OH SHIT!

Si, letteralmente.

Cacca, merda, feci, pupù, escrementi, e gente che li adora a tal punto da rotolarcisi dentro, cospargerseli addosso, sniffarne gli effluvi.

Mangiarli.

Sappiate che siete ancora in tempo per fermarvi qui.

Volete invece continuare a leggere?

Il linguaggio sarà piuttosto esplicito e ricco in dettagli, poi però non dite che non vi avevo avvertito.

Perché pare chiaro che gran parte del genere umano sia disgustata dall’idea di approcciare, anche solo mentalmente, questo argomento, ma sembra invece che il mondo del BDSM accolga volentieri quello che accade tra gli amanti (e praticanti) del genere.

Personalmente ho un’idea che non rivelerò immediatamente, ma che svelerò, forse, andando avanti col racconto.

Il mio particolare rapporto ravvicinato col mondo delle feci è iniziato proprio immediatamente dopo il mio arrivo a Berlino.

E si è trattato di un rapporto davvero ravvicinato, se devo dire la verità.

Ho vissuto a lungo a casa di una mia amica che aveva avuto da circa un anno un bambino; io non ne ho di miei e mai prima di allora avevo avuto la possibilità di averne di così piccoli accanto.

Le davo una mano in casa, con la preparazione del cibo, con le pulizie e ovviamente con la gestione del nuovo arrivato, gestione che comprendeva, naturalmente, anche il cambio dei pannolini.

Sarò sincera, mi capitava spesso di trovarli pieni fino all’orlo (e oltre) di quei rifiuti organici liquidi, semi-liquidi e solidi che quel piccolo umano da poco arrivato su questa terra sembrava produrre in quantità industriali, forse deciso a dare il suo contributo all’ecosistema circostante cominciando ad elargire, da subito, una gran quantità di fertilizzante naturale.

Chi di voi è mai entrato in contatto con tale sostanza saprà benissimo di cosa parlo, vi sarà venuto in mente immediatamente il tipo di odore, la sua consistenza, nonché il colore e la texture.

Avrete anche in mente le schiene dei bambini cosparse di quella particolare pasta marroncina che trabocca quando il pannolino non ce la fa più a contenerla, risalendo impavida e noncurante su fin quasi al collo, mandando in malora body, magliettine, calzoncini e qualsiasi altra cosa quei piccoli umani stiano indossando.

Ma anche tappeti o lenzuola ove essi stiano giocando o riposando.

Già a questo punto, secondo me, saremmo ad un buon livello di esperienza hardcore, altro che BDSM.

Ma ammetto di essere andata oltre, e tra l’altro, mentre scrivo, sappiate che sto mangiando.

Comunque, per tornare alla storia che ho da raccontare, ad un certo punto della mia permanenza in questa città mi sono iscritta a Tinder (ho già pubblicato un articolo a proposito su questo blog, qui il link

https://xanandrablog.wordpress.com/2017/04/26/largo-ai-giovani-o-forse-no/)

In questo pezzo avevo fatto un resoconto di quello che era stato il mio primo approccio con i social media per incontri privati a Berlino; non avevo menzionato proprio tutti i personaggi che incontrai in quel periodo comunque,  ne avevo lasciato qualcuno da portare alla luce successivamente in previsione dei tempi futuri.

Questi, nella fattispecie.

Non ricordo bene il posizionamento temporale dell’arrivo di questo ragazzo nella mia vita; dalle immagini di presentazione su Tinder poteva sembrare, “a prima svista”, un tipo interessante, foto in bianco e nero, fisico curato, bei tatuaggi, c’era soltanto un piccolo particolare che mi turbava: lo sguardo.

Appariva leggermente assente, ecco, non aveva uno sguardo intenso, non  aveva uno sguardo turbato, nelle foto non c’era neanche una immagine dove guardasse in camera; sembrava invece sempre un tantino svanito, con un sorriso da Monna Lisa distratta stampato in faccia, ecco.

La nostra conversazione iniziale fu breve, ricordo che mi chiese, immediatamente dopo avermi mandato la foto rituale del suo cazzo (tra l’altro anche abbastanza grande), se fossi stata interessata ad una sessualità basata su pissing e scat.

Ovviamente risposi di no.

Ma a lui sembrava non importare poi più di tanto, visto che iniziò a mandarmi una collezione di foto e video auto prodotti nei quali il soggetto sembrava essere dapprima il suo deretano, poi la dilatazione del suo ano mentre si inclinava a novanta gradi e usava le sue mani per aprirsi le natiche, poi il suo fallo, spesso soltanto ciondolante.

A seguire cominciarono ad arrivarmi anche dei video amatoriali molto espliciti; in uno di loro questo ragazzo aveva posizionato il telefono affinché lo riprendesse mentre era nudo nella vasca da bagno e si pisciava addosso.

Si cagava successivamente in mano, alzando elegantemente una gamba e poggiandola sul bordo della vasca, regalando agli spettatori un’inquadratura focalizzata esattamente sull’uscita graduale dell’escremento.

In un altro si vedeva lui che si abbassava leggermente sul gabinetto (non poggiando le gambe, per intendersi ma solo protendendosi all’indietro col sedere) per poi lasciar cadere, con un leggero sforzo di pancia, un escremento giù nella toilette.

Ciliegina sulla torta…dito nell’ano finale per ulteriore stimolazione.

In un altro video, sempre ripreso nel suo bagno, aveva ancora indosso i jeans, e si pisciava addosso lasciando che il liquido si spandesse a macchia (di pipì mi verrebbe da dire) d’olio attraverso le trame del tessuto, rendendolo gradualmente più scuro laddove il pene stazionava, in questo caso era lateralmente, a destra.

In un paio di altri video, dopo essersi cagato in mano, il soggetto mostrava l’escremento alla fotocamera paragonandolo al suo cazzo.

Beh…devo ammettere che ero disgustata ma incuriosita da tale comportamento, per cui al tempo lasciai correre, collezionando una serie di “portraits” e video, come la merda, d’autore (più o meno).

Oggi non sarei così permissiva.

Tuttavia ho recentemente acconsentito a prendere parte ad una particolare sessione, comprendente giochi di toilette, alla quale sono stata invitata a partecipare da un’amica più grande e con più esperienza di me in questo mondo.

Il personaggio principale che ha animato il nostro colorito pomeriggio era un giovane ragazzo, già militare di professione, di ritorno a Berlino solo un paio di volte l’anno ed in cerca di qualche forte emozione con cui misurarsi, credo per superare un qualche limite personale.

Non mi soffermerò ora sulle mie digressioni e viaggi pindarici mentali da psicologia spiccia sul perché quel ragazzo volesse fare quella determinata esperienza, sono altri i particolari della storia che preferisco raccontare.

Comunque, quel giorno ci incontrammo in un posto completamente attrezzato per l’occasione, la mia amica, nel ruolo di “Mistress of Ceremonies”, aveva preparato tutto alla perfezione: aveva steso a terra, su di un materassino, un telo impermeabile, nero, aveva procurato una buona quantità di asciugamani e di rotoli di carta assorbente, acceso delle candele per dare un po’ d’atmosfera alla stanza e portato una toilette apposita con un poggiatesta interno in PVC nero dove adagiare la testa di colui che di lì a poco sarebbe diventato la nostra toilette umana.

Il programma quel giorno prevedeva la presenza di 4-5 donne, me compresa, che, a rotazione, avrebbero usato il giovane militare come toilette personale, mentre  per lui non era previsto altro che starsene lì a terra.

Io entrai per seconda, dopo che l’organizzatrice della sessione aveva introdotto il ragazzo nella stanza, lo aveva fatto accomodare disteso e lo aveva testato personalmente, assicurandosi che avesse veramente voluto procedere con l’esperienza.

Entrai aprendo lentamente la porta e l’odore delle candele era ancora l’odore predominante.

Luce bassa, quasi penombra, e disteso a terra c’era questo ragazzone, con indosso una maglia militare a maniche corte e nient’altro.

Capelli corti, aspetto curato, corpo decisamente non esile ed una semi erezione già in corso.

C’eravamo divise i compiti tra noi donne, c’era chi lo avrebbe usato come toilette per fare la pipì e chi lo avrebbe adoperato invece per liberarsi degli escrementi solidi.

Io mi ero resa disponibile per entrambe, ma la tabella di marcia prevedeva che il nostro ospite dovesse arrivare alle cose più hard in maniera graduale.

Per cui iniziai giusto girandogli un po’ attorno, la stanza era silenziosa e le scarpe col tacco che indossavo battevano il ritmo cadenzato dei miei passi sul pavimento.

Usai, come primo approccio, l’atto di mettermi, in piedi, a cavallo sopra la sua testa, gambe appena divaricate.

Un sussulto, un cambio di espressione sul suo viso mi dissero che avrei potuto giocare sul ritmo dell’attesa, del non dargli immediatamente quello che si aspettava.

Per cui non lasciai uscire nulla dal mio corpo, neanche una goccia di quel liquido dorato che quel dolce ragazzuolo avventuroso sembrava aspettasse con impazienza.

Lasciai passare qualche istante durante i quali mi presi il tempo necessario per guardarlo negli occhi, per scrutare la sua espressione (dovevo pur farmi un’idea di chi avessi davanti, o sotto in quel caso), poi mi spostai da quella posizione, andando a mettermi di lato alla sua testa piegando le ginocchia e andando a poggiare il mio (grande) culo sui tacchi, per poi sussurrargli qualcosa in prossimità dell’orecchio.

Qualcosa a proposito di quanto fosse interessante per me il suo desiderio, di quanto non vedessi l’ora di inondarlo di pioggia dorata e ricoprirlo di caviale (questi i termini coi quali vengono chiamati generalmente urina e feci durante una sessione del genere).

Sorrise, la mezza eccitazione che avevo notato immediatamente dopo il mio ingresso in quella stanza era ancora in corso, per cui pensai di dirigermi verso il suo cazzo e cominciare a rilasciare proprio lì i liquidi che trattenevo nella vescica da almeno mezzora dopo aver bevuto una abbondante quantità d’acqua.

Indossavo un vestito, nero ovviamente, lucido, molto aderente, di quel tessuto stretching sintetico i cui bordi, ad ogni piccolo movimento, non rimangono mai dove dovrebbero.

Nella parte posteriore, appena sopra l’osso sacro, partiva un inserto di pizzo nero fatto ad U che arrivava fino alle spalle, aprendo di fatto tutta la schiena a quel gioco di vedo-non vedo che spesso è alla base dell’immaginario sexy.

Si arrampicava sulle cosce quel tessuto stretching, non sarebbe mai rimasto della lunghezza “dichiarata”; in quella occasione, comunque, andava più che bene dal momento che tanto dovevo tirarmelo su quel vestito per pisciare addosso a quel militare, come se fossi stata in camporella e avessi avuto la necessità di trovare un cespuglio dietro il quale fare i miei bisogni.

Una volta arrivata sopra la zona dei suoi genitali bastò poco per far si che, aprendo le gambe, piegando leggermente le ginocchia e rilassando i muscoli interni, le prime gocce di pioggia dorata cominciassero a scendere proprio lì, sul cazzo semi eretto.

Poche gocce, sul serio, ma tanto bastò a far muovere immediatamente quel pene verso l’alto, e mi sentii invogliata a ripetere la procedura: ancora poche gocce lasciate scendere su quei genitali e la risposta, pronta, non si fece attendere.

Mi abbassai ancora un po’, piegando le ginocchia, e lasciai correre la pioggia dorata, la sentivo scendere come una cascata, la sentivo arrivare sulla pelle di quel ragazzo e ne vedevo gli effetti, sapevo che il calore di quel liquido e quella specie di tabù nel giocare con la pipì (aspettando per il resto) lo spingevano ad eccitarsi e a volerne di più.

La maglietta militare si bagnò, inevitabilmente, ma non aveva lo stesso effetto del tessuto stretching del mio vestito per il quale i bordi si alzavano lasciando scoperta più pelle del previsto; era rimasta invece vicina ai genitali, non avendola io, di proposito, scansata.

Divenne di un colore più intenso, mostrando chiaramente le macchie di pipì come i jeans di quel tipo che per primo, nel suo delirio, letteralmente merdoso, mi mostrava in uno dei video registrati nel suo bagno, mentre si pisciava addosso.

Lasciai andare il flusso, a volte trattenendomi leggermente per creare un ritmo, e per gustarmi la sua faccia e la reazione del suo cazzo, sempre eretto.

Mi fermai lì, non ero la sola a doverlo usare come toilette e preferii lasciare qualcosa per la seconda parte della sessione.

Uscii dalla stanza dicendogli che sarei tornata, e che una delle mie amiche stava per entrare al posto mio, per continuare la sessione.

Era previsto che giocassimo con lui per circa 3 ore, ed eravamo circa allo scoccare della prima.

Chiusi la porta alle mie spalle lasciandolo ancora lì, sdraiato.

Non era legato, nessuno lo stava, seppur consensualmente, forzando a fare quella cosa, se ne stava solo lì, sdraiato, inerme, pronto per essere usato.

Raggiunsi la stanza dove le altre amiche stavano aspettando per il loro turno, la prossima a farsi avanti sarebbe stata una ragazza che in realtà non conoscevo, con la quale, nel frattempo, iniziai a scambiare due parole a proposito della sua esperienza nel mondo del BDSM.

Mi disse che era alquanto nuova nella scena e che era la prima volta che si univa ad un gruppo per giochi di toilette.

Mi disse anche che sarebbe andata lei ora a visitare il marinaio e che, se volevo, potevamo andare assieme.

Risposi, ridacchiando con fare complice e malizioso, che si, sarebbe stato interessante; ci scambiammo un paio di occhiate di quelle che presagiscono un intesa su una missione comune, bevemmo un altro paio di bicchieri stracolmi di acqua e ci dirigemmo verso la stanza.

Aprimmo la porta e qualcosa nella scena era differente, lui era ancora lì, sdraiato, circondato da qualche asciugamano e con la maglietta ancora indosso, ma se l’era tirata un po’ su, lasciando scoperta la pancia, le mani ora erano incrociate e appoggiate sull’addome.

Bagnato, circondato da un laghetto di pipì nella quale sembrava sentirsi molto a suo agio, si gustava quei momenti differenti lontano dal mondo e al riparo da occhi indiscreti, come se fosse stata una profonda meditazione.

Ma non era tutto.

La donna che aveva organizzato l’incontro, evidentemente nel lasso di tempo nel quale io avevo lasciato la stanza, aveva predisposto un set differente: aveva portato sulla scena la pseudo toilette; la testa del ragazzo, ora, era stata infilata all’interno del corpo di quell’oggetto, sostenuta da un supporto in PVC che faceva in modo di trasformare il corpo del ricevente in un prolungamento del sanitario, facendone diventare la bocca direttamente il tubo di scarico.

Appena entrammo la mia nuova amica scambiò due parole di benvenuto col nostro ospite, mentre io tornavo a fare pipì sui suoi genitali; stavolta la feci anche sulle gambe e sui piedi, senza tralasciare ovviamente le ginocchia.

Poi vidi che, senza pensarci più di tanto, quella avventata ragazza si tirò giù gli slip e si mise a sedere sulla toilette, come in preda ad un’urgenza, come se fosse stata fuori casa ed avesse aspettato ore prima di trovare un bagno  dovendosi forzatamente trattenere e ora si stava beando di avere sotto il suo sacro sedere una comoda seduta per riportare le sue funzioni corporali ad uno stato di quiete.

E pochi istanti dopo era lì che defecava.

Direttamente nella bocca del ragazzo.

Ma anche sugli occhi, sul naso, sulla fronte.

Mi chiese immediatamente dopo, con aria angelica, di passarle un pezzo di carta igienica; glielo allungai mentre ancora stavo guardando la scena.

Era la prima volta che assistevo ad una cosa del genere, accaduta così, di soppiatto, in maniera quasi brutale.

E non è che non lo sapessi, ero lì apposta, ma vederlo accadere mi diede tutta un’altra sensazione.

Quando lei si alzò, dopo essere andata felicemente di corpo, mi affacciai al bordo della toilette: lui era lì con un’espressione che fatico a descrivere, con dei pezzi di feci ancora in bocca e qualcuno sulla fronte, che si sforzava di deglutire.

De gustibus, direi.

Ma fu uno shock anche per l’odore che si era levato nella stanza; incredibile come bastasse anche una piccola quantità di cacca per diffonderne il prepotente, acre, violento sentore.

Rimasi a guardare, immobile, assieme alla mia nuova amica della merda che si gustava la scena ridacchiando.

Rientrai nel ruolo, e scambiai un paio di battute con la mia partner su come quella toilette fosse altamente funzionale e sulla sua comodità, poi lei, notata una lieve difficoltà del ragazzo nel deglutire, si sedette di nuovo sulla toilette, per pisciare.

-“Magari un po’ di liquidi ti aiuteranno a deglutire”-, disse.

Non aveva tutti i torti.

Silenzio.

Soltanto qualche rumore di deglutizione e respiro un po’ affannato.

Lui sudava, freddo oserei dire.

Furono istanti lunghissimi quelli, durante i quali nulla potemmo fare se non stare a guardare, contemplando, con occhi discreti, un lato bizzarro della natura umana; poi gli ripulimmo la faccia dai pezzi rimasti e lo rassicurammo che era stato una toilette perfetta.

Lui sorrise, toccandosi i genitali.

Durante tutta l’operazione non è che si fosse così eccitato, gli stava tornando ora un po’ di vigore, ma noi non lo considerammo affatto; lo lasciammo  invece ancora lì, nella sua privata, delicata, particolare forma di meditazione a fare i conti col suo corpo e la sua mente, e quel glorioso cesso che aveva attorno alla testa.

Passò un’altra oretta prima che tornai di nuovo in quella stanza, nel frattempo almeno un altro paio di donne si erano avvicendate alla conduzione del gioco; io stavolta avevo portato con me un pezzo di dolce, comprato al supermercato poco prima che la sessione cominciasse, di quelli con le gocce di cioccolato, da usare come jolly per la mia personale sessione.

Devo dire che mi andoò bene quel giorno, di solito non sono molto regolare nell’andare di corpo, ma lì, al momento opportuno, il mio intestino mi fu fedele.

Confezionai quindi sul posto una bella fetta di dolce al doppio cioccolato, da porgere al nostro adorato ospite per fargli capire quanto era stato bene accetto nel nostro gruppo.

Lui non aveva più la testa nella toilette speciale, ma era ancora lì che giaceva a terra, bagnato, abbastanza maleodorante; il momento era adatto per un po’ di dolcezza e consolazione.

Mi avvicinai con calma, e gli porsi un pezzo di quel dolce.

Lui aprì la bocca, docilmente, prese tra i denti quella soffice mollica ripiena e la masticò, senza sforzo alcuno.

E un altro boccone ancora, poi mi fermò.

Mi congratulai con lui, ancora una volta aveva dimostrato di essere una toilette davvero in gamba e di essere al nostro servizio ogni qualvolta avessimo avuto bisogno della sua presenza.

Lasciai la stanza, il mio turno era finito, non spettava a me la parte della gratificazione sessuale, e di grazia, perché non credo che ce l’avrei fatta.

È stata comunque un’esperienza molto intensa, non mi sarei mai aspettata in vita mia non solo di assistere ma di prendere parte a qualcosa del genere.

Mi sono emozionata a tal punto che, ogni volta che mi metto a scriverne,  qui davanti al mio laptop, devo portarmi qualcosa da mangiare.

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