Vulnerabile

-“Chi ha paura di essere vulnerabile?”-

(Alzando la mano) -“Io.”-

In mezzo a tante paure e indecisioni che umanamente fanno parte di me (al di là del lato socialmente manifesto attraverso il quale potrei emanare una qualche forma di sicurezza e solida presenza) sono consapevole di essere anche permeabile, indifesa, talora un’inconsapevole preda e talvolta stupidamente esposta, magari a volte anche rischiosamente emozionale e occasionalmente travolta dagli eventi.

C’è da dire anche che potrei avere un lato masochista latente.

E che mi sento a tratti rischiosamente insicura e magari incosciente: tutte tremolanti sfumature ricorrenti nei tratti della mia personalità che nel tempo ho imparato a riconoscere e a vedere come schemi ripetitivi e strutturali.

Maturando sto facendo del mio meglio per innalzare più barriere personali di quante madre natura non mi abbia intrinsecamente dotata alla nascita, ma nascono tutte in seguito ad esperienze durante le quali mi accorgo di essere stata già colpita da qualcosa, o in seguito a qualche grosso sbilanciamento emozionale durante e dopo il quale devo rimettere in discussione ogni certezza già acquisita.

L’insicurezza spesso mi fa da ombra, mi insegue, mi fa vedere le cose sotto una luce diversa, mi fa cedere alle lusinghe della flemmatica autocritica sviscerante, mi fa guardare con sospetto e di sguincio al mio riflesso nello specchio con la coda dell’occhio mentre passo distrattamente noncurante nel corridoio di una casa che non è neanche la mia, e d’improvviso divento inquieta, sfuggente, distante, ripiegata su me stessa ed evanescente.

In un mondo di personaggi aggressivamente vincenti, dove per sentirsi realizzati non dovrebbero esistere debolezze alcune e l’insicurezza è considerata un tabù, mi ritrovo spesso a fare i conti con la mia imperfezione, con l’essere dannatamente mutevole e a confrontarmi con la fluttuante idea-ombra che ho di me.

Eppure quel lato manifesto dove trasuda una qualche certezza e sicurezza di fondo fa si che qualcuno, là fuori, mi veda principalmente come una donna forte.

Magari per certi versi sarà anche vero, anche se poi mi trovo a domandarmi:

  • “Che significa essere forte?”-

Probabilmente tutto l’opposto di quello che pre-esiste nel mio immaginario.

Per esempio, recentemente, una delle tante persone di passaggio nella mia vita mi ha restituito, a parole, una visione particolare di me, quella di essere “hollow”, che in inglese significa vuoto, cavo, vacuo.

In un certo senso…come dargli torto?

E ancora, nelle mie introspezioni solitarie naviganti tra gli alti e bassi diametralmente opposti delle mie emozioni e della mia razionalità, mi sono resa conto che vorrei avere più frequentemente la possibilità di lasciarmi andare, di non dover mantenere sempre alto il livello di attenzione nel quale mi accorgo di essere spesso immersa, che credo, spesso e volentieri, faccia  la sua parte nel far arrivare la percezione “out there” di una certa solidità.

Ma…

“Chi ha paura del lupo cattivo?” si dice ai bambini mentre si raccontano loro delle favole cercando di inculcare loro una vaga idea di cosa sia la paura.

Io direi che, quando da adulti ci permettiamo ci abbassare consapevolmente le barriere dietro le quali ci difendiamo, la vulnerabilità e la fragilità possono essere altrettanto spaventose, perché se da un lato l’essere permeabili e raggiungibili sotto la superficie è una ricchezza emozionale senza limiti, che può mostrarci quel lato umano che è capace di provare sensazioni profonde e darci la possibilità di essere toccati davvero nell’intimità, dall’altro rivela il tabù della fragilità, della debolezza, della sconfitta, del rifiuto.

Esporsi può provocare il giudizio degli altri ma anche stimolare il nostro stesso senso critico, spesso spietato e non costruttivo, soprattutto quando le cose non vanno come ce le saremmo aspettate e ci sentiamo feriti ed urtati nei substrati emotivi.

Perché naturalmente una volta tolto il velo delle sicurezze, delle protezioni e della distanze che di solito teniamo dagli altri potremmo rimanere sorpresi dalla quantità, e dalla qualità, delle emozioni che possono trovare una via di fuga dal nostro inconscio e risalire a galla, suscitate da quell’esperienza.

Devo ammettere che queste riflessioni, ma soprattutto il bisogno di metterle nero su bianco, nascono da qualcosa che mi è recentemente accaduto qui a Berlino, perché se c’è stato un periodo della mia vita in cui soffrivo per la stasi e la lentezza con la quale le mie giornate volavano via plumbee senza apparente senso e gratificazione alcuna, recentemente faccio fatica a trovare un giorno nel quale non accada qualcosa, e se a volte rimango sorpresa dalla qualità emozionale delle interazioni che intrattengo con alcune delle splendide persone che mi è capitato di incontrare qui e con le quali condivido mirabolanti avventure, altre volte invece le cose non vanno per il verso giusto.

La premessa di questa storia è che ho recentemente riscoperto il desiderio di farmi legare.

Il bondage era arrivato nella mia vita esattamente così, attraverso questo desiderio, come ho già raccontato il questo articolo

https://xanandrablog.wordpress.com/2018/01/30/con-gli-occhi-del-bondage/

ll mio interesse principale, all’inizio, era quello di essere legata, poi, ad un certo punto ho sentito che essere colei le cui mani tenevano le corde, colei che legava gli altri ed aveva le cose “sotto controllo” mi avrebbe dato più sicurezza.

E da allora è sempre andata avanti così.

Nel frattempo, negli anni, ho frequentato diversi corsi, ho incontrato parecchi insegnanti e la mia tecnica si è evoluta; credo comunque che legare, per qualche verso, sia ancora lo strumento principale attraverso il quale ho maggior contatto con il mondo delle corde.

Poi, all’improvviso, è cominciato a succedere di nuovo.

Credo di aver sentito arrivare questo impulso da un luogo interiore molto lontano, qualche mese dopo aver vissuto, lo scorso inverno, una situazione emotivamente molto stressante a causa di una relazione finita davvero male.

Lì, immersa in quella straziante sofferenza interiore nata dagli attriti emozionali dovuti alle faide interne a questa relazione nella sua fase terminale, ho sentito il desiderio di dare consistenza fisica a quel dolore invisibile, di esternarlo, di farlo diventare carnale, denso, di richiamarlo in superficie e disperderlo, bruciarlo, di trasformarlo in grida vibranti, sputarlo a terra dopo averlo masticato tra i denti serrati per restituirlo al ciclo di vita e di morte della natura, che tutto trasforma  equamente, senza giudicare.

In realtà tutto questo non è materialmente mai successo, anche se poi, una volta tornata al mio equilibrio emozionale comunque asimmetrico e poligonale, l’idea di voler sentire un certo tipo di sofferenza, soprattutto quella provata tempo addietro nelle corde e rimasta indelebile nella mia memoria, è sommessamente rimasta lì, come un pezzo di conchiglia mezza sepolta nella sabbia che emerge alla luce dopo essere stata calpestata.

E lentamente, coi giorni, le settimane, i mesi, ho cominciato a percepire  l’apparire di tutta un’altra gamma di desideri, diversi nelle sfumature ma probabilmente simili nell’essenza, come quello di voler abbassare volontariamente le difese per lasciare che qualcun altro si facesse sentire in profondità; ho cominciato a riconoscere chiaramente anche il risveglio di quel desiderio di sentirmi stretta, senza via di fuga, “forzata” ad accettare le restrizioni e portata ad accelerare inevitabilmente il respiro ansimando e a vivere quei momenti lontani dalla quotidiana idea che ho di me e del mio corpo.

Ma a chi affidarmi? 

Pur essendo circondata da amici che usano le corde da molto tempo, anche da più tempo di me, non avrei saputo individuare esattamente una persona alla quale chiedere di condividere tale esperienza.

Poi il caso, in tanta indecisione, ha deciso per me, ed ha voluto che frequentassi un workshop di Shibari la scorsa estate durante il festival Xplore a Roma (per la precisione a Bracciano); durante il workshop mi sono ritrovata in coppia con un uomo che conoscevo già da molti anni all’interno del mondo del BDSM italiano e che sapeva come gestire le corde.

La lezione, essendo all’interno di un festival, era naturalmente aperta a tutti i livelli, per cui basata  sull’accessibile semplicità della non-tecnica iniziale.

Il programma prevedeva il ricevere dall’insegnante delle semplici nozioni di base, per passare poi ad una fase pratica, più basata sul fluire dell’istinto che programmata e che ad un certo punto si scambiassero i ruoli, per cui chi era stato legato avesse a sua volta la possibilità di legare.

E devo precisare che chi veniva legato doveva essere anche bendato.

Le legature, come dicevo prima, dovevano essere intuitive, niente di prestabilito, solo corde che correvano lungo il corpo, posizionato a terra, partendo dalla posizione seduta.

Quando fu il mio turno di essere legata fu interessante per me sentire come il livello di guardia, comunque sempre attivo, cambiava istante dopo istante, seguendo il ritmo che il partner che avevo in quella occasione imprimeva alle corde sul mio corpo.

E durante quel workshop, nel quale mi ritrovai per una selva oscura ché la diritta via era smarrita, l’istinto mi portava spesso a muovere la testa in direzione del mio “boia”, a volerlo “guardare” attraverso la benda, per comunicargli che ero ancora lì, che non stavo subendo passivamente le sue corde e che la mia presenza non era fine a sé stessa ma ero pienamente attiva e ricettiva.

Perché mentre venivo legata, se talora cedevo ai movimenti indotti dai passaggi di corde del mio temporaneo partner, altre volte sentivo invece  incombere la presenza di momenti nei quali sentivo il bisogno di ribellarmi, di reagire, di riprendere il controllo e decidere in prima persona cosa sarebbe successo al mio corpo.

E col senno di poi mi rendo conto che per molto tempo è stato questo il centro delle mie “resistenze” nell’essere legata, ovvero il timore delle mie reazioni.

Perché si, avevo paura che il mio corpo si ribellasse istintivamente alle restrizioni, e non potendo muovermi o veramente reagire perché legata temevo che quel sentimento implodesse in me, invece che trovare un modo per esternarsi.

E che, implodendo, mi sarei potuta fare del male.

Da sola.

Il workshop durò un’ora e mezza, durante la quale tra chiacchiere iniziali, presentazione del lavoro, sessione doppia di scambio tra i due componenti delle coppie e feedbacks finali, il tempo passato tra le corde fu comunque davvero poco.

Ed eravamo sotto un tendone all’aperto, in mezzo ad un’atra decina di coppie, per cui non ebbi la sensazione di una sessione vera e propria né del raggiungimento di una profonda intesa personale, fu più un breve momento di gioco condiviso.

Poco tempo dopo, tornata a Berlino, ricevetti casualmente l’invito da parte di una amica, proveniente dal mondo del BDSM professionale della città, per una sessione di scambio di corde, invito che accettai di buon grado.

Ci demmo appuntamento alla Bondage Jam del martedì, luogo usuale di ritrovo di una parte dei riggers della città, me ed i miei amici compresi; l’ambiente della Bondage Jam è rilassato e allo stesso tempo ricco di emozioni, è un luogo di scambio e condivisione dove, personalmente, mi sono sempre sentita libera di sperimentare.

Quella sera ci incontrammo lì e bevemmo qualcosa assieme prima di iniziare; prendemmo poi il posto che ero solita occupare durante le serate (si perché alla fin fine sembra che io sia un animale abbastanza territoriale, e, anche se non faccio letteralmente la pipì per marcare il territorio che solco, di solito mi sento a mio agio se nei luoghi dove agisco c’è già qualcosa di mio, se ci sono già stata e se sto calpestando lo stesso suolo che ho già altre volte calpestato) e chiesi di essere io la prima ad essere legata.

Lei acconsentì senza problemi, dopodiché mi tolsi la maglia che indossavo e lasciai scivolare via la gonna, rimanendo in slip e reggiseno, rigorosamente neri.

Mi sedetti in seiza (la classica posizione seduta sulle ginocchia giapponese) davanti a lei, dandole le spalle, inspirai ed espirai profondamente e chiusi gli occhi.

La gentilezza con la quale cominciò a passare la corda sulle mie spalle accompagnata dal tocco delicato delle sue mani mi fece rabbrividire, e lasciai cadere la testa indietro mentre lei cominciava ad avvolgermi lentamente tenendomi stretta a sé, lasciando che mi sbilanciassi all’indietro sul suo corpo.

Stranamente non feci caso a cosa stava facendo (si, perché noi control freaks, quando supponiamo di saper fare delle cose e ci troviamo ad osservare gli altri farle, soprattutto poi quando quelle stesse cose le stanno facendo a noi, tendiamo a cadere nell’ipercriticismo e a non abbassare mai il livello d’attenzione), ma potevo percepire che non c’erano pattern né percorsi prestabiliti delle corde sulla mia pelle, soltanto un flusso di movimenti casuali che nascevano dall’interazione spontanea dele nostre intuizioni.

Inevitabilmente, però, ad un certo punto io gli occhi li aprii, come quando si torna in superficie dopo una lunga immersione per riprendere fiato prima di immergersi di nuovo.

Fu allora che non potei fare a meno di notare che la mia amica dai capelli biondi a caschetto, seduta come me nella posizione giapponese in ginocchio  su di un pezzo di tatami ad incastro in plastica grigio antracite e con indosso una maglietta rosa pallido, stava prendendo le corde da passarmi addosso attingendo direttamente da una matassa informe, arruffata, come se fosse stato un agglomerato di filato ed io fossi stata il fuso, e allo stesso tempo il telaio per tessere le trame di quell’incontro.

E lei la tessitrice.

Quell’esperienza mi piacque così tanto e mi fece sentire rassicurata dalla possibilità di poter avere delle esperienze significative con il bondage che poco tempo dopo cercai volontariamente una nuova occasione per condividere ancora quelle sensazioni; stavolta chiesi personalmente ad un’altra giovane donna, che conoscevo già da qualche tempo e anche lei frequentatrice del mio stesso gruppo di amici.

Le chiesi se avesse avuto piacere nel condividere una sessione di corde con me.

Più precisamente, se avesse avuto piacere a legarmi.

Rispose di si.

Ci ritrovammo, come al solito, alla Bondage Jam, ma stavolta, chiaramente, fu un’esperienza sorprendentemente diversa. 

E devo ammettere di essere da sempre, neanche poi tanto segretamente, molto affascinata da questa giovane donna.

Forse per via dei suoi lunghi capelli castani (naturali e brillanti), o magari per gli occhi dai lineamenti decisi che sembrano appartenere ad una volpe,.

Probabilmente è soprattutto il corpo atletico e vibrante che usa con saggezza e senso estetico ad attirare la mia attenzione, ma credo anche la spiccata intelligenza di cui è dotata. 

Ricordo bene di aver mediamente sofferto durante la sessione con lei, di una sofferenza graffiante e gratificante allo stesso tempo, una sofferenza sinuosa, melliflua, una sofferenza brillante ed intelligente.

Ancora conservo il ricordo della corda attorno alla mia gamba sinistra (che era legata al grande bambù sospeso al soffitto già piegata e sollevata da terra) come se fosse stata un serpente deciso a catturarmi per sempre nelle sue spire, mentre le mie mani legate dietro la schiena ed il sedere rimasto a terra, gravante attorno ad un asse semi obliquo pendente, mi impedivano qualsiasi movimento che non fosse stato soltanto contorcermi, rendendo quella presa più atroce istante dopo istante.

Ricordo vagamente che le chiesi, in un attimo di trance sospeso dal tempo nel quale mi sentivo piuttosto sconvolta: – “fuck me”-.

Lei, gentilmente, mi rispose sorridendo:

– “Another time”. –

Abbiamo un altro appuntamento tra un paio di settimane.

Ma in effetti non c’è traccia in queste due esperienze di qualcosa che possa avermi turbata tanto da portarmi a riflettere sulla mia vulnerabilità perché tutto è avvenuto in un range di comunicazione chiara e accessibile da tutte le parti coinvolte, ed anche se mi sono sentita esposta e sottoposta alla sperimentazione di quella forma di dolore “controllato” ciò non ha minimamente intaccato alcun livello di guardia o fatto scattare alcun allarme.

Ciò che ha smosso la sabbia densa delle turbolenze emotive dai fondali dei reparti più in ombra del mio subconscio doveva ancora accadere.

Le due esperienze con le corde di cui sopra mi motivarono poi a spingermi oltre e ad accettare poco tempo dopo, anzi meglio, ad andare incontro alla richiesta di un giovane uomo che conobbi qualche mese fa, di essere la sua modella per alcuni corsi di bondage di base.

Io e questo uomo (qualche anno più giovane di me) ci incontrammo casualmente per la prima volta al Quälgeist una domenica poco prima della di fine Agosto (credo che fosse il giorno prima del mio compleanno), per un party al quale ero andata con una mia amica cross dresser; quel giorno io e lei avevamo deciso di fare una sessione di role play nella quale io sarei stata la maestra e lei l’alunna.

Lei, tedesca biologicamente nata uomo ma naturalmente portata a sentirsi donna, a vestirsi in quanto tale e ad avere un nome femminile, era arrivata  perfettamente in orario già vestita da scolaretta, con la gonna a pieghe dalla fantasia scozzese, il gilet e la camicetta, i calzettoni e i lunghi capelli raccolti in due codine ai lati della testa.

Adorabile.

Quel giorno decidemmo di fare una lezione di italiano; eravamo nella sala più grande del locale, io mi ero messa a sedere sopra una specie di panca per lo spanking con una gogna annessa ed avevo fatto sedere la mia allieva nella parte che di solito viene usata per tenere le gambe sollevate da terra. 

Accanto a noi una coppia faceva bondage, un’altra torturava una slave seduta su una sedia rivestita di pelle nera, e qualcun altro, in un angolo della stanza, guardava una coppia gay scambiarsi rumorosamente delle effusioni mentre si stavano strusciando corpo a corpo con le loro harness di pelle nera  borchiata ed i pantaloncini sgambati ed attillati, neri.

Stavo mostrando alla mia allieva come si scrivono i numeri in italiano, lei doveva memorizzarli mentre contava con le dita.

A suon di bacchettate sulle nocche, naturalmente.

Io mi ero calata molto nella parte, perché fare l’insegnante, e giocare attorno a questo ruolo, mi gratifica molto e mi riempie sempre di gioia.

Soprattutto la parte relativa alle bacchettate.

Ad un certo punto del role play, dopo averle fatto scrivere una decina di pagine di numeri in italiano ed averle già dato una quantità decisamente abbondante di bacchettate sulle nocche, cominciai a spedirla per la stanza a ripetere alcune frasi, in italiano, agli astanti.

La frase che le avevo imposto di ripetere a quel punto era: 

-“La Maestra è bellissima e bravissima.”-, che lei pronunciava sempre ridacchiando e con uno sguardo che mi invogliava solo a tirarle su quella gonnellina e a suonargliele di santa ragione.

Cosa che ad un certo punto feci, ed in quel momento nell’aria, oltre alle sue parole in un italiano incespicato e con l’accento inevitabilmente tedesco, cominciarono a risuonare anche i suoni acuti e brillanti del righello di plastica trasparente mentre veniva da me personalmente schioccato su quelle natiche, natiche che spuntarono insolenti sotto la gonnellina a pieghe scozzese nel momento esatto in cui chiesi alla mia allieva di inginocchiarsi sul nudo pavimento per incamerare la giusta dose di motivazione per l’apprendimento.

Righello che lei, da buona scolaretta, aveva portato per la sessione in uno zainetto di pelle marrone assieme al quaderno e all’astuccio con le penne colorate.

E poté ritenersi fortunata che non avevo dei ceci secchi con me.

C’erano in tutto una decina di persone in quella stanza, delle quali un paio più spazialmente vicine a noi delle altre; una di loro, crossdresser anch’egli (con un vestitino attillato fucsia, i tacchi alti ed i lunghi capelli semi-grigi lasciati cadere incolti sulle spalle), era svogliatamente appoggiato su una pila di materassi da palestra, l’altro, più giovane e chiaramente vestito da uomo-vanilla (ovvero il cui abbigliamento, nonché atteggiamento, nulla aveva a che vedere con tematiche BDSM), stava in piedi vicino allo stipite di una porta, con le braccia conserte, degli occhiali che lo facevano sembrare un ragioniere, lo sguardo divertito ed un mezzo sorriso stampato sulle labbra.

La mia allieva si diresse immediatamente verso l’altro crossdresser, e capii subito che si conoscevano, perché dopo avergli detto la frase che le avevo insegnato si misero in maniera noncurante a parlare degli affari loro.

Brevemente, perché richiamai la mia alunna piuttosto solertemente con un tono di voce abbastanza alto.

E fu per questo che al suo ritorno la mandai per punizione, sempre a suon di righello, dall’altro uomo, quello appoggiato allo stipite della porta.

Che se la rise sghignazzando già da prima del suo arrivo, visto che aveva già assistito a tutta la scena, mentre lei gli  arrivava davanti ed iniziava a ripetere a pappagallo, con le dita incrociate all’altezza del petto e i gomiti bassi, la frase di rito a proposito della bravura e bellezza della sottoscritta:

-“La Maestra è bellissima e bravissima”-.

Le sue ginocchia erano anche un po’ piegate in avanti, e la posa denotava decisamente un certo imbarazzo.

Evidentemente il gioco stava funzionando.

Ci divertimmo così per un’altra mezzora, poi tornammo verso l’area bar e scambiammo giusto due chiacchiere su come era andata la sessione di role play, perché in poco tempo si fece l’ora del rientro per me, visto che questo locale al momento si trova in una zona periferica della città e c’è bisogno di prendere svariate combinazioni di mezzi pubblici per raggiungerlo, o per tornarsene a casa, e mi incamminai.

Una volta rientrata nella mia abitazione e svestiti i panni della maestra, me ne stavo tranquillamente seduta al tavolo della cucina, dopo aver mangiato qualcosa di non troppo impegnativo.

Avevo preso il mio laptop e stavo guardando alcune foto fatte di recente (sempre per riempire ogni più piccolo lasso di tempo con qualcosa da fare) quando ricevetti la notifica dell’arrivo di un messaggio privato tramite un social network kinky al quale sono iscritta da tempo; con stupore capii che era di quel giovane uomo  che se ne stava appoggiato allo stipite della porta lo stesso pomeriggio al Quälgeist, il quale aveva trovato il mio profilo tramite il click della partecipazione all’evento su quel social network.

Scoprii immediatamente, dalle foto presenti nel suo profilo, che la mia coinquilina, seduta allo stesso tavolo della stessa cucina in quello stesso momento, lo conosceva piuttosto bene, essendo frequentatori della stessa palestra a Berlino.

Rimasi abbastanza sorpresa, i modi nei quali le persone sono interconnesse tra loro a volte sono incredibili.

Lui mi scrisse, oltre per a farmi i complimenti a proposito  della sessione di role play, per dirmi che il suo sogno sarebbe stato trovare un modo per apprendere lo Shibari e che era alla ricerca di qualcuno che potesse dargli delle lezioni.

Chiese a me se offrivo questo servizio, visto che tra le foto che avevo pubblicato sul mio profilo in questo social ce n’erano svariate a proposito di alcune sessioni di Shibari che avevo fatto.

Gli risposi però che no, non offrivo lezioni di corde, e gli rigirai immediatamente il contatto del mio insegnante.

Lì per lì non mi sembrò così convinto, anzi, mi diede l’impressione di essere   piuttosto indeciso e titubante.

Poi, terminata questa conversazione iniziale instaurata via messaggi, accantonai la cosa e feci spazio nella mia mente per le altre cose a venire.

Ci incontrammo casualmente di persona dopo qualche tempo alla solita  Bondage Jam del martedì; io non lo avevo notato, quella sera avevo altri grilli parlanti che zampettavano urlanti nella mia testa; lui si avvicinò, si presentò di persona e scambiammo alcune parole di circostanza mentre bevevo una Fritz Cola (uno dei soft drinks più amati dagli hipsters di Berlino, ma a quanto pare anche da me, saltuariamente, anche se non ho la barba lunga e la camicia a quadri ed i pantaloni col risvoltino) appoggiata al bancone del bar guardandomi attorno in cerca di ispirazione. 

Si dimostrò immediatamente gentile, educato, rispettoso e di bella presenza, piuttosto alto e di corporatura robusta.

Non avevo fatto caso a quanto fosse stato alto la prima volta che i nostri sguardi si erano incrociati, evidentemente quel giorno al Quälgeist la mia attenzione era completamente stata risucchiata da quel righello di plastica trasparente che tenevo saldamente in mano e la sua perfetta corrispondenza con le natiche insolenti della mia alunna cross dresser.

Quella sera alla Bondage Jam lui era vestito bene, jeans blu scuro e camicia azzurra; un intenso profumo da uomo si levava dal colletto della camicia e da quel lembo di pelle compreso tra i primi due-tre bottoni sotto il collo slacciati.

La pelle delle mani era molto morbida al tatto.

Mi fece subito una buona impressione, calda, amichevole, parlammo ancora un po’ della scena  del Bondage e, ricordandomi della sua ricerca, gli indicai il mio insegnante di Kinbaku, presente di persona quella sera.

Lui mi disse che stava anche cercando qualcuno con cui fare magari pratica  una volta trovato l’insegnante ma, di nuovo, non sembrava molto convinto della mia proposta.

Scambiammo ancora qualche parola di circostanza, poi ci salutammo e lui si andò a sedere su uno dei divani della sala; Io rimasi ancora lì a finire di bere la mia cola dalla bottiglia trasparente con l’etichetta hipster-friendly bianca e nera, e continuai a dedicarmi, restando ancora con le spalle appoggiate al bancone del bar, all’attività nella quale mi stavo dilettando poco prima: osservare quello che mi stava accadendo attorno con fare svogliato e distante, sguardo a tratti vagamente supponente e altezzoso, lasciando fluire quel vociare dei grilli parlanti come se fosse rumore di sottofondo nella mia mente mentre di fronte ai miei occhi i partecipanti della jam avevano già iniziato le loro sessioni di corde.

Qualche giorno più tardi scrissi di nuovo, attraverso il social network kinky, a quel giovane uomo, chiedendogli come stesse andando la sua ricerca dell’insegnante e modella ideale per iniziare a muovere i primi passi nel mondo delle corde e proponendogli allo stesso tempo di partecipare assieme ad una serata introduttiva di Kinbaku allo Studio 6×6 a Berlino (il posto che frequento per la mia formazione come rigger), tenuta dal mio insegnante.

Credevo che combinare il mio interesse per le corde come bottom e la sua ricerca di un insegnante da seguire e di una modella per iniziare potesse funzionare, così presi l’iniziativa.

Che in effetti funzionò, visto che lui accettò l’invito e andammo poi assieme alla serata.

L’incontro allo studio fu molto interessante anche per me, visto che il mio ingresso nel mondo delle corde, anni fa, non era mai passato per serate introduttive tantomeno così chiaramente esaustive.

Alexander, il mio insegnante, una volta esaurita la parte relativa alla storia del Kinbaku, alla sua storia personale e a quella dello Studio diede alcune informazioni su come fare il nodo di base (square knot) per avviare un contatto più diretto con le corde a cui seguì anche una piccola parte di pratica.

Niente di elaborato, soltanto un primo assaggio di cosa si prova a tenere le corde in mano.

Il mio nuovo amico di corde (e di merende) si rivelò essere molto emozionato durante la parte di pratica, aveva un sorriso stampato in viso mentre armeggiava per legarmi i polsi e si vedeva lontano un miglio che avrebbe già voluto padroneggiare quelle corde e farci chissà che, ed addentrarsi nelle mille e più possibilità di gioco che esse possono offrire.

Mi schioccò anche un bacio sulla guancia sinistra ad un certo punto, mentre eravamo in piedi l’uno a fianco all’altra e lui cercava un modo fluente di legarmi i polsi.

Bacio che mi fece inaspettatamente arrossire.

Ed eccomi lì, in piedi, sguardo rivolto in basso immediatamente dopo quel bacio e le guance arrossite già senza molte delle barriere che di solito tendo ad innalzare per tenere gli altri a distanza.

E in un attimo eccomi lì, ingenuamente caduta in chissà che trappola emozionale, una di quelle dalle quali so benissimo di dovermi tenere a debita distanza, ma che finiscono sempre per sigillarmi temporaneamente in uno stato d’animo propendente all’euforia iniziale ma alla decadente frustrazione successiva.

Perché nell’istintività di quel bacio, ricevuto mentre avevo le mani legate ed avevo accanto questa figura a tratti imponente che tendeva a farmi sentire vulnerabile ho percepito la bellezza di sentirsi così emotivamente esposti, m’è piaciuto, m’ha fatta ingenuamente vibrare.

Finimmo presto quella sera, e ci ritirammo nelle rispettive case, ché era un lunedì e la mattina dopo di solito si lavora.

Ma prima di lasciarci, quella sera, presi di nuovo l’iniziativa e gli chiesi di incontrarci ancora nei giorni a seguire per praticare, perché, come ho sicuramente già detto da qualche altra parte, “practice makes perfect”, cercando, fintamente, di nascondere un certo inequivocabile interesse personale nel voler creare una nuova occasione per condividere la vicinanza con lui.

E si, in effetti ci incontrammo di nuovo di lì a pochi giorni.

Stavolta fu a casa mia, nella mia attuale stanza a Berlino dove tra le altre cose, avevo da poco appeso una piccola barra di metallo al muro per tenere  appese le corde e farle penzolare in verticale fino a toccare terra, in modo da  non lasciarle sempre legate in matasse annodate e avvolte nel telo che uso per trasportarle ché altrimenti si potrebbero stressare. 

Gli farebbe indubbiamente male alla salute.

Quel giorno fu un incontro diverso da quello che mi ero immaginata.

Nelle striature della mia personalità a tratti naif e inaspettatamente angelica ero convinta che ci saremmo seduti a terra, o che saremmo rimasti in piedi, e che avremmo rivisto assieme il nodo di base, o come posizionare le mani ed i polsi per legarli assieme, o anche come tenere a mente alcune possibilità viste durante la serata introduttiva, tipo posizionare le mani legate dietro la schiena o dietro la testa, per esempio.

Già mi ero ripresa dagli sbalzi emozionali di quel bacetto ricevuto a tradimento sulla guancia sinistra (però sembra che tuttora me lo ricordi proprio bene) e pensavo di avere di nuovo le cose sotto controllo.

Pensavo anche di riuscire a tenere le distanze e rimanere fredda e a tratti professionale, quando lui mi chiese improvvisamente, dopo avermi parlato quasi ininterrottamente per una mezzora dei suoi problemi al lavoro, quali sarebbero stati i miei limiti durante la sessione di gioco.

Ci misi qualche attimo a realizzare il tutto.

Quelle parole “sessione”…“gioco”… 

Le misi insieme alle parole “corde” e “sperimentare”, frullai il tutto nella mia mente a tratti dotata di un fondo di saccente sagacia ed il mix risultante sembrò abbastanza attraente, mentre condivo il tutto con la sensazione che lui fosse uno che andava dritto al punto, o che avesse qualche interesse nel volermi coinvolgere in un’esperienza meno superficiale dell’usarmi come manichino per apprendere le tecniche base di bondage.

Decisi anche che avrei potuto starci a quel gioco, e vedere cosa succedeva.

Per cui comunicai i miei limiti, ed iniziammo.

Quel giorno non c’era il profumo da uomo che saliva dai lembi della camicia, non c’era alcuna camicia blu i cui due-tre bottoni sotto il collo erano scacciati ma una t-shirt nera, e dei pantaloncini corti da palestra, visto che stava venendo lì direttamente dopo gli allenamenti.

E non s’era neanche fatto la doccia.

La sua presenza fisica mi piaceva così come mi piaceva il contatto col suo corpo; cercai di seguirlo nell’intenzione iniziale con cui iniziò a fare “pratica” del nodo di base, ma un certo neanche troppo velato nervosismo prendeva quasi sempre il sopravvento, perché pretendeva, quel nodo, di saperlo fare subito, e si capiva anche fin troppo bene che avrebbe voluto immediatamente maneggiarle con destrezza quelle corde (le mie, tra l’altro).

Arrivò comunque a comporne un nodo decente in un tempo relativamente breve, dopodiché passò immediatamente alle mani.

Nel senso che passò alle sue di mani, che posizionò, dopo aver legato le mie dietro la testa, sui miei fianchi, oramai scoperti ed esposti.

Inutile dire che mi vennero immediatamente i brividi, ero in piedi ma sentii di dover piegare le ginocchia, in un movimento dapprima discensionale poi di risalita verso l’alto, come una scossa che mi attraversava.

Continuò così, e si spinse oltre, affondando le mani nei fianchi, nelle cosce, per poi sfiorarmi e riprendermi mentre cedevo e lasciavo che le corde e le sue mani mi plasmassero.

Prima che lui arrivasse avevo posizionato il materasso che di solito è a terra  nella mia stanza addosso al muro, per fare più spazio ed avere libertà di movimento; ora eravamo lì che ci appoggiavamo a quel materasso e lo usavamo come sostegno mentre ci ritrovavamo sempre più vicini, mentre me lo ritrovavo addosso che premeva il suo corpo sul mio spingendomi la faccia  proprio verso quella superficie morbida mentre sentivo che avrebbe voluto prendermi completamente, in preda ad una smania quasi febbrile.

Ma non lo fece.

La sessione di gioco invece sfumò abbastanza presto e prese una piega diversa da come l’avevo pensata.

Perché, ad un certo punto, sull’onda del coinvolgimento totale dato dalla particolarità ed intensità del momento, fu come se lui si fosse voluto ritirare, come se non potesse più andare avanti, come se si fosse imposto o avesse raggiunto un limite, o qualcosa dentro di sé gli impedisse di continuare.

Non opposi alcuna resistenza né pretesi alcunché, lasciai solo che la sessione di gioco sfumasse in una tranquilla chiacchierata, dopo essere stata compressa tra corde, materasso ed il suo imponente corpo, dopo aver sudato, essermi eccitata ed essere stata emozionalmente stimolata, dopo aver seguito i movimenti ascensionali e le semi spirali avventurose delle sue prime scoperte della reattività che mi ero permessa di sguinzagliare al contatto con suo entusiasmo da principiante ed il suo modo istintivo di usare le corde sul mio corpo.

Ma dopotutto, come già ribadito, mi accontentai di quello che era accaduto, anche perché, come ho già detto, pensavo che avessimo fatto tutt’altro.

Ci fu un lasso di tempo, dopo quell’incontro, durante il quale non ci vedemmo, perché lui partì per un viaggio di lavoro di un paio di settimane.

Scambiammo giusto qualche messaggio, poi, il giorno stesso del suo ritorno, mi scrisse che avrebbe voluto che ci incontrassimo il giorno successivo per un’altra sessione di corde.

Acconsentii, naturalmente, e nella mia testa i soliti grilli parlanti, tra l’altro affetti da logorrea, cominciarono a suggerirmi altri mille possibili scenari realizzabili, naturalmente ognuno con  un finale differente.

E mi ritrovai quasi impaziente di incontrarlo, mentre facevo i conti, nel mio mondo emozionale, con un sottofondo sordido e strisciante di quella irrazionale propensione al volere che le cose accadano a qualunque costo, senza tener conto, appunto, delle variabili.

Che per l’appunto si manifestarono di lì a breve, perché il giorno successivo, di buon’ora, mi scrisse che era malato, che i viaggi di solito lo debilitano molto e che avremmo dovuto rimandare l’appuntamento.

Decidemmo che ci saremmo quindi visti un’altra volta, quando si sarebbe rimesso in salute.

Convenimmo comunque, dopo poco tempo, per un secondo incontro.

Stavolta ci vedemmo a casa sua, una casa nella quale si era trasferito da pochi mesi e che ancora aveva quel sapore di non-finito, di arrangiato, con le pareti spoglie e pochi mobili presenti completamente sconnessi tra loro ma che comunque cercava di essere  già una casa accogliente.

La motivazione che ci demmo, anche stavolta, fu quella di praticare ancora con le corde.

E si che mi portai tutto il set delle mie avvolte nella solita stoffa rossa, visto che lui al momento ne possedeva soltanto una, in previsione di sperimentare ancora attorno a quello che era già successo,.

Ma quella sera, di corde, non ne vedemmo neanche l’ombra: poco dopo il mio ingresso in quella casa, dopo quei quattro convenevoli sdrucciolevoli detti e fatti per routine, le smancerie da bravo padrone di casa (lui) e da brava ospite (io) sulle quali si cerca sempre di glissare per arrivare al vero centro della serata (quando qualcosa sembra bollire in pentola), eravamo nel suo letto ad una piazza e mezza ed io ero già senza vestiti che sedevo sulle sue pelvi, mentre lui da sotto si riempiva le grandi mani dei miei seni, con uno sguardo estatico ed incredulo.

Mani che non erano comunque abbastanza grandi per contenerli tutti.

Continuammo per un bel po’ a consumare la fiamma dell’erotismo di quel gioco, che ci trovò insolitamente coinvolti e che ci guidò verso il piacere sessuale esplicitamente perseguito e condiviso.

Il lieto fine dell’interazione che avemmo ci spinse ad esplorare in seguito alcuni tratti di un’intimità emozionale nella quale la vicinanza fisica ci trovò  complici, come se fossimo entrati in uno stadio di confidenza avanzata, come se potessimo trovarci così vicini quasi per magia, dimenticando di essere ancora quasi dei perfetti sconosciuti.

Finimmo per trattenerci ancora assieme, e dopo aver passato un po’ di tempo ancora a letto “accoccolati ad ascoltare il mare” (citazione qui forzata di una canzone di Claudio Baglioni, quando ero bambina mia madre ascoltava molto la sua musica e le impressioni ricevute in quegli anni sono rimaste scritte in maniera indelebile nelle mie emozioni) uscimmo per cercare qualcosa da mangiare.

Ci sedemmo e consumammo un veloce pasto in uno dei migliaia di punti di ristoro etnici della città, un sudanese (del quale non sto a descrivere la bontà dei falafel o delle salse di melanzane o sesamo), poi tornammo verso casa sua, e mi invitò a rimanere a dormire da lui ché a detta sua si era fatto tardi.

Rimasi, più per quella sete di sapere quale fosse stato il passo successivo che per la preoccupazione di non poter tornare a casa data l’ora, abitavamo comunque, stranamente, piuttosto vicini in città e sarei potuta rincasare anche a piedi, volendo.

Cosicché rimasi a dormire, e la mattina dopo mi invitò anche a rimanere per colazione.

Ma no, non successe più nulla durante quella notte, e la mattina seguente, di buon’ora dopo aver mangiato uova strapazzate e riso al pomodoro (si, niente cornetto e cappuccino da queste parti), rincasai.

Non ricordo esattamente quanto tempo passò, ma fui di nuovo io a chiedergli di incontrarci, perché dopo gli slanci iniziali, il viaggio, lo stato debilitato,  la notte passata assieme sembrava darmi, ancora una volta, l’impressione evanescente di non avere attenzione (o di volersi fare da parte) per quello che, almeno secondo me, stava accadendo.

Ed io tendo, almeno dopo l’euforia degli stati iniziali delle cose nei quali mi lascio corrompere per un bacio sulla guancia (si, la sinistra), a voler capire dove vado a parare.

Avevo saputo, nel frattempo, che c’era ancora una sua ex fidanzata nella sua vita, che tutt’ora si vedevano frequentemente e che sembrava essere stata il suo punto di riferimento per molti anni, in passato, quando ancora avevano una relazione e vivevano assieme.

Cominciai a farmi delle domande, più che altro per capire da cosa mi stavo lasciando coinvolgere, e soprattutto dov’erano i limiti di quella esperienza e cosa potevo aspettarmi.

Perché quella che si era esposta emotivamente, quella che era arrossita spostando lo sguardo in basso sul pavimento mentre aveva le mani legate, quella che stava lasciando trasparire le sue emozioni ed un certo tipo di coinvolgimento ero io.

Credo che ci furono almeno un altro paio di occasioni, o anche tre nelle quali dovevamo vederci, che sfumarono poi per dei motivi vari: una volta mi disse che era malato e che era quasi svenuto al lavoro, un’altra che aveva lavorato troppo ed aveva un forte mal di testa (che diciamocelo chiaramente, sembrava essere il cliché della scusa di rito del gentil sesso quando vuole evitare l’interazione sessuale a letto).

Poi tornammo alla condivisione di quell’interesse comune che era il bondage, ci iscrivemmo in coppia ad un workshop di Shibari di base dove io gli avrei fatto da modella e lui avrebbe approcciato finalmente e sistematicamente un metodo di apprendimento concreto, iniziando così finalmente il suo percorso all’interno del mondo delle corde.

Sulla carta sembrava perfetto.

Il workshop durò due giorni, durante i quali esplorammo alcune linee di base dello Shibari attraverso diverse tecniche, semplici e largamente fattibili dai quei principianti avventurosi naviganti sulla stessa barca quali tutti noi eravamo in quel momento.

C’erano momenti di spiegazioni, dimostrazioni e spazi di tempo nei quali avevamo la possibilità di praticare e sperimentare.

Il che, messo tutto assieme alla fine del secondo giorno, si tradusse in una mezzora di libertà totale poco prima della conclusione del workshop, nella quale fummo invitati a sperimentare quello che avevamo incamerato durante le lezioni.

Fu quello il punto in cui tutto si preparò a cambiare, senza saperlo stavamo navigando in acque chete (che rovinano i ponti) su di una traballante zattera  di legno marcio, ed eravamo in prossimità delle colonne d’Ercole oltre le quali il mondo della nostra piccola, seppur già dubbiosa ed incerta storia, non avrebbe avuto seguito.

Ricordo che il mio partner ripeté una delle figure illustrate durante il workshop, mi legò le braccia piegate dietro la schiena all’altezza dei reni (io ero seduta a terra a gambe incrociate), poi fece passare una corda attorno al collo, congiungendolo coi piedi, in modo da formare una figura ripiegata in avanti su sé stessa.

Ma ancora avevo abbastanza libertà di movimento, sembrava che la legatura non fosse abbastanza efficace, per cui, per renderla più realistica, arrivò l’insegnante che da dietro le mie spalle, premette col suo peso il mio corpo verso il basso, chiudendomi ancora di più.

Fu improvvisa come cosa, non lo vidi arrivare se non nell’ultimo frangente appena prima che circumnavigò il mio corpo per portarsi alle mie spalle, ed un attimo dopo ero lì, con il viso quasi arrivato a toccare i piedi.

Ricordo che divenne difficile respirare ed il mio corpo raggiunse contemporaneamente più di un solo limite: il primo fu quello strutturale, il range di movimento delle mie articolazioni fu immediatamente percorso fino alla limite della tollerabilità, senza lasciare spazio per nessun altro movimento, il secondo fu quello del dolore, soprattutto nelle gambe e nella schiena.

Trattenni il respiro per qualche secondo, poi udii le parole dell’insegnante raccomandare al mio partner di cercare sempre di esplorare i limiti, di arrivare al possibile.

Chiusi gli occhi, pensavo che di lì a poco, essendo quasi finito il tempo della pratica, sarei stata slegata e il tutto sarebbe finito, che sarei tornata a respirare normalmente e che quella pressione sotto la quale ero stata compressa sarebbe stata rilasciata e dispersa.

In un attimo, invece, mi ritrovai rigirata all’indietro, ero stata presa dalla parte posteriore delle cosce e rovesciata sulla schiena, il dolore alle gambe era diventato lancinante in un lasso di tempo troppo breve per essere digerito ed assimilato e la sensazione di aver perso completamente il controllo sia del mio corpo sia della sua posizione nello spazio mi fecero uscire dai gangheri di qualsiasi forma di accettazione dell’accaduto.

Urlai, un grido malformato e stridente uscì dalla mia bocca senza freno alcuno e risuonò nella stanza mentre tutte le altre coppie stavano ultimando le loro piccole sessioni di pratica, rompendo la calma che si era andata formando al termine dell’intenso lavoro, calma che ci avrebbe portato, in teoria, alla naturale conclusione del percorso di apprendimento di quei due giorni di lavoro con le corde.

Ed in un luogo interiore lontano, disperso tra i substrati emotivi dimenticati, nell’oblio del mare in tempesta delle cicatrici oramai sopite di quei traumi forse mai completamente affrontati che albergano in me sin dalla notte dei miei tempi, sentii nascere una piccola scintilla, una piccola fiammella prese vita nel nucleo delle mie emozioni recondite ed incontrollate, lì, al di sotto dello sterno ma in profondità, germogliata tra gli organi interni.

Si trattava di un incontrollabile impulso al pianto, ancora non risalito in superficie né tradotto in lacrime.

Venni slegata immediatamente dopo, ripresi a respirare affannosamente e ricevetti un abbraccio del mio partner, nulla più, dopodiché mi accasciai in un angolo mentre il gruppo degli altri partecipanti si apprestava al giro finale di  feedbacks e ringraziamenti.

Davo le spalle a tutto e a tutti e giacevo in posizione fetale sul fianco destro, ancora molta confusione emotiva mi scorreva dentro, respiravo in maniera accentuata e asimmetricamente ritmata, e quella scintilla di pianto diventava pian piano un fuoco, cresceva in maniera quasi esponenziale fino a che non si tramutò in lacrime e singhiozzi, e cominciai a tremare.

Il mio partner, seduto poco distante, non si accorse di nulla ma un’altra partecipante si, richiamando la sua attenzione e facendo sì che mi raggiungesse poco dopo.

Anche la partner dell’insegnante ci raggiunse, si sedette vicina alla mia testa e lasciò che il suo corpo si appoggiasse a me, carezzandomi i capelli e non dicendo nulla, mentre il pianto fluì per diversi minuti, facendomi sobbalzare senza alcun controllo su quel pavimento, nell’angolo vicino all’armadio.

Poi, lentamente, i contorni della valle di lacrime dove ero inaspettatamente capitata in quel pellegrinaggio, probabilmente brutalmente catartico, sfumarono lentamente e si ricongiunsero con quelli dello Studio dove stava finendo il workshop di bondage di base al quale stavamo partecipando.

Tornai in me cercando di ricompormi per tornare al momento presente condiviso con gli altri, anche per non lasciarli in quegli attimi sospesi nei quali, in religioso silenzio, prendevano indirettamente, ma intimamente parte alla mia particolare esperienza.

Rimasi successivamente intontita per ore.

Il sonno della notte immediatamente successiva lavò via le impressioni  subitanee dell’accaduto, per lasciare spazio alla mattina di un altro lunedì lavorativo.

Nei giorni successivi elaborai pian piano l’accaduto, cercando di capire cosa avesse spinto il mio partner a forzare così all’estremo quella esperienza e a suscitare quella reazione.

Scambiammo qualche messaggio via telefono, lui mi chiese come stesse andando ed io risposi che si, era stata un’esperienza scioccante ed inaspettata ma mi stavo riprendendo.

Mi disse che per lui era stato quello un tentativo di portarmi all’estremo, di farmi vivere qualcosa di intenso che avrei ricordato per molto tempo a venire, perché nella sua visione io non avevo avuto grandi emozioni dal workshop come ne aveva avute lui.

Capii che si trattava invece di una qualche forma di messa alla prova della sua forza e del suo potere, tesi avvalorata anche dalla sue parole, parole che  ad un certo punto ammisero che in quell’attimo in cui decise di rigirarmi sulla schiena era alla ricerca del solo potere di poterlo fare, per potermi dimostrare di cosa fosse capace.

Aggiunsi la sua versione ai rimasugli della mia memoria intellettiva, emotiva e cellulare, dopodiché partii per un weekend di lavoro fuori città.

Dovevamo vederci alla fine di quel weekend, ma lui d’improvviso, al mio rientro, si negò, dapprima dicendo che stava poco bene, poi ammettendo che aveva visto un’altra persona.

Il che mi lasciò nel vuoto del dubbio circostanziale dato dalla conoscenza ancora superficiale di lui, dalla risultante delle poco chiare esperienze vissute assieme e da quell’ultima, sconcertante (per me) sessione di corde durante il workshop nella quale, mio malgrado, mi trovai risucchiata in un’esperienza che non avevo assolutamente richiesto di fare.

Pensieri a vari livelli di intensità emotiva si intersecarono con la percezione effettiva di una qualche mancanza, cominciai a confrontare quelle che potevano essere state le differenze nelle visioni personali di quell’esperienza, dopodiché, in uno dei messaggi che ci stavamo scambiando, mi fece capire che per lui andava bene “giocare”, ritagliare un po’ di tempo per l’aftercare e chiudere la porta una volta finita la sessione.

Che teoreticamente andrebbe bene anche per me, per molti partners che ho avuto questo sistema ha funzionato benissimo.

Ma il tutto non va più bene se si arriva così in profondità, non se mi sento raggiunta così nelle emozioni più controverse, non se la marea convulsa delle sensazioni rimestate maldestramente da qualcuno che vuole soltanto mettersi alla prova per testare le sue capacità si affaccia mentre sono tra le sue mani, non se tutta questa scia di sensazioni, tra l’altro neanche desiderate, va a mescolarsi con l’intimità che si era iniziata a creare, non se c’è già di mezzo la condivisione della sessualità e la vicinanza emozionale.

Non se mi sento così esposta, così vulnerabile, e dall’altro lato percepisco soltanto l’incapacità di risuonare in maniera empatica con il livello emozionale, volente o nolente, smosso.

Cosicché affrontai e cercai di elaborare, come spesso accade, la cosa da sola.

Finii per parlarci ancora una volta di persona, e si, perché fui io a chiederglielo, ancora una volta.

Mi disse che avrebbe voluto ancora continuare ad avermi come rope bottom e che per lui sarebbe stato meglio se avessimo continuato a praticare corde assieme, perché sentiva che sarebbe stato difficile per lui trovare qualcun altro, visto che si ritiene in generale un timido insicuro, e che poteva fare affidamento sulla mia esperienza come body worker per avere dei feedback che lo avessero aiutato a crescere.

Mi disse anche che si sentiva ispirato a voler manifestare ancora la sua presenza nella mia vita come rigger e che se avessimo continuato mi avrebbe fatto sperimentare cose che mai mi sarei sognata di vivere, e che la sua intenzione era quella di lasciare un segno nella mia vita e farsi ricordare.

Mi ripeté che avrebbe voluto trovare comunque il modo di tenermi nella sua vita anche se non fossimo riusciti a trovarci di comune accorto per continuare a fare Shibari assieme, perché non gli capitava frequentemente di trovare persone come me ed era intenzionato a volermi conoscere più in profondità.

Ma mi fece intendere anche che s’era fidanzato nel frattempo, me lo ripeté all’incirca tre volte durante la serata, probabilmente con quel qualcuno incontrato alla fine di quel weekend dopo il workshop, quando mi disse dapprima che era malato, poi che si era visto con un’altra.

Ci lasciammo con un abbraccio ed i suoi buoni propositi messi lì, sul piatto incerto delle belle parole accostate ad effetto per riempire l’insicurezza e l’incapacità di affrontare ciò che a volte sembra sfuggire di mano, ci lasciammo così, sulla sua porta, quella sera di quasi due mesi fa.

Da allora non l’ho più né visto, né sentito.

Pic by Rocksyou Photography – Berlin
Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...