Con gli occhi del Bondage

Voglio cominciare a raccontare di questa esperienza a partire da quando, in un preciso momento della mia vita, intorno ai 24-25 anni, ho dovuto affrontare la presa di coscienza di avere un corpo incapace di muoversi liberamente, appesantito, infelice di esistere.

La stasi emozionale, fisica ed energetica nella quale sentivo di stagnare fin dall’inizio dell’adolescenza portava il mio corpo e la mia mente a desiderare finalmente di rompere con forza quella gabbia, ma trovare la via adatta per uscire da quella sensazione di prigionia in quello che mi circondava era come dover trovare una via di fuga da un labirinto.

Ricordo, tanto per citarne alcuni, i vani e frustranti tentativi di mettermi a dieta, l’iscrizione alla squadra locale di pallavolo nella speranza di riuscire, tramite uno sport, a fare “del movimento” (progetto che naturalmente non andò a buon fine), la frequentazione di corsi in palestra durante i quali mi sentivo più un pesce fuor d’acqua che altro ed il progressivo incedere incontrollato della volontà di isolarmi sempre di più dal resto del mondo.

Tutto questo accadeva in un arco di tempo che andava dai 15-16 anni ai 24-25, durante il quale credo di aver sviluppato quel lato schivo ed introverso del mio carattere che, chi mi conosce di persona, ha saggiato attraverso i miei, talvolta inspiegabili, lunghi silenzi e quella buona dose di pessimismo che mai manca nelle mie visioni.

Fui fortunata tuttavia, perché più tardi, sulla mia strada, ebbi la possibilità di  approcciare degli strumenti fondamentali, per la mia “liberazione” quali lo Shiatsu e l’Aikido, che mi permisero di iniziare il processo di demolizione-ricostruzione della struttura fisico-emozionale-psichica (chiamiamola così).

Il processo di destrutturazione e ricostruzione fu lungo e doloroso, ricordo per esempio l’enorme difficoltà che trovai sin dall’inizio semplicemente nel piegare le gambe o sedere in maniera naturale a terra, senza contare il dolore persistente al ginocchio destro che mi portavo dietro dagli anni dell’adolescenza e la schiena oramai irrigidita a causa della quale stare in piedi per più di un quarto d’ora era motivo di fitte lancinanti in tutto il corpo.

Avevo preso a fumare ed avevo una capacità polmonare risicata e qualsiasi esercizio che fosse stato appena un po’ più aerobico mi dava immediatamente un senso di profondo soffocamento, non mi sentivo particolarmente portata ai contatti sociali e non avevo alcuna vita di relazione condivisa, né  sentimentale, né sessuale.

Iniziai a muovere in maniera differente la mia energia (non sto usando questa parola per descrivere alcuna entità astratta ed esoterica ma qualcosa di concreto appartenente al corpo) nel momento in cui incontrai lo Shiatsu, il quale, grazie alla sua particolare tecnica fatta di pressioni e stiramenti, mi diede la possibilità di riavviare alcuni processi rimasti inattivi o interrotti negli anni precedenti.

Ci vollero anni per invertire la tendenza, durante i quali alcune parti del mio corpo si “ruppero”, letteralmente.

Per esempio ebbi svariati incidenti durante la pratica dell’Aikido ma stranamente, realizzai in seguito, era come se fossero stati necessari affinché tutto il resto si sbloccasse.

Ad esempio ricordo perfettamente la sensazione delle due parti di quel  ginocchio destro mal funzionante, quella superiore e quella inferiore (si, quel ginocchio gonfio e dolente che non mi permise di camminare correttamente per una decina di anni per il quale nessun luminare della medicina sembrava trovare causa né rimedio) che, oserei dire finalmente, si separarono all’improvviso slittando l’una sopra l’altra per qualche secondo durante un Tenkan, appunto in una delle tante lezioni di Aikido, con un dolore subdolo e acuto rendendomi simultaneamente zoppa ed incapace di camminare autonomamente per circa 6 mesi a seguire.

Le mie gambe erano, e sono tuttora, grandi, larghe, ma al tempo di quell’incidente quella gamba raggiunse dimensioni spropositate, era difficile anche trovare qualcosa che potessi indossare.

Nonostante ciò non volli mai sottopormi ad alcuna operazione, sentivo che per me sarebbe stata come un’intrusione e che il mio corpo stava lavorando per elaborare e riallinearsi secondo le sue necessità.

Immaginavo che quell’articolazione si fosse “aperta” per lasciar andare un carico di stress e tensione in eccesso, qualcosa come una diga che si rompe sotto l’immane pressione di un fiume in piena per lasciar fluire la foga dell’acqua in corsa.

E così fu, in effetti, dopo mesi e mesi di travagli, difficili da esprimere ora a parole, man mano che il gonfiore esagerato si dissipava ed il dolore si assottigliava lentamente, cominciai a rendermi conto che stavo acquisendo la capacità di poter piegare finalmente le gambe.

Ma per favore, “don’t try this at home”, questa è stata la mia esperienza ed è frutto della mia scelta e del mio istinto, sappiate che per ognuno potrebbe funzionare in maniera differente ed avere altri tipi di conseguenze.

Tornai ovviamente sul tatami, e qualche tempo dopo fu la volta della spalla sinistra.

Un paio di anni dopo, durante l’esecuzione di una caduta in volo, atterrai violentemente battendo il ginocchio sinistro sul tatami, l’impatto fu fortissimo, e anche stavolta dovetti fermarmi per qualche mese vista l’impossibilità di camminare autonomamente.

Questo fu l’ultimo incidente che ebbi durante la pratica dell’Aikido, che accadde attorno ai miei 30 anni.

Ma a quel tempo il mio corpo era già cambiato, avevo smesso di fumare, avevo acquisito elasticità dei tessuti e delle articolazioni, non avevo la sensazione di soffocare dopo aver salito 10 scalini e potevo allacciarmi le scarpe stando seduta senza trattenere il fiato per arrivare a prendere i piedi in mano.

Ma qualcosa mancava ancora, sentivo che volevo mettermi ulteriormente alla prova, sentivo di avere ancora delle energie da spendere, da usare, da purificare, se mi si permette il termine, ed avevo imparato sulla mia pelle che il dolore ne brucia un sacco di energie, per cui mi sentivo attirata da qualche possibile pratica che mi avrebbe permesso di continuare nel processo, in maniera più controllata.

Cominciai ad interessarmi intuitivamente al Bondage, ma in maniera molto superficiale, pensai soltanto che la sensazione di costrizione data dalle corde e la loro pressione poteva essere quello che stavo cercando.

Mi informai sulle possibili persone da contattare per una sessione, scrissi qualche mail ma non trovai alcun riscontro effettivo, trovare un rigger nel centro Italia sembrava una possibilità remota ed il fantasma di essere comunque non adatta a quel tipo di pratica (vuoi per quello che pensavo a proposito del mio peso e della forma del mio corpo, vuoi per l’inesperienza che credevo essere un grande ostacolo) cominciò a farsi largo nelle mie fantasie, tanto che dopo un po’ lasciai perdere.

Ci volle ancora qualche anno prima che il destino mise sui miei passi l’incontro con quest’arte, che avvenne in maniera del tutto trasversale.

Fu durante un pomeriggio che stavo passando con il fidanzato che avevo allora nella sua camera a Pisa, eravamo a letto e gli dissi, in maniera del tutto naturale, se avesse mai potuto avere piacere nel cominciare a fare esperienza di Bondage con me.

Mi rispose che no, non era proprio il suo interesse principale, ma dopo qualche secondo mi disse anche di avere un caro amico a Roma che era (ed è tuttora) un insegnante, che aveva scritto anche un libro sul Bondage e che avrei potuto contattarlo per saperne di più.

Lo contattai in effetti, gli dissi che venivo dal mondo dello Shiatsu e dell’Aikido (entrambe discipline provenienti dal Giappone come anche una consistente parte del Bondage, meglio descritta come Shibari o Kinbaku) e che avrei avuto interesse nell’incontrarlo per una sessione.

Offrii in cambio una seduta di Shiatsu.

Lui si rivelò molto cordiale e bendisposto e mi invitò nella sua casa romana per l’incontro.

Era una mattina afosa di Agosto quando partii da Orvieto con una grande borsa contenente il mio futon per andare a raggiungerlo e né l’afa, né la prospettiva di portarmi dietro in treno e sui mezzi pubblici della capitale (talvolta l’esperienza può essere traumatica) quel bagaglio potevano minimamente scalfire la volontà di approcciare finalmente le corde.

Chissà come avrei reagito? Che cosa potevo aspettarmi? Avrei pianto? Mi sarebbero rimasti i segni? Sarei andata in estasi?

Fu arduo arrivare a quell’appartamento, un po’ per il caldo eccessivo (Roma in una mattina d’Agosto può essere difficile da affrontare) e un po’ perché ad un certo punto mi persi tra i vari autobus che dovevo prendere.

Arrivai comunque in zona, ricordo che scesi dall’autobus in una piazza con un grande incrocio stradale e che dovetti camminare ancora un po’ prima di trovare la via dell’appartamento, situato ad un piano X (non ricordo esattamente…quarto forse?) di una lunga palazzina di forma rettangolare.

Suonai il campanello, e dal citofono mi rispose una voce che mi invitò a salire al X piano.

Entrai, l’interno del palazzo era piuttosto scuro e dovetti salire una prima rampa di scale per arrivare all’ascensore.

Le scale continuavano poi per la loro strada, ricordo che mi colpì il grande corrimano di legno che le contornava, potrebbe esserci stato anche del marmo verde da qualche parte, forse alle pareti, forse nel pavimento, o forse era un’allucinazione da insolazione e calura presa poco prima per le strade della città.

Mi diressi verso l’ascensore, fui fortunata in realtà, avrei potuto dover farmela a piedi.

Ma quello era un ascensore con una cabina piccola e stretta, con la porta di legno e vetro ed il borsone con dentro il futon, per la porta, proprio non ci passava benissimo.

Dovetti affrontare un paio di manovre per entrare ed altrettante per uscirne, non oso immaginare come sarebbe stato se ci fosse stata un’altra persona con me.

Quando arrivai a destinazione quell’uomo era l’i ad aprirmi la porta, invitandomi ad entrare.

Mi fece accomodare immediatamente in una piccola stanza-dungeon, con una struttura di tubi innocenti per le sospensioni, un piccolo sofà, un armadio dal quale spuntavano alcuni strumenti di tortura (come floggers, paddles per spanking) e di lì a poco cominciammo la sessione.

Avevo indosso i pantaloni bianchi del Keikogi ed una maglia a maniche corte bianca e nera, ricordo che venni legata con sapienza da una harness nella parte superiore del mio corpo e che quell’uomo mi chiese, dopo poco, se avessi voluto provare la sospensione.

Dissi di si, la sensazione che le corde esercitavano sul mio corpo si era fatta già interessante, il respiro era diverso, sentivo che la cassa toracica non si espandeva poi più di tanto e che la pressione esercitata mi dava il senso di confine, di contenimento, mi dava la posizione del limite del mio corpo nello spazio.

Ma ero ancora in piedi, soltanto il torace era già stato predisposto per la sospensione tramite l’aggancio di alcune corde fatte passare in alto sulla struttura di tubi innocenti ma lasciate ancora lente.

La prima sospensione parziale avvenne quando il rigger sollevò una delle mie gambe fissandola in alto, all’altezza del bacino più o meno, invitandomi a lasciarmi “cadere” (spostare il baricentro sarebbe più esatto) da un lato.

Lo feci e fu incredibile sentire il mio corpo lottare, mi trovai ad oscillare per mantenere l’equilibrio ma le corde, ad ogni più piccolo movimento, infliggevano una discreta quantità di colore che rendeva i tentativi ardui e maldestri.

Quella posizione forzata metteva in discussione tutte le regole alle quali il mio corpo era abituato a sottostare fino ad allora, e la ridotta capacità di movimento e di respiro rendevano l’esperienza davvero particolare.

Rimasi in bilico in punta di piede per qualche minuto, cercai di far trovare al corpo il modo di accettare la inevitabile scomodità e di respirare nel frattempo, quando mi venne chiesto se fossi pronta a far si che anche l’altra gamba venisse sollevata.

Risposi di si, magari un cambio di posizione avrebbe potuto ristabilire un nuovo ordine ed un nuovo equilibrio.

Credo che rimasi in sospensione totale non più di due-tre minuti, dopodiché fu insopportabile per me resistere ed accettare tutto l’insieme delle cose, e chiesi di essere riportata a terra e slegata.

Prima un piede, poi l’altro, poi il resto.

Toccare di nuovo terra fu un’emozione profonda, ma la sensazione che è rimasta letteralmente stampata nella mia memoria (mentale, fisica, cellulare, quello che vi pare) è stata quella di sentire come la cassa toracica tornava ad espandersi dopo che le corde ne erano state allontanate e l’ampiezza che può raggiungere un respiro.

Credo che sia stato come rivivere l’esperienza del primo respiro di quando si viene al mondo misto ad un grande senso di liberazione, se fino a qualche minuto prima stavo “volando” in sospensione sostenuta dalle corde, in quel  secondo momento durante lo scioglimento dei nodi mi dava la sensazione di volare di nuovo, stavolta per la leggerezza che percepivo nel mio corpo.

Rimasi in quello stato ancora per un po’, scambiai il favore ricambiando l’esperienza con una seduta di Shiatsu, poi ripresi la mia grande borsa del Futon, tornai a cercare di farla entrare di nuovo nella porta dell’ascensore per scendere a piano terra, e me ne tornai in stazione, per prendere il treno e tornare a casa.

Da quel giorno le cose non sono mai state più le stesse.

C’è comunque voluto del tempo prima che potessi approcciare nuovamente le corde, ma tornai a Roma qualche mese dopo per il mio primo workshop di Bondage, e andai successivamente a Bologna per un altro corso.

Ma la pratica era il vero ostacolo, era veramente difficile trovare persone interessate a condividere questa esperienza tra gli abitanti (del villaggio mi verrebbe da dire) del mio paese di origine.

Nonostante tutto una mia amica, proveniente dal mondo della danza e del teatro ed interessata al mondo delle arti performative, mi disse di essere disponibile per alcune sessioni di pratica.

Ci vedemmo alcune volte nella sua camera e fu un’esperienza davvero creativa ed emozionante, devo aver conservato delle foto da qualche parte, spero non siano andate perdute nella memoria di qualche vecchio telefono.

Ricordo per esempio una sessione durante la quale le legai i piedi, o una in cui sperimentai la torsione laterale del suo corpo disteso sul letto.

Al tempo le nozioni tecniche che avevo erano davvero basilari (non che ora io sia al top della conoscenza, anzi), e si andava molto di improvvisazione.

Ma più la modella (o il modello, fate voi) è ricettiva ed aperta agli stimoli, maggiore è la possibilità di creare un dialogo attraverso la tessitura, letterale, di una trama attorno al corpo.

Ma non solo attorno, perché l’esperienza del Bondage, a mio avviso, arriva  ben oltre la barriera fisica.

E lei lo era ricettiva, eccome, e tessemmo assieme trame su trame di figure contorte, avvinghiate e a tratti ansimanti, ed io vedevo formarsi nella mia mente, attraverso quello che stavamo creando, le visioni di angeli caduti e tormentati in cerca delle loro ali per far ritorno a casa, e sirene con la coda intrecciata alle reti da pesca che tentavano di liberarsi per riacquistare la libertà, o un volo di farfalle pronto a sorvolare un campo di fiori durante una tempesta di vento.

Fu un inizio stupendo, a cui seguì inevitabilmente un periodo di pausa dovuto agli impegni che la vita di ognuna stava riservando.

Personalmente ho poi dovuto attendere di arrivare a Berlino per proseguire con lo studio e la pratica, ma questa città si è rivelata immediatamente ricca di opportunità e di possibilità di crescita.

Ho iniziato a frequentare tutti i workshop che ho potuto, le lezioni speciali, gli incontri domenicali a casa di amici con la stessa passione, e questo ha attirato sempre più belle persone nella mia vita, persone aperte, con una visione a riguardo della sessualità multisfaccettata ma mai indignata, mai ritrosa né bigotta, piuttosto orientata alla sperimentazione ed alla condivisione.

Il momento massimo raggiunto finora nella mia esperienza con il Bondage (o Shibari, o Kinbaku, tanto ognuno poi lo chiama come gli pare ma alla fine sembra che ci capiamo lo stesso) è però stato durante le Bondage Jams al Darkside, luogo  per me a tratti onirico dove ogni martedì sera, per qualche mese fino a poco prima dello scorso Natale, si svolgevano degli incontri di pratica, liberi, dove ognuno poteva legare o farsi legare utilizzando gli spazi del locale.

E lì ho incontrato altri angeli in cerca delle loro ali, altre sirene bramose di libertà ma anche agnelli sacrificali desiderosi solo di lasciar uscire le loro grida di sofferenza attraverso quelle corde e la loro pressione sulla pelle, spesso nuda.

Queste che seguono sono le parole di una donna che ho incontrato lì e con la quale ho condiviso molte sessioni, dopo il nostro primo incontro:

(Ieri sono andata alla jam e sono stata legata per la prima volta da una donna.

È stato molto bello e nuovo per me.

Molto soft, caldo, gentile, delicato…

Mi sono sentita guarita.

E quando lei mi ha fatto provare dolore, è stata spietata.

Mi sono ritrovata a sorpresa eccitata.

È stato differente da quando sono con un uomo.

Più tranquillo, calmo, sicuro e più a lungo.

È stato come il suono delle onde.

Un’esperienza molto speciale.

Grazie infinite A.)

“Il suono delle onde”.

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