambe le donne erano al corrente delle rispettive posizioni sentimentali rispetto a quell’uomo e ne era nata una sorta di lotta compulsiva il cui sprigionarsi dell’energia potenziale scaturita dall’attrito creato tra le due avrebbe scoperchiato qualsiasi tetto di qualsiasi edificio nel quale le protagoniste di questa storia si sarebbero trovate assieme.

Il che, visto che l’allegro terzetto frequentava Schwelle7, era recentemente già accaduto svariate volte, arrivando in alcuni casi addirittura alle mani.

La prima richiesta che gli feci fu ovviamente di lasciarmi fuori da quel marasma informe, anche perché di tutto avevo voglia tranne che di intromettermi tra due donne già in lite tra loro per accaparrarsi un uomo, tra l’altro in crisi di mezza età.

Cosa che puntualmente non avvenne.

Mi ritrovai in breve tempo invischiata in una torbida storia di non detti, mezze verità, gelosie e rancori andati a male e fu devastante, un po’ perché ero arrivata da poco in un paese straniero, mi sentivo completamente esposta ed emotivamente vulnerabile e la figura di un uomo più “forte” e maturo mi dava in qualche modo l’illusione di essere protetta, al riparo da qualcosa che rimaneva comunque indefinito, ma presente nel mio immaginario di viandante.

Durò poco oltre, dopo essermi trovata addosso la rabbia e l’odio (ingiustificati, non ero stata io a tenere nascoste due relazioni per abbordare la nuova arrivata per poi sgretolarmi su un conflitto stantio e malsano durato già anni e anni) della sua compagna, che venuta a conoscenza del mio ingresso nella vita del suo poco affidabile partner non ci pensò due volte per usarla come scusa per esternare la sua rabbia fermentata da tempo e cacciarlo definitivamente di casa.

Passarono alcuni mesi durante i quali Schwelle7 chiuse i battenti, io iniziai a lavorare (nessun lavoro di concetto, mi misi a fare la donna delle pulizie per sopravvivere, come è accaduto spesso durante la mia vita), e arrivò l’estate, durante la quale, a Luglio precisamente, ci fu l’edizione berlinese del festival Xplore, organizzato dallo stesso Felix assieme ai suoi collaboratori, festival nato per aprire le porte della sperimentazione tra sessualità, arte e bodywork anche a persone al di fuori della cerchia di Schwelle7.

Partecipai al festival con una performance e subito dopo iniziai a frequentare un altro uomo, sempre sulla cinquantina, dal quale venni contattata subito dopo la fine del festival con la scusa che mi aveva vista proprio in quell’ambiente nei giorni precedenti.

La storia la racconterò nei dettagli a breve, senza dilungarmi troppo ora, fatto sta che anche quel secondo incontro con un uomo più grande e ipoteticamente maturo si rivelò un altro lancinante tormento interiore, durante il quale rimasi ferita, straziata, sfinita, ancora una volta attratta da una personalità irrisolta che ai miei occhi appariva ingannevolmente come un possibile appoggio, come un riparo, rivelandosi invece come un tetto scoperchiato da una tempesta di sabbia.

Fu dura anche questa seconda volta, forse anche peggio della prima, ne uscii dopo due-tre mesi appena trascinandomi via a forza, obbligandomi a non trattarmi e a non farmi trattare in una maniera così avvilente, disamorante verso me stessa e logorante.

In tutto questo, nei mesi trascorsi tra il susseguirsi temporale tra le due storie, avevo effettuato distrattamente l’iscrizione a Tinder, in un pomeriggio di inizio Agosto.

Niente di che, avevo passato qualche serata a scorrere le facce, a volte anche piuttosto improponibili, di sconosciuti imbellettati (ma qualcuno poi neanche tanto) che esibivano  le proprie foto tramite un’interfaccia scorrevole per telefonia mobile per essere magari scelti come possibili partner, elogiando le qualità più o meno nascoste ed i più svariati interessi.

Per me, cinicamente, era un po’ come sfogliare un catalogo con delle foto di bestiame da macello, ad ogni scorrere del dito sullo schermo con successiva scomparsa laterale della foto del candidato sembrava che lo avessi fatto scomparire non solo dalla vista ma anche dalla faccia della terra.

Ad un tratto poi diventavano tutti anonimi, insapori, il dito scorreva sempre più veloce e sempre più velocemente le facce sparivano inghiottite dall’anonimato che solo l’aggregazione di contenuti di  massa può riservare.

Mi arrivò un messaggio sempre via Facebook un giorno d’Agosto qualsiasi, in cui un uomo, secondo me a prima vista sulla quarantina andante con capelli lunghi, cappellino da basket con visiera e bomber in acetato di fattura anni 80 mi mandava il suo numero di telefono dicendomi di avermi visto su Tinder (per chi non lo sapesse questa applicazione figlia del demonio mostra i contatti Facebook che gli utenti hanno in comune, per cui risulta piuttosto facile risalire alle informazioni che si sono condivise e pubblicate su questo social), chiedendomi di aggiungerlo su Whatsapp.

Era molto carino, scoprii poi tramite una veloce ricerca via Google che era un Dj rampante di musica techno e che l’aspetto da quarantenne vissuto e già abbastanza spremuto dalla vita era solo dovuto ad una foto venuta probabilmente male e inavvertitamente scelta come foto del profilo, visto che di anni ne aveva 30 (anzi, ancora 29 al tempo) e nelle altre foto pubblicate su Facebook (eh si, visto che oramai tutti i contenuti sono condivisi mi misi a spulciare nelle sue pagine) di quel bomber dal sapore spiccatamente vintage e del cappellino con visiera non c’era alcuna traccia.

Lo aggiunsi alla mia rubrica, cominciammo a scambiarci messaggi, dopodiché cominciò a mandarmi qualche foto, di cui una in particolare di lui in palestra, ovviamente dopo aver fatto lezione e mentre si trovava nello spogliatoio con indosso solo i pantaloni della tuta.

Lo sconcerto per me fu grande nel constatare che non era solo un tizio carino, una volta messo a nudo, senza alcuna add-on vintage, era un figo da brivido e sudori freddi.

Anche troppo per me, tanto che mi sentivo non all’altezza di aver “attratto” un tale esemplare di giovane e pulsante uomo in vena di spargere un po’ di surplus testosteronico attorno a sé.

Glielo dissi, sinceramente, di non sentirmi all’altezza della posta in gioco, mi rispose di cercare di sentirmi a mio agio, di essere me stessa, di non pensare troppo ma di godermi l’attimo.

Combinammo per incontrarci di persona, rimasi stupita di quanto le foto non gli rendessero giustizia in merito alla sua reale età, dal vivo era palese quanto poco stagionato in realtà fosse.

Bastò poco affinché ci ritrovassimo piuttosto intimi, lo trovai particolarmente affascinante, al contatto morbido e sensuale, sinuoso, anche gentile, ma ad un tratto la foga di un giovane maschio che necessita di esternare la sua potenza sessuale per affermare il suo posto nel mondo affondando ripetutamente la sua vigorosa appendice ripiena nel corpo di una carnosa donna più grande di lui prese il sopravvento e la cosa per un po’ sembrò degenerare in una sorta di ginnastica ritmica a pressione.

Risi, molto, il che diede una spinta ilare al tutto, che per me non guasta.

Si prese anche profondamente cura di me, cosa che apprezzai particolarmente, in alcune storie che avevo avuto in passato non era mai stato così scontato.

Parlammo giusto un po’ alla fine, dopo innumerevoli altri esercizi di spargimento del seme, poi di tutta fretta il mio nuovo giovane amichetto si rivestì e si diresse verso la porta, un saluto frugale per sparire poi nel suo parka verde militare (sempre dal sapore un po’ vintage) dietro l’angolo del corridoio esterno.

Tutto questo però stava avvenendo contemporaneamente alla pseudo storia che avevo col secondo ultra cinquantenne (55 per la precisione), tanto che il giorno dell’incontro con l’apparentemente non giovane Dj avvenne dopo una notte passata con l’altro, il che da una parte mi faceva sentire piuttosto desiderata dall’altra anche abbastanza a corto di energie.

Nel frattempo comunque la storia con quell’uomo più grande stava volgendo al termine, ma da quel momento in poi, per circa un paio di mesi, continuai a scambiare molti messaggi con il mio nuovo amichetto giovane e atletico, cercando ovviamente un modo per rivederlo ancora.

Non accadde, o meglio, accadde poi l’inverno successivo durante un party privato al quale andammo assieme, ma l’esperienza fu piuttosto deludente, a tratti grottesca, non interagimmo molto per via del fatto che io avevo le mestruazioni e l’umore instabile di una lumaca schizzata. Peccato.

Fu quello un periodo, quello appena dopo l’estate e l’autunno successivo intendo, durante il quale caddi in una specie di grigia depressione, non era la possibilità di esprimere la mia sessualità a venir meno ma la possibilità di concretizzare qualcosa sul piano emotivo, cosa che stava venendo inevitabilmente proiettata su quelle figure maschili più grandi di me ma successivamente ed inevitabilmente delusa.

Fatto sta che chiusi e mi allontanai da ogni tipo di relazione, mi sentivo insicura, debilitata, accantonai Tinder e mi dedicai a cercare di riesumare il mezzo cadavere che sentivo di essere diventata. Passarono le vacanze di Natale, durante le quali partii per un ritiro con altri amici appartenenti sempre alla cerchia dei frequentatori di Schwelle7, il che mi fu decisamente d’aiuto per riprendere ad avere un po’ di fiducia in me.

Al mio ritorno si fece risentire inaspettatamente il giovane Dj con un invito per quel party a tratti deludente di cui parlavo prima.

Mi chiese di iscrivermi ad un sito per poter riservare un posto nella lista invitati, un sito che raccoglie sia tutti gli eventi e i clubs di Germania, Austria e Svizzera ma anche i profili personali degli iscritti, così è possibile sia rimanere informati su quello che succede attorno ma anche perpetrare ed essere soggetti a ripetuti tentativi di abbordaggio.

Creai un profilo, mi iscrissi all’evento.

Ero uscita dalla terribile storia dei cinquantenni problematici ed incerti tremendamente disgregata, e dopo qualche mese di oscurantismo e ritiro dalle scene ecco che tornavo ad  aprire le mie porte attraverso una sorta di ribalta, mi sentivo più forte, stavo lottando per la mia sopravvivenza, avevo qualcosa da ricercare.

Parallelamente a questo notavo come molte delle richieste che stavo ricevendo provenivano stavolta da uomini giovani, anche meno che trentenni.

Qualcuno voleva essere a tutti i costi il mio slave, qualcun altro mi inondava di foto del suo cazzo torturato allo sfinimento, altri mi elogiavano per la mia presunta sicurezza dominante, ma quasi tutti erano dei giovani uomini in crescita desiderosi di misurarsi con l’immagine (perché poi da qualche foto, le mie tra l’altro neanche troppo erotiche, messe lì in bella vista su un sito di eventi-incontri cosa vuoi capire?) di me come donna forte e sicura che si creava nella loro fantasia.

Ce n’era per tutti i gusti, l’universitario curioso di fare qualche esperienza nel BDSM, qualcun altro attratto dall’idea di farsi legare, il giovane annoiato desideroso di provare il mio delizioso strap-on nel suo prezioso didietro e via discorrendo.

In poco più di un mese, tanto per farvi capire la portata dell’appetito anche piuttosto generico (visto che è abbastanza ovvio che non sono mai stata questa strafiga da competizione) della popolazione germanica il mio profilo aveva ricevuto quasi 2000 visite, corredate da una buona caterva di messaggi privati molti dei quali mi omaggiavano di immagini di peni di varie dimensioni e forme, chiappe aperte con ani dissacrati da diverse tipologie di dildi, foto di uomini sconosciuti incatenati e imbavagliati e molte richieste di appuntamenti.

Decisi di sceglierne uno tra tutti col quale passare del tempo a fare pratica di sadismo e sottomissione di poveri giovani malcapitati, quello che mi sembrava il più disponibile ad accogliere tutta la possibile manifestazione della mia cattiveria latente, mi aveva mandato alcune foto con un cartello che aveva scritto a mano dove diceva di essere il mio slave, con il suo nome, naturalmente con lui nudo sullo sfondo.

Ventinovenne anche lui, biondo, slavato, faccino angelico.

Che carino, pensai.

Ci incontrammo nel solito locale con la saletta semi-privata la prima volta, al Quälgeist, notai immediatamente come gli piacque particolarmente essere legato e preso a schiaffi e palettate nel sedere, gradiva particolarmente il fatto che gli sedessi in faccia e che lo insultassi continuamente. Gli piacque molto anche il mio black plastic friend, il delizioso strap-on col quale lo penetrai svariate volte, l’espressione del suo volto mentre era sdraiato a pancia in su, legato, gambe aperte e penetrato mi diede così tanta soddisfazione che decisi di sedermi anche sul suo (neanche tanto male come forma e dimensione) cazzo, e regalargli la gioia di essere usato per il mio semplice e puro piacere.

Lo avevo fatto vestire da donna per entrare in quel locale, gli avevo dato un mio vestito nero fatto a rete, provai anche molta soddisfazione nel vederlo sedere, dopo che era stato  legato, penetrato e ammorbidito dal mio fallo desideroso di profanare i pertugi di fortunati giovani e delicati uomini, sui divanetti della zona bar accanto a me, con la mia mano destra appoggiata sulla sua coscia, con l’aria ancora spaesata.

Ci incontrammo ancora un paio di volte in albergo,  finché mi resi conto che l’ostacolo emotivo stava prendendo il sopravvento, non tanto sul mio versante quanto da quello del mio giovane nuovo partner che si trovava impossibilitato ad esprimere anche un solo gesto di condivisione emozionale (cosa che ritroverò più avanti anche in qualcun altro) , negli ultimi due appuntamenti in albergo, dopo essere stato legato, umiliato, castigato e penetrato la reazione tipica era prendere in mano il telefono e guardare video su YouTube, magari ancora disteso sul letto.

La seconda volta gli chiesi un po’ più di intimità, che sò…un abbraccio, due carezze, mi rispose che si sentiva bloccato, che queste cose lui le riservava soltanto ad una possibile fidanzata.

Ed io cos’ero nella sua mente? Una sex worker gratuita? Una prostituta di passaggio? Qualcuna che lo stava facendo divertire giusto per fargli passare qualche ora in allegria? O avrebbe voluto che fossi la sua fidanzata così da sbloccare questo livello di comunicazione più intima?

La rabbia sul momento mi rese immobile, poi pian piano metabolizzai la cosa e lo spedii all’inferno.

Ne arrivarono degli altri, sembra assurdo ma bastava chiudere le connessioni con qualcuno che immediatamente dopo, ed intendo proprio il giorno dopo, arrivava una sorta di rimpiazzo, qualcun altro che si proponeva come slave, o rope bunny.

Non sono uscita con tutti naturalmente, ho giusto testato qualcuno a campione.

Col passare del tempo lo slave che si era proposto all’inizio col cartello col suo nome, quello che si girava appena finito di giocare a guardare i video su YouTube, si fece risentire.

Costernato e desideroso di farsi perdonare in qualche modo, in puro stile “ho fatto qualcosa di brutto, puniscimi duramente” si prostrava, virtualmente almeno, per essere accolto di nuovo sotto l’ampio mantello di pazienza e perseveranza che ho scoperto di possedere con le persone.

Ci riprovai, decidemmo che ci saremmo visti stavolta a casa sua, avrei dovuto prendere il treno e farmi due ore di viaggio perché tra l’altro abitava piuttosto fuori Berlino, comprai il biglietto ma mi preparai comunque a qualche intoppo sempre di natura emotiva, le persone ed i loro sentimenti non cambiano da un giorno all’altro ed i blocchi emozionali necessitano anni per essere digeriti ed elaborati.

Tanto il biglietto del treno avrei potuto cancellarlo e farmi restituire tutta la somma se lo avessi fatto fino a 24 ore prima della partenza, per cui…

E difatti, il giorno precedente l’appuntamento, ci scambiammo una serie di messaggi dove mi diceva che non si sentiva sicuro, che sarebbe stato meglio se non ci fossimo visti, che aveva paura di non potermi dare quello che volevo.

Io ci misi poco ad acconsentire a non vederci, ma ci rimase subito male, sbottando come se si aspettasse invece che fossi io ad insistere per vederci nonostante il suo rifiuto.

Ma decisi di continuare con la linea dura, niente appuntamento.

Lo mandai di nuovo all’inferno, rimproverandolo per l’infantilità con la quale si stava rapportando a me, e gli dissi che i suoi capricci non erano più un mio problema.

Svanì nel nulla.

Giuro, il giorno dopo venni contattata da un promettente ventiduenne studente universitario, carino, gentile, un po’ magro per i miei gusti, ma carino.

Scambiammo qualche messaggio per qualche giorno, dopodiché decidemmo che ci saremmo visti almeno per un caffè.

E così fu, ci incontrammo, ci sedemmo al tavolo di un bar su un incrocio del quartiere di Schöneberg, chiacchierammo cordialmente per un paio d’ore, poi mi invitò a casa sua , o meglio, allo studentato-dormitorio nel quale aveva una piccola camera.

E ci andai, per consolarmi delle lagne lamentevolmente giunte da parte del petulante slave dei giorni precedenti e non me ne pentii affatto, tanto che la settimana successiva ci vedemmo nuovamente, anche se per poco tempo.

E la settimana dopo ancora.

Tra la seconda e la terza volta nelle quali mi vidi con lo studente si affacciò ad una delle  mie finestre social-kinky un altro giovane rampante in cerca di misurare la sua forza con una donna, almeno all’apparenza e/o nella sua fantasia, più forte e dominante, un ventottenne stavolta.

Dai messaggi e dalle foto che scambiammo rimasi folgorata di nuovo, come quella volta che mi arrivò la foto mezza nuda del Dj nello spogliatoio della palestra.

Mai stata contattata da un ragazzo così bello, di una bellezza per me disarmante direi e ancora una volta mi domandai che cosa avrei dovuto fare, come reagire ad una richiesta del genere, a quale forza interiore dovevo aggrapparmi per approcciare un tale esemplare di giovane uomo in cerca di avventure senza sentirmi a disagio.

La risposta fu…sii te stessa, fine.

Lo fui, ci incontrammo, pranzammo assieme, lui voleva essere dominato e sottomesso, legato e immobilizzato, sentirsi indifeso.

Mi disse che aveva il tabù delle esperienze troppo emotive, cercava una presenza femminile “cattiva” che lo trattasse male così da non tirare in ballo alcun sentimento o giusto per evitare l’attaccamento a qualcosa che nella sua mente lo avrebbe trattenuto dal fare nuove esperienze e di rimanere aperto e focalizzato su sé stesso.

Da quel primo incontro non potei invece fare a meno di percepire quanto fosse emotivamente vulnerabile, e la cosa strana era che stava cercando qualcuno che gli facesse “del male” per gioco, che lo ferisse, che lo facesse sentire usato.

Si aspettava anche che lo portassi il giorno stesso a casa mia per passare il pomeriggio assieme, ma io condivido l’appartamento con una famiglia, c’è un bambino piccolo di due anni, non mi piace l’idea di portare persone del genere a casa per giochi erotici più o meno torbidi.

Convenimmo che il giorno seguente ci saremmo potuti vedere a casa sua, lui era arrivato a Berlino da meno di un mese ed aveva magicamente trovato una stanza dove alloggiare per i 6 mesi successivi.

Quando ci salutammo, quel primo giorno, si sporse verso di me per un abbraccio e il linguaggio del suo corpo cominciò il discorso che avremmo affrontato il giorno successivo, ma non fu un buon inizio, l’abbraccio che mi diede era mezzo vuoto, quasi inconsistente.

Il mantra che mi ripetevo in testa era solo “sii te stessa, sii te stessa”.

Mi chiese però di continuare a scambiarci messaggi quella sera prima dell’appuntamento del giorno seguente, per approfondire la conoscenza, per capire come affrontare la sessione di gioco o forse giusto per avere qualcuno con cui chiacchierare.

Gli chiesi cosa ne pensasse del nostro incontro, lui mi fece un sacco di complimenti, si mise a fantasticare su cosa avremmo potuto fare assieme, mi propose una sorta di gioco di ruolo dove io sarei dovuta essere la donna più grande, naturalmente malvagia, che voleva rapirlo, poi ci demmo la buona notte.

Il giorno successivo mi diressi verso casa sua con la mia borsa degli attrezzi.

Dentro portavo le corde, la rotella metallica di Wartenberg, stecche di bambù e un paio di paddle per spanking e basta, viaggiavo leggera e basica direi.

Cominciammo presto, la prima impressione fu quella di estrema passività, quasi svenevole, poche reazioni, ad ogni passaggio di corde che appoggiavo anche violentemente sul suo corpo c’era qualcosa che non gli andava, mi chiedeva di aggiustarle, di metterle in un’altra posizione, si lasciava manipolare, si godeva anche le mie attenzioni ma la risposta era solo di natura passiva, fin troppo arrendevole.

Per me è come prendere a pugni l’aria, se non c’è nulla dall’altra parte non riesco a misurare la mia forza, se affondo in un cuscino pieno di piume sprofondo, non mi sento sostenuta nel viaggio nel quale sto portando me stessa e l’altro ad esplorare nuovi territori.

Lo legai ma sembrava trovarsi in difficoltà tra le corde, non era molto avvezzo al dolore fisico e mi chiedeva in continuazione di spostare o allentare la legatura, cosa che spezzava completamente il flow della sessione.

Cercai di non forzare troppo, d’altronde non tutti riescono a sopportare una esperienza forte, almeno all’inizio, per cui dopo qualche tentativo lo slegai, passando a qualcosa di diverso.

Decisi che era il momento di prendere in mano la paletta col manico lungo e giocare un po’ con i suoi capezzoli, punendolo ogni volta che si ritirava da quelle sollecitazioni. Una chiusura di braccia…una forte palettata sul sedere.

Gli torturai anche cock&balls con lo stesso strumento e la cosa sembrava piacergli da morire, tanto che continuai mentre gli mordevo insistentemente collo ed orecchie.

Ma lui se ne stava lì, erezione in corso ma non uno stramaledettissimo soffio di energia vitale nelle vene, gli dissi in un orecchio che non stava reagendo molto ma lui mi disse con sguardo dolce e sornione che si stava godendo quello che stavo facendo.

Ecco, in quel momento mi sembrò che fosse lui ad usare me per il suo piacere, e non il contrario.

Mi innervosii e decisi di sedergli in faccia.

La natura fece il suo corso, lo sentii applicarsi un po’ di più in questo caso, mi afferrò addirittura le chiappe con le mani e percepii una certa predisposizione alla lappatura.

Inarcai completamente la schiena ad un certo punto, finché l’onda nata giù nelle profondità della caverna cominciò a risalire la parte superiore del mio corpo fino ad arrivare in gola, ed uscire (sommessamente purtroppo visto che il suo coinquilino era da poco rientrato a casa) con un suono leggermente crescente.

Mi lasciai andare sdraiandomi sul suo corpo, ancora mezza seduta sulla sua faccia, ansimante e leggermente sudata.

Quando tornai completamente a sedere e discostai il mio trionfante sedere dal suo viso lo vidi sorridere, sempre con quello sguardo dolce e languido, uno degli sguardi più stranamente sereni che abbia mai visto.

L’andatura fin troppo arrendevole di quel partner però mi lasciò comunque insoddisfatta da qualche parte, tanto che me ne andai da casa sua poco dopo essermi goduta la comoda seduta.

Mi salutò sulla porta con un altro mezzo abbraccio, stavolta mi sembrò di essere stata abbracciata da un fantasma tanta era la mancanza di qualsiasi vibrazione vitale.

Fuggii quasi a gambe levate.

Gli mandai un paio di messaggi in seguito, ma le risposte furono più deludenti e vuote dell’approccio fisico, mi disse che dalla prima volta che c’eravamo visti in lui non era scattato alcun “click” e che il suo problema era di non riuscire ad essere onesto con le persone quando c’era qualcosa che non andava, per cui non mi aveva detto nulla sul momento ma aveva deciso di voler giocare comunque con me.

Ci rimasi male,peccato perché secondo me con un po’ di impegno le cose potevano farsi interessanti, ma evidentemente in quel momento non era il caso di insistere.

Incredibile ma vero, il giorno dopo lo slave insicuro e piagnucoloso (quello del cartello e dei video di YouTube aftersex per intenderci) mi scrisse di nuovo, chiedendomi di parlare.

Ed è roba di pochi giorni fa, le cose non si sono dispiegate ancora, abbiamo scambiato qualche messaggio, sempre per via virtuale al momento, ed ho ricevuto di nuovo l’invito di andare a casa sua perché vuole assolutamente dimostrarmi una completa sottomissione.

Che faccio stavolta, lo prendo il biglietto del treno?

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2 pensieri su “Largo ai giovani (o forse no)

  1. Hello Alessandra,
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    Look forward hear from you.
    ❤️
    Nalin
    ________________________________

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  2. Pingback: OH SHIT! | Il mio BDSM e altre storie da Berlino

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