DI QUELLA VOLTA CHE ANDAI A MOSCA PER UN FESTIVAL INTERNAZIONALE DI BONDAGE

Se ne dicono tante.

Si, sul bondage, ma anche sulla Russia.

Personalmente ricordo che ne iniziai a sentir parlare, di quest’ultima, quando misi piede in un aula scolastica; erano gli anni ottanta del secolo scorso, ero alle scuole elementari e la maestra Diana (una donna di paese di buon cuore, alta poco più di noi bambini e con un’acconciatura retrò, le scarpe di color beige col tacco alto 3 cm e la gonna lunga fin sotto il ginocchio) era la suprema incaricata di introdurci alla conoscenza e darci un’idea di come fosse fatto il mondo tramite le prime basilari nozioni di geografia.

Il che accadeva per lo più in maniera visiva, tramite un paio di cartine appese ai muri, quelle cartine leggermente ingiallite e già vecchie allora, con i bordi superiori ed inferiori ricoperti da una stecca di plastica o talvolta metallo nero, per farle rimanere appese dritte e fare in modo che non si curvassero su sé stesse.

Quei bordi erano però spesso leggermente strappati, e le stecche di metallo talora piegate, forse a causa delle persone che ci passavano accanto o forse per i ripetuti spostamenti dalle pareti di un’aula a quelle di un’altra, ché magari l’addobbo delle classi era cosa altresì importante quanto l’educazione di noi fanciulli.

O magari erano i bidelli a strapparle di nascosto durante i turni delle pulizie, nel pomeriggio, così, tanto per prendersi qualche rivincita su noi marmocchi frignanti che li tormentavamo durante la mattina con i nostri giochi e le grida a volte disumane ed insopportabili.

Dubito però che questa seconda teoria possa trovare fondamento alcuno, se mi immagino di essere una bidella e di voler avere una qualche rivincita su dei marmocchi esagitati potrei sicuramente escogitare qualcosa di più clamoroso che strappare i bordi di una povera cartina innocente.

Tra l’altro, ora che la mia mente ha partorito un pensiero così orrendo, se mi metto a scavare nella memoria un episodio simile c’è nel mio archivio di cose assurde capitatemi in vita: ero, credo, già alle scuole medie, doveva essere un breve intervallo durante una lezione ed un’altra, e l’insegnante tardava ad arrivare per cui dalla direzione mandarono in classe questo uomo, che forse non era neanche un bidello vero e proprio ma credo un aiutante, o un sotto bidello (o non so veramente che nome dargli); io sono nata e cresciuta nelle campagne umbre dagli anni settanta in poi, e a quel tempo il sapore della terra ed il retrogusto di una scia di povertà ed ignoranza ancora lasciava il suo alone in molti degli abitanti del paese, soprattutto quelli che venivano dai piccoli aggregati di case dispersi nelle campagne circostanti.

Facce scavate dal sole durante il lavoro nei campi, scarpe quasi mai nuove, mani grosse dalla pelle ispessita e sguardi annebbiati dal vino.

Questo uomo corrispondeva esattamente alla descrizione, aggiungendo dei capelli tagliati probabilmente a mano, dei jeans di colore blu scuro e una camicia la cui stoffa sembrava lisa dal continuo uso, dai colori sbiaditi.

Quel giorno venne mandato nella nostra aula.

Probabilmente oggi ci si scandalizzerebbe a far entrare un individuo del genere in una classe di bambini, forse si riterrebbe quest’uomo in grado in insozzare con la sua sola presenza l’aria che i bimbi respirano mentre scorrono con le piccole dita delle mani, mani che forse mai hanno toccato una zolla di terra, gli schermi dei loro cellulari sotto il banco mentre l’insegnante spiega la lezione di italiano o matematica.

Chiamiamolo progresso, evoluzione, ma probabilmente quanto più ci si allontana dalla terra tanto più si perde una connessione vitale con una parte fondamentale dell’esistenza.

Però quest’uomo in effetti, quel giorno, qualcosa insozzò.

E lo fece mentre camminava silenzioso tra i nostri banchi, guardandoci distrattamente mentre aspettavamo l’arrivo dell’insegnante in ritardo; lo fece prendendo un tubetto di tempera color rosso vermiglio da sotto il mio banco, dove lo avevo lasciato in attesa, probabilmente, della lezione di educazione artistica.

E quel tubetto lo prese, lo guardò per un attimo con un’aria di vago dubbio, poi lo stappò e lo strizzò tutto sulla mia maglietta coi fiori, all’altezza della spalla destra.

Senza battere ciglio.

Credo che mi misi a piangere, da brava allocca quale sono sempre stata.

Mai nessuno mi spiegò cosa gli fosse passato in mente a quel bidello, sotto bidello o come diamine si chiamasse il ruolo che rivestiva, col senno di poi credo solo che fosse già ubriaco di prima mattina.

Per cui, se al giorno d’oggi un tanghero del genere non viene fatto entrare in una classe di bambini, sebbene ottenebrati dai loro cellulari, forse devo rifarmi al detto che non tutti i mali vengono per nuocere.

Comunque, nei ricordi visivi dei tempi scolastici che furono, me la rimembro sempre la Russia raffigurata sulle cartine, forse perché era grande, a dispetto di tutti gli altri paesi raffigurati spiccava per estensione e, soprattutto nelle rappresentazioni politiche, era un pezzo di colore unico più grande degli altri.

Nella mia memoria è rimasta come sempre raffigurata di colore verde, o viola.

E poi, negli anni a venire, durante gli anni successivi della mia formazione scolastica, nella mia mente arrivarono nozioni come “la catena montuosa degli Urali, la steppa, gli Zar, il comunismo, il soviet, l’URSS, Chernobyl, la guerra fredda, Gorbachov e la perestrojka, la vodka”.

L’incontro con quest’ultima, però, credo arrivò al di fuori del sistema scolastico, ma non per questo rimase meno impressa.

Per qualche motivo comunque ho sempre pensato che mi sarebbe piaciuto visitarlo quel paese, ma mai avrei pensato che lo avrei visitato per un Festival di Bondage.

E invece, la scorsa primavera, sono partita da Berlino con un volo diretto assieme ad B., la ragazza con la quale ho preparato ed eseguito la performance sul palco del Moscow Knot, e dopo soltanto un paio d’ore, forse due ore e mezza, eravamo lì che atterravamo nella capitale dell’ex Unione Sovietica.

Se devo dirla tutta la cosa è successa quasi per caso.

L’anno scorso io e la mia amica frequentammo un workshop di Bondage qui a Berlino, tenuto da due artisti piuttosto famosi nell’ambiente sia per il tipo di legature che presentano sia per essere, appunto, gli organizzatori di questo Festival internazionale chiamato Moscow Knot.

Il workshop, ed il loro stile, era incentrato abbastanza sul “chaotic” ropes e sul trovare nuove forme e figure uscendo dagli schemi tradizionali, cosa che per me, avendo studiato recentemente solo uno stile giapponese fatto di pattern, risultò interessante, pur non essendo però la via che intendo percorrere.

Io e B. ci divertimmo molto durante il workshop, poi, verso la fine, i due insegnanti menzionarono il loro Festival, dicendo che quest’anno non avevano ancora iniziato i preparativi e che non erano sicuri di riuscire a farlo.

Ci lasciarono comunque alcuni flyer dell’edizione precedente, ne presi uno, che misi in agenda.

Un flyer accattivante, su uno dei lati v’era la foto di una donna nuda legata da delle corde rosse, in piedi, mani dietro la schiena e volto girato dall’altro lato, sfondo nero, con accanto i dettagli generali dell’evento.

In alto il nome del festival e una stella rossa.

Sull’altro lato, sempre sfondo nero, un’immagine presa on stage durante un’esibizione degli organizzatori, lui nudo, completamente dipinto d’argento, appeso in sospensione per i gomiti e con le gambe incrociate e legate assieme, mentre lei, capelli e scarpe rosse e bustino dorato e nero, in ginocchio, che finisce di legargli le gambe.

Immediatamente dopo averne sentito parlare ho pensato che mi sarebbe piaciuto andarci; misi il desiderio lì, in un angolo della mia memoria, continuando a fare la solita vita di tutti i giorni.

Non passò neanche un mese che lessi un annuncio su Facebook proprio di uno di quei due insegnanti dove annunciava che il Festival quest’anno si sarebbe fatto e che cercavano performers e insegnanti per workshops, e mandai immediatamente la mia proposta per un workshop ed una esibizione, che venne accettata.

Scrissi immediatamente ad B., chiedendole se l’idea di condividere il palco e il workshop a Mosca con me fosse stata interessante per lei, e comprai in maniera repentina, online, il biglietto aereo.

Senza neanche avere ancora il passaporto né il visto, senza pensare che avrei dovuto cambiare i soldi in rubli,  senza pensare che sarebbe stata la prima volta su di un palco dove ad esibirsi ci sarebbero stati artisti internazionali, senza parlare neanche una mezza parola di russo.

Ma B. è nata e cresciuta, almeno fino ad un certo punto della sua vita, in quel paese.

Ho cominciato ad interessarmi nei giorni immediatamente successivi alle pratiche per avere il passaporto prima, poi il visto, dovevo calcolare alla perfezione i tempi di rilascio di tutta la documentazione, avevo bisogno di un mese per il passaporto, poi di altre due settimane per il visto, ed ero giusto in tempo per avviare tutte le pratiche.

Il rilascio del passaporto è stato pressoché indolore, a parte per quei 120€ da pagare, un altro paio di maniche, invece, la trafila per ottenere il visto.

Mi consigliarono subito di affidarmi ad un’agenzia ufficiale, la quale, dietro compenso ovviamente, avrebbe raccolto tutti i documenti e inoltrato la pratica all’ambasciata russa a Berlino per ottenere il lasciapassare, cosa che sarebbe stata non poco difficile da fare da sola.

E poi io e B. abbiamo cominciato a parlare della performance, di cosa potessimo portare in scena, di cosa ci sarebbe piaciuto comunicare, di cosa avessimo voluto rendere partecipi i futuri spettatori e da quale vena creativa avessimo potuto attingere per creare la comunicazione tra noi.

La mia idea ruotava attorno ad una visione, ancora astratta, di un qualche rituale da effettuare con dell’acqua, e magari della terra, ma saremmo state in grado di canalizzare l’energia necessaria ad un rituale del genere in un festival di Bondage?

Magari si.

O forse no.

E poi…era veramente un rituale quello che volevo portare in scena?

Eravamo ad una delle jam del martedì sera qui a Berlino, quando, mentre la sessione era già iniziata e B. si trovava ancora a terra, legata con le mani dietro la schiena e la prima linea di sospensione attaccata al bamboo, presi la sua borraccia con l’acqua, che si porta sempre dietro, e mentre rivolgeva il suo sguardo a terra, lasciai cadere delle gocce sul suo collo scoperto.

Fu bellissimo.

Perché fu sorprendente, inaspettato, un fulmine a ciel sereno, uno squarcio nella calma meditativa di quel momento di accettazione della legatura, di riflessione, di oscurità, di isolamento dal resto del mondo.

Tutti attorno si accorsero che qualcosa di speciale stava accadendo perché B. lanciò un suono pieno, profondo nell’aria circostante.

E continuai a legarla, e da quella posizione in ginocchio risalimmo verso l’alto, le legai le gambe, il bacino, e si ritrovò ad un tratto a testa in giù.

E versai ancora acqua sulla sua testa, sul collo, tra i capelli, ne presi un po’ in mano e con uno schiaffo le bagnai il petto, mentre i suoni della sua voce tormentata ma nel contempo deliziata continuavano a riempire l’aria della sala, per poi riportarla lentamente a terra, dove, ancora legata ma non più sospesa B. si ritrovò con la faccia sul pavimento, dove dei materassini di plastica neri posizionati sotto ogni bambù segnavano le postazioni.

Ed io ero lì che continuavo a versare acqua sulla sua testa, sul viso, ne versavo nella sua bocca e lei cominciava a leccarne dal materassino, dalla piccola pozza che si era formata tra le trame regolari della texture in rilievo di cui era fatto.

La cosa ci piacque, così come piacque, e molto, agli astanti.

Decidemmo di voler esplorare più a fondo la cosa, e di lì ad un paio di settimane condividemmo alcune sessioni dove cercammo di stabilire un ritmo, un senso, un percorso da raccontare.

Ci “esibimmo” su un palco in un festival di Bondage qui a Berlino, chiamato Eurix, nel quale, una settimana prima del festival a Mosca, ero stata invitata a tenere dei workshops, erano previste anche due serate di performances, finite le quali gli spazi rimanevano a disposizione per delle sessioni libere, un po’ come la jam del martedì sera.

Ci appropriammo del palco immediatamente dopo l’ultima esibizione, lo facemmo di proposito, gli demmo la caccia surclassando un altro rigger che era rimasto lì nei paraggi, e che continuò ad aggirarsi, leggermente deluso, dopo che io e B. eravamo già lì, che sistemavamo le nostre cose, le mie corde e la sua borraccia, che durante la sessione coprii con un fazzoletto rosso.

Fu bello salire su quel palco, fu inebriante, ci diede la misura di cosa potevamo aspettarci mettendo in scena quel “dramma”, quella specie di rituale, che comunque cambiava aspetto e sapore ogni volta che lo ripetevamo, perché ancora alla ricerca di una forma.

Aggiungemmo degli stracci bianchi ad un certo punto, della stoffa quasi senza forma soltanto con l‘intento di aumentare la drammaticità dell’atto posizionata ogni volta in un punto diverso del corpo di B.: la prima volta fu intorno alle gambe, poi una striscia di raso a legare i capelli, poi una benda attorno alla vita.

E venimmo anche filmate, durante l’ultima prova prima di partire, da una coppia di filmmaker che ci invitò a casa loro per delle riprese, che dovrebbero, si spera, andare a far parte di un documentario sul Bondage a Berlino.

Si spera perché, come molte delle cose ancora in fase di auto produzione sperimentale, c’è poi bisogno di un supporto di una produzione cinematografica, che non sempre arriva.

Comunque, noi a fare questa prova filmata ci andammo, ma naturalmente, come tutte le prove generali, qualcosa andò non proprio per il verso giusto.

Filmammo due ore di sessione, un po’ troppe, visto che a Mosca avremmo avuto a disposizione 30 minuti.

Filmammo senza musica, per dare la possibilità al regista di avere i suoni originali delle corde, dei nostri movimenti e delle voci al naturale.

Non facemmo tutta la sequenza che avevamo in mente, una delle legature risultava evidentemente troppo stretta e non mi permise di lasciare andare B. a testa in giù per il troppo dolore che le causava.

Ma la sessione, nel complesso, comunque funzionava.

Ci ritrovammo di lì a pochi giorni all’aeroporto, quello di dimensioni minori rispetto al principale di Schönefeld, quello situato a nord della città dal quale partono la maggior parte dei voli intercontinentali, l’aeroporto di Berlin Tegel.

Io non ero mai uscita dall’Europa, per questo motivo non avevo ancora il passaporto al momento della prenotazione del volo, il che rese tutto leggermente sospeso e non ancora ben definito.

Insomma, se non avessi avuto quel documento ufficiale in tempo non avrei potuto chiedere il visto (oppure si ma pagando fior fior di quattrini, molti di più di quella esorbitante cifra già pagata per sbrigare le pratiche nel minor tempo possibile) e avrei dovuto cercare un altro volo, sempre che avessi fatto in tempo a trovarne uno che arrivasse prima dell’inizio dei festival.

Rimasi col fiato sospeso, ed il portafogli alleggerito, all’incirca per un mese e mezzo prima di avere i documenti, poi, come per magia, tutto andò come doveva andare, e quel giorno di fine Aprile mi ritrovai su di un bus che mi stava portando a quell’aeroporto di Tegel, quello situato a nord della città, quello al quale si giunge soltanto con gli autobus o in macchina, perché la metro o il treno non ci arrivano.

Arrivai, come sempre a causa della mia ansia da viaggio, in largo anticipo.

Era veramente presto, e dovetti aspettare un bel po’ prima che i dettagli del volo comparissero sugli schermi degli annunci per sapere a quale gate mi sarei dovuta dirigere, poi, circa un paio di ore prima della partenza, il volo, quello diretto da Berlino a Mosca Vnukovo, fece la sua comparsa.

Mi diressi verso il gate, che si trovava nella parte opposta a dove arrivano gli autobus, nel frattempo B. mi aveva scritto via messaggio che stava arrivando.

Era stata una decisione non lineare per lei quella di venire a Mosca con me.

In parte sentivo che quel posto sul palco le apparteneva, non riuscivo ad immaginarmi la performance senza di lei, ma anche il fatto che fosse nata in Russia sentivo che mi portava, neanche tanto inconsciamente, ad associarla con quell’esperienza.

E lei sembrava aver accolto la richiesta con interesse, ma ad un certo punto, durante la fase di organizzazione, le cose vacillarono.

Frequentavamo un workshop di livello avanzato di Bondage assieme poco prima che avessi la possibilità di aderire al Festival e cominciare tutta la trafila burocratica, ma B. ad un certo punto dovette interrompere le lezioni per alcuni problemi fisici dovuti ad un incidente avuto anni prima, che le impedivano di affrontare il percorso previsto dal workshop.

Io lo seppi però prima dall’insegnante che da lei, il quale mi disse che avrei dovuto trovare un’altra persona per poter continuare a frequentare il corso e che la mia partner di corde si era ritirata dalla scena per un po’.

Così feci.

Il tempo continuava a passare, c’eravamo un po’ perse di vista io e lei, perché dopo che lasciò il corso ognuna continuò per la sua strada senza in realtà aver parlato con l’altra, le cose non erano state affatto chiarite ed io pensavo che la sua decisione derivasse soltanto dai suoi problemi fisici.

Riuscimmo a vederci ad un certo punto, venne a casa mia una sera perché doveva ancora pagare la lezione che avevamo fatto assieme, ma venne senza soldi.

Parlammo invece di quello che era successo, delle sue motivazioni ed impressioni che, a parte i reali problemi strutturali presenti nel suo corpo, l’avevano spinta a lasciare il corso.

La sua visione del mondo del Bondage, in quel momento, sembrava essere in contrapposizione con le linee guida del mio insegnante, cosa che l’aveva spinta, oltre ai problemi fisici, a lasciare le lezioni.

Cercai di capire e rimanere aperta verso il suo punto di vista.

Nel frattempo il mio passaporto era arrivato, e confermai li biglietto aereo; lo comunicai subito alla mia amica., che però non mi diede, sul momento, alcuna risposta certa.

Dovemmo vederci di persona ad un certo punto, perché non capivo cosa stesse succedendo, B. sembrava distante ed evasiva ed io mi preparavo mentalmente a cercare una soluzione se lei avesse deciso di non venire a Mosca.

Ci incontrammo in uno dei parchi della città di Berlino, Görlitzer Park, famoso in città per il giro di spaccio di droga al dettaglio e per essere quasi sempre visitato dalle volanti di polizia; in effetti ne vedemmo arrivare alcune quel giorno, nel mezzo di una marea di persone uscite apposta per godersi il primo sole di marzo, ancora tiepido ma già allettante.

Spuntarono all’improvviso da dietro una band musicale composta da basso, chitarra e batteria, i cui componenti avevano portato nell’arena principale del parco amplificatori, microfoni e generatori per dare vita ad un concerto auto prodotto, ma decisamente con pochi spettatori.

Il resto delle persone in quella parte del parco era sdraiato a terra, sotto gli alberi, qualcuno giocava a frisbee, altri grigliavano salsicce e braciole; qualcuno suonava i bonghi e c’erano gruppi di persone con stereo e cassa bluetooth.

B. mi diede appuntamento, via messaggio telefonico, proprio vicino ai suonatori di bonghi.

Ci misi un po’ a trovarla, da lontano i gruppetti di persone sdraiate a terra in un parco sembrano tutti uguali, dovetti avvicinarmi e cercarla passando molto vicino a tutti quelli seduti nel raggio dei suonatori di tamburi.

La trovai ad un certo punto, era assieme ad un’amica, e mi sedetti posizionando la mia giacca sull’erba, che era ancora piuttosto fredda, data la stagione.

Parlammo per un po’ del più e del meno, iniziando una conversazione di circostanza poi, esaurito il tempo per i convenevoli salutammo l’altra donna che nel frattempo, capita la nostra necessità di rimanere faccia a faccia, ci lasciò per dirigersi verso casa, dandoci la possibilità di interagire in maniera privata. 

B. fu sincera, mi disse che si era sentita in qualche modo abbandonata dopo che aveva dovuto lasciare il corso, e che aveva sentito il bisogno che qualcuno la cercasse, che le chiedesse se tutto stesse andando bene (perché evidentemente no, non tutto stava andando per il verso giusto), ma nessuno lo fece.

Pianse anche, e ci abbracciammo.

Mi chiese anche se fossi stata in grado, nel caso in cui ne avesse sentito il bisogno, di raggiungerla e starle vicino dopo una ipotetica sessione in cui i sentimenti risaliti a galla fossero stati non dei migliori, di supportarla e darle motivo di sentire che non fosse sola in quella situazione.

Le dissi soltanto che non avevo avuto modo di capire cosa stesse succedendo e che pensavo che il suo allontanamento fosse dovuto alla necessità di recuperare la forma fisica e di prendere distanza dalle incomprensioni con il mio insegnante, e le dissi anche che se fosse successo ancora ne avrebbe dovuto parlare, se avesse avuto bisogno di sentire la mia presenza avrebbe dovuto soltanto chiamarmi invece di scomparire.

Rimanemmo un po’ così, abbracciate, ci dicemmo che ci saremmo dovute incontrare a breve per tornare a fare Bondage assieme e prepararci per la Russia.

Così facemmo.

Quel giorno all’aeroporto la incontrai dopo i controlli personali, eravamo già dentro ed in attesa per l’imbarco; ci dirigemmo assieme verso il gate, salimmo sull’aereo, e partimmo.

Due ore, due ore e mezza circa durò il volo, durante il quale io dormii, visto che la notte precedente, non ricordo per quale motivo, non riuscii a riposare.

Riaprii gli occhi che stavamo scendendo di quota, attraversando poche nuvole plumbee sparse e lo scenario sul quale stavamo volando riprendeva i toni cinerini del cielo: lentamente comparivano gruppi di enormi condomini di cemento, alti, tutti uguali, che sembravano ricoprire una vasta superficie della città.

E mentre ci abbassavamo sempre più io ne vedevo in numero sempre maggiore, raggruppati in quartieri con poco verde in mezzo e molte strade.

Un ritmo modulare, una ripetizione che la vista decifra come priva di peculiarità e caratterizzazione, un susseguirsi di blocchi visivamente statici ed uniformi che sembravano spuntare dal terreno come funghi.

Atterrammo, passarono circa 45 minuti prima che riuscissimo ad uscire dall’aeroporto di Vnukovo, perché dovemmo prima passare attraverso il controllo dei passaporti, poi attendere il bagaglio.

Il controllo passaporto avvenne circondato da un aura di ansia non indifferente.

Era una di quelle situazioni dove sai di non aver fatto nulla di male, che tutto è a posto, che le carte sono in regola ma la donna tarchiata bionda, vestita con una divisa blu aviazione con varie stellette piantate sul colletto, gli occhi pungenti e lo sguardo penetrante dentro un casottino di metallo e vetro con davanti lo schermo di un computer che tu non vedi ma lei si, alla quale devi consegnare il passaporto per farti riconoscere, incuteva una elevata dose di terrore psicologico, soprattutto quando passò da sotto il vetro un foglio in russo che, mi fece in qualche modo capire, dovevo firmare.

Panico.

Firmai, lo riprese indietro, mi riconsegnò il passaporto dopo avermi squadrata e confrontata con la foto sul documento, assieme a metà di quel foglio in russo che avevo appena firmato.

Raggiunsi B, la quale, dopo averle chiesto cosa fosse quel foglio, mi disse che era un tagliando che dovevo riconsegnare all’aeroporto al momento della partenza, per confermare che stavo effettivamente lasciando il paese.

Lo misi via con cura, cercando di trovargli un posto nella mia borsa assieme alle cose che separo dalle altre ritenendole di valore.

Ma l’entropia dell’universo, come sappiamo, spesso nasce direttamente dentro le borse delle donne, per cui quel foglio non sembrava altro che un’altra paranoia da dover tenere a bada di lì a quando non fossi ripartita.

All’uscita ci venne a prendere un ragazzo, un aiutante dell’organizzazione del festival, una di quelle figure che offrono il loro aiuto in cambio del biglietto per partecipare all’evento, mi aveva contattata circa un mese prima attraverso Facebook, era stato veramente gentile e disponibile.

Ci caricò in macchina, parlava fortunatamente inglese così potei scambiarci qualche parola anche io oltre a B. che di russo è madrelingua.

Ci disse che eravamo alloggiate non molto distante dall’aeroporto, il che risultava una certa fortuna per l’arrivo e la partenza ma non sarebbe stato d’aiuto per muoversi all’interno della città, dalle dimensioni mastodontiche e dalle distanze tra i diversi punti epocali, e che avremmo avuto bisogno di circa un’ora e mezza di metropolitana per arrivare al luogo dove si sarebbe svolto il festival, nonché la fermata più vicina all’appartamento nel quale avremmo alloggiato era circa una ventina di minuti a piedi.

Niente autobus per arrivarci, bisognava solo camminare.

Venendo da Berlino, dove il servizio di trasporti pubblici, qualsiasi cosa se ne dica, funziona sicuramente meglio di molti altri e ci sono possibilità di spostamento e raggiungimento delle mete piuttosto elevate, rimasi un po’ perplessa, ma d’altronde non potevo aspettarmi la stessa situazione.

Arrivammo all’imbrunire, percorremmo un pezzo di autostrada dall’aeroporto in direzione dei primi centri abitati di Mosca.

Periferia sud della città, grandi palazzi il più delle volte fatiscenti, costruzioni di cemento ovunque, insegne luminose gigantesche, centri commerciali.

Prendemmo l’uscita per la zona nella quale eravamo diretti, il navigatore ci portò ai piedi di un palazzo fatiscente di almeno 15 piani, in mezzo ad altri della stessa dimensione e fattezza.

Ci fermammo di fronte a quello che pareva un ingresso, ma che invece era una porta secondaria probabilmente usata per portare fuori la spazzatura, che, scoprii in seguito, veniva calata giù da ogni piano attraverso una botola situata nei corridoi; ci accorgemmo quasi subito però che quella non era l’entrata principale, e facemmo il giro attorno al palazzo.

Nel frattempo, dall’altro lato, un ragazzo biondo con le gote rossastre ci stava aspettando davanti al portone, palesandosi lentamente mentre tiravamo fuori le valige dal bagagliaio della macchina.

Il nostro autista si congedò sincerandosi che fosse tutto a posto, e seguimmo questa seconda guida, anche lui parlava inglese, ed era lì perché la padrona di casa, la donna che ci avrebbe ospitate, non parlava invece altro che russo.

Entrammo in un portone di metallo aperto da una serratura a combinazione, superammo la portineria, vuota, e ci dirigemmo verso l’ascensore.

Decimo piano.

All’uscita trovammo il numero 10 stampato sul muro, poi un piccolo corridoio che portava ad un’altra porta a combinazione numerica.

La nostra seconda guida la aprì e ci fece cenno di seguirlo.

Pochi metri, passammo davanti alla botola per la spazzatura, poi trovammo una porta semi aperta, anzi, la prima porta semi aperta, visto che ce n’erano due da oltrepassare per entrare nell’appartamento, che si rivelò immediatamente particolare.

Tutti gli appartamenti costruiti in un certo periodo di tempo, ma forse è tuttora così, hanno la stessa forma, stessa planimetria, addirittura, un tempo, gli stessi mobili.

Così mi raccontò di lì a poco B., aprendo una finestra sul suo passato in quel paese, passato evidentemente che non verrà mai dimenticato.

L’appartamento nel quale eravamo appena entrate si rivelò un posto difficile, ospitale ma difficile: era sporco, rovinato, fatiscente, con molte cose ammassate su quello che doveva essere un piccolo terrazzo chiuso da finestre; il pavimento irregolare era ricoperto da carta adesiva, alcuni pezzi si muovevano quando ci si mettevano i piedi sopra.

In cucina, su alcuni pezzi del pavimento, c’era un manto fatto da una specie di erba finta, un acquario da un lato, la lavatrice vicina al lavello, i fornelli ed un mobile con degli sportelli, di quelli di laminato degli anni 60; il frigo era grande, alto, ricoperto di calamite e cartoline provenienti da paesi stranieri, ed una volta aperto un odore di qualcosa di andato a male e sporcizia riempiva la stanza.

Si, dentro era, effettivamente, molto sporco.

C’erano dei gatti nell’appartamento, due adulti, un maschio ed una femmina, e 5-6 gattini nati da un paio di settimane.

L’odore generale del luogo ne risentiva, e sebbene io ami a dismisura i gatti e ne sono quasi costantemente circondata da ché ho dieci anni, talora il loro odore stantio nei luoghi chiusi mi causa, come credo a molti, disgusto.

Entrammo, ci togliemmo le scarpe e ci accomodammo per i primi saluti e conoscenze.

B. prese immediatamente e saggiamente la situazione in mano, e fu lei durante tutti i giorni a seguire ad occuparsi delle comunicazioni verbali e di guidarmi attraverso la città.

Parlò per un bel po’ con la padrona di casa al nostro arrivo, poi scendemmo per comprare del cibo ad un discount alimentare dall’insegna gialla situato proprio di fronte alla palazzina, in un edificio basso dal tetto piatto, sicuramente un prefabbricato di cemento neanche troppo armato.

Il discount alimentare russo ci accolse nella sua semplicità e modestia, B. cominciò a raccontarmi di quello che mangiava da bambina, dei fiocchi di latte che era solita mischiare con una specie di formaggio fresco e del miele per colazione, dei dolcetti sempre a base di formaggio fresco e cioccolata a forma di piccoli parallelepipedi incartati con carta stagnola dorata o argentata, che ritrovò in quel momento in uno dei frigoriferi, situati in basso, in dei contenitori di cartone; ne prendemmo alcuni assieme ai fiocchi di latte e al formaggio fresco in previsione della colazione del giorno successivo, comprammo poi  anche l’immancabile pacco di pasta Barilla e della passata di pomodoro, ed un barattolo di piselli.

Tornammo subito dopo nel piccolo appartamento al decimo piano e preparammo la cena, ma la padrona di casa stava digiunando per la Pasqua ortodossa, che cadeva proprio quel fine settimana lì, per cui non si aggiunse a noi a tavola.

L’accoglienza di quella donna, seppur nella scarsità di mezzi, fu comunque evidente, basti pensare che ci mise a disposizione l’unico letto (in realtà era un divano) e dormì lei su di un materasso a terra, in mezzo all’unica stanza della casa.

Si perché quell’abitazione era costituita da una sola stanza, più la cucina ed il bagno, senza contare quel piccolo terrazzo chiuso da finestre che faceva ora da sgabuzzino, o rimessa per cianfrusaglie.

Mangiammo la pasta che cucinammo, poi andammo subito a dormire, ma non prima che B. prendesse indicazioni sul luogo nel quale ci saremmo dovute recare il giorno successivo.

Avevamo un indirizzo, ma niente più.

La metropolitana di Mosca è veramente estesa, B. mi disse che è il sistema di metropolitana più grande al mondo, ed ora che l’ho visto non fatico a crederci.

Le stazioni, soprattutto quelle in centro, sono stupende: marmi, colonne, sculture, archi a volta, e per avere così tante linee e raggiungere quelle situate in profondità spesso bisogna percorrere molti metri attraverso un sistema di scale mobili delle quali, a volte, non si vede la fine.

E le metro sono sempre affollatissime, e le corse molto frequenti, la media di passaggio delle vetture è una ogni un minuto e mezzo circa.

Si dice che una delle maggiori punte di affluenza di un solo giorno della metro di Mosca sia stata di 7 milioni di passeggeri, molti di più degli abitanti attuali di Berlino.

Questo giusto per far capire il peso anche visivo delle masse di persone nelle quali ci siamo spesso imbattute in quei giorni prendendo i treni.

Decidemmo di fare un giro turistico il primo giorno, il festival sarebbe cominciato soltanto nel tardo pomeriggio e la nostra esibizione sarebbe stata il giorno seguente, per cui andammo verso la Piazza Rossa, luogo e meta turistica per eccezione della capitale russa.

In centro ci sono le indicazioni in doppia lingua, russo ed inglese, per cui avevo almeno una minima idea di dove stessimo andando, ma nessuno, o quasi, parla inglese, solo qualcuno tra le nuove generazioni nelle quali Internet si è infiltrato come, del resto, nella maggior parte del mondo attuale.

Faceva insolitamente caldo per essere Aprile e per essere la Russia, il che rendeva la passeggiata leggermente poco confortevole, specialmente perché, lasciando spazio allo stereotipo del freddo, del maltempo e del vento siberiano proveniente dagli Urali (retaggio mnemonico compulsivo di quelle informazioni ricevute a scuola al tempo delle cartine geografiche attaccate ai muri coi bordi strappati) mi ero portata soltanto dei pesanti anfibi di (finta) pelle nera.

Entrammo nella Piazza Rossa con molti altri turisti, passando accanto ad un artista di strada dalle fattezze molto simili a Putin il quale proponeva a chiunque di scattare, ovviamente dietro pagamento, una foto assieme.

La vastità della piazza fu subito palese.

Decidemmo di visitare dapprima una piccola chiesta ortodossa situata poco dopo l’ingresso: pianta quadrata, bassa, per accedere bisognava superare ingresso principale e percorrere un pezzo di un corridoio per arrivare all’ingresso laterale; pur non conoscendo i fondamenti della religione ortodossa mi sono immaginata che questo entrare in maniera non diretta potesse avere un significato simbolico, come un piccolo pellegrinaggio per arrivare umilmente al luogo sacro passando per una via secondaria, o dopo un percorso di purificazione.

L’interno era piccolissimo, interamente coperto da dipinti e icone con lo sfondo d’oro, e le donne lì presenti, una delle quali stava sistemando dei fiori vicino all’uscita, l’altra passando uno straccio a terra per raccogliere dell’acqua forse caduta da uno dei vasi, avevano il capo interamente coperto da dei grandi fazzoletti.

Noi, da blasfeme noncuranti, c’eravamo soltanto messe un maglione per coprire braccia e scollo, pensammo che non sarebbe stato necessario coprirsi la testa.

Nessuno, in effetti, obiettò nulla.

Rimanemmo poco, giusto il tempo di osservare quelle immagini sacre appese in maniera piuttosto regolare ai muri, poi uscimmo dalla porta laterale sul lato opposto, percorremmo un altro piccolo pezzo di corridoio e tornammo alla porta principale, per poi uscire.

Ci affacciamo alla piazza e ai suoi altri edifici, ma di lì a poco gli altoparlanti cominciarono a diffondere un messaggio nel quale invitavano tutti a sgomberare quel luogo, dopodiché la polizia cominciò a raggruppare i presenti e a convogliarli verso le uscite laterali, transennate, mantenendo un certo, silenzioso rigore.

Ce ne uscimmo subito, senza fare troppe domande.

Non avevo mai visto tanta polizia e militari per le strade di una città, ma a Mosca questo sembra essere normale.

Passammo il resto della mattinata e del pomeriggio a girovagare per alcuni quartieri che B. voleva visitare, poi ci dirigemmo verso il locale nel quale era previsto che il festival cominciasse di lì a poco.

Devo fare una premessa: il mondo del BDSM a Mosca è piuttosto underground, è tollerato ma non manifesto, e l’evento in questione, il Moscow Knot, si tiene in un locale che non è un locale BDSM.

Si tratta invece di un club privato nel quale, appena messo piede all’interno, si respira il sentore di quei festini ad alto tasso di lusso e lussuria, quelle feste per cui vengono spesi milioni non badando assolutamente al conto finale che si tengono con discrezione e lontano da sguardi indesiderati.

Tende di velluto, moquette rossa, tappeti broccati, marmi, colonne, dipinti alle pareti, lampadari enormi e divani in pelle.

Nella sala principale c’era un palcoscenico in stile teatrale per le esibizioni, davanti al quale era stato montato per l’occasione un altro piccolo palco quadrato che occupava parte della sala, per dare modo agli spettatori di assistere agli spettacoli del Festival da più vicino.

Stucchi, angeli reggenti arpe volanti a bassorilievo sulle pareti, ancora colonne finto corinzio, un bar con luci soffuse su uno dei lati, e poi grandi lampadari pendenti dal soffitto e divanetti di pelle bianca a forma di semi cerchio posizionati attorno a tavolini rotondi in quasi tutta la sala, eccetto per una zona centrale destinata al passaggio.

Ecco, questo era il posto nel quale ci saremmo esibite il giorno seguente.

Arrivammo, prendemmo i pass e ci portarono ad uno di quei divani di pelle bianca, riservato a noi artisti, mancava ancora circa un’ora all’inizio dell’evento.

Accanto a noi arrivò a sedersi una coppia di giapponesi, anche loro facenti parte del gruppo di performers, lui vestito col kimono e i sandali di legno tradizionali, occhiali da sole indosso, ciuffo di capelli alla Elvis, lei minuta, vestita anch’essa col kimono tradizionale, capelli neri a caschetto e sguardo languido.

Lui si mise a sedere sul divanetto bianco di pelle e lei si posizionò a terra, in ginocchio, davanti alle sue gambe accavallate; lui aprì la borsa che si erano portati dietro e tirò fuori un guinzaglio, che attaccò al collare che lei aveva al collo.

Rimasero così per un po’, lui di tanto in tanto le accarezzava la testa, che lei appoggiava sulle gambe di lui.

Poi bastava una parola dell’uomo e lei si alzava, andava al bar, e tornava con qualcosa da bere o mangiare, mettendosi in ginocchio e porgendoglielo devotamente con le mani in segno di offerta.

Quei due avevano in programma una performance alla fine della prima sera e un’altra alla fine dell’ultima, ma non riuscimmo purtroppo a vederli nel loro esordio, visto che dovemmo lasciare l’evento prima della sua conclusione a causa della chiusura piuttosto precoce in notturna della metropolitana.

La serata cominciò comunque presto, verso le 19:30; sul palco, per aprire le danze, si esibì un rigger francese con una modella russa, che iniziarono a scaldare l’atmosfera con una performance dal sapore classico, lui vestito in kimono nero e lei a corpo nudo, no anzi, aveva indosso delle mutande e dei calzini bianchi, di quelli classici giapponesi, se non sbaglio.

Se la memoria non mi inganna, poi, anche lei era entrata in scena con un kimono, per poi toglierselo e rimanere coi calzini bianchi, con l’alluce separato dal resto delle dita dei piedi e, appunto, delle mutande, sempre di tipo giapponese, di quelle che indossano anche i lottatori di Sumo.

In realtà so che l’immagine di una donna nuda con indosso solo un pezzo di stoffa arrotolato attorno all’inguine e i genitali e dei calzini bianchi potrebbe far inorridire, ma vi assicuro che non è così.

Anzi.

Quell’abbigliamento minimale sul corpo carnoso, associato al suo viso florido sul quale il trucco accentuato sugli occhi con lunghe ciglia finte e rossetto rosso sulle labbra dava l’idea di voler far risaltare la sua bellezza nella sofferenza.

Non rimasi tuttavia molto colpita dalla performance, sarà che mi aspettavo, forse, troppo da un palco internazionale.

Ed in effetti, durante la serata, l’entusiasmo non crebbe, le esibizioni sembrava volessero stupire a forza gli spettatori portando in scena elementi scollegati tra loro ma esuberanti, vistosi, a volte fuori luogo.

Lasciammo il club con la donna che ci ospitava, che fortunatamente chiamò un taxi privato (a Mosca c’è questa app per smartphone in cui privati cittadini mettono a disposizione dei passaggi in macchina, ovviamente a pagamento e a prezzi decisamente modici, che non è Uber).

Il giorno seguente fu quello della nostra esibizione, ma anche del workshop che avrei dovuto tenere durante il Festival.

Il posto designato per le lezioni era un altro, che si trovava non lontano dal club principale, che sembrò da subito però molto difficile da trovare: B. aveva un indirizzo, ed una mappa della zona, e le indicazioni ci portarono, ad un certo punto, ad entrare in una strada secondaria, anonima, senza abitazioni ma solo edifici che sembravano rimesse, magazzini.

Poco dopo l’ingresso in questa strada ci accorgemmo che terminava con una barra orizzontale, di quelle che limitano l’accesso a determinate zone.

Ma sembrava che fosse proprio quello il posto dove dovevamo andare.

Entrammo da un ingresso pedonale laterale bloccato anch’esso da un girello di metallo, situato dentro un edificio adiacente, dove passammo attraverso un corridoio controllato a vista, verso la fine, da un custode, dento una stanza con una finestra aperta sul passaggio.

B. disse qualcosa al custode, che annuì senza dire neanche una parola.

Entrammo in quello che sembrava un enorme piazzale-garage, c’erano macchine rotte dappertutto, pezzi di paraurti, copertoni, attorno tutti edifici bassi, senza insegne.

Il manto stradale era irregolare, l’asfalto, ad un cero punto, lasciava il posto ad una strada sterrata che passava accanto ad un butto a cielo aperto, per poi riprendere, a tratti, una certa regolarità in prossimità di una specie di piazzola, tra un edificio a due piani ed un altro a circa cinque-sei, che sembrava essere una palazzina mai finita e abbandonata in quello stato, le cui finestre, specialmente sul lato lungo, risultavano avere spesso i vetri rotti.

Salimmo per le scale esterne dell’edificio più basso, quello a due piani, perché alla fine di quest’ultimo avevamo avvistato una porta, ricoperta di finta pelle nera, borchiata, con una luce rossa in cima, e pensammo che quello potesse essere il club che cercavamo.

Suonammo il campanello, ma nessuno rispose.

Erano ormai le 13:45, ed il workshop sarebbe dovuto iniziare alle 14:00, ed ero piuttosto nervosa a quel punto.

Suonammo quel campanello più e più volte, ma nessuna risposta. 

Non c’era nessuna faccia familiare nei paraggi, soltanto degli operai al lavoro in quelle officine attorno e proprio lì sotto le scale che avevamo salito, in una parte quasi nascosta di quello spiazzo, un gruppetto di persone, vestite in maniera elegante, stava facendo delle foto per quello che sembrava essere un matrimonio; sullo sfondo, mattoni ammucchiati, copertoni di auto impilati, carcasse di auto, e dei palazzi in cemento armato e amianto.

Sentimmo aprire quella porta, finalmente, con svariati giri di chiavi, dall’interno.

Ad aprirci furono due ragazzi che sembravano usciti da una maratona infinita di droghe e videogames, ai quali B. rivolse la domanda se quello fosse il club che cercavamo.

Le risposero che non avevano idea di quello che lei gli stava chiedendo, e che l’unica possibilità di trovare un posto del genere sarebbe stata nell’edificio di fronte, in quella palazzina mai finita di costruire coi vetri rotti.

B. ringraziò, e non appena quella porta si richiuse, mi disse quanto appena saputo da quei ragazzi; rimasi incredula, scendemmo le scale e ci avviammo verso quello che sembrava l’ingresso alla palazzina.

Ma mentre attraversavamo lo spiazzo B. ebbe la lungimirante idea di chiedere ad un uomo in tuta da meccanico, che stava caricando della merce su un furgone, se le avesse potuto fare la cortesia di usare il suo telefono per fare una chiamata, visto che nessuna delle due, in effetti, aveva con sé un telefono con un numero russo da poter usare senza dover spendere una fortuna per le chiamate in quel paese.

Quell’uomo ci guardò con aria sbiadita, forse era ubriaco, non rendendosi bene conto di cosa potessimo fare io e lei in quel posto, ma inaspettatamente diede il suo telefono alla mia amica, che chiamò immediatamente la donna che ci ospitava a casa, per chiedere informazioni, visto che sembrava così difficile arrivare in quel posto.

Finita la telefonata e ridato il telefono a quell’uomo, che continuò immediatamente dopo a caricare il suo furgone come se niente fosse, B. mi disse che non saremmo mai potute arrivare nel luogo designato per i workshops senza le informazioni che aveva appena ricevuto.

Dovevamo in effetti entrare in quell’edificio mai completato, salire al secondo piano, suonare un primo campanello e dire una parola d’ordine, un codice.

Non sto scherzando.

Così facemmo, arrivammo di fronte a quella prima porta, suonammo, e B. si rivolse al citofono dicendo qualcosa, in russo.

Il portone di metallo si aprì subito dopo, per lasciarci entrare in un ingresso fumoso, dove un uomo sedeva su una sedia avvolto nella scia che la sigaretta accesa che teneva in mano lasciava tutto attorno a lui.

Ci avvicinammo ad uno dei due portoni presenti nell’ingresso, uno portava la dicitura di uno studio fotografico, l’altro non aveva nulla sul campanello.

Suonammo allo studio fotografico, così, tirando a sorte.

Ci aprì una faccia conosciuta, era il presentatore che la sera precedente aveva introdotto sul palco gli artisti che si erano esibiti.

Rimasi allibita.

Entrammo, erano già le 14:00 passate, tolsi le scarpe, misi delle ciabatte mese a disposizione per gli ospiti, e mi recai, accompagnata da quell’uomo, verso la sala dove gli allievi stavano già aspettando; mi domando ancora come avessero fatto ad arrivare lì senza problemi ed il perché nessuno  degli organizzatori ci disse esattamente come raggiungere quel posto.

Il workshop andò bene, presentavo il mio punto di vista sulla ipotetica connessione tra Shiatsu e Bondage, attraverso alcuni semplici esercizi da proporre ai partecipanti, che rimasero soddisfatti dell’esperienza.

Era quello anche il giorno della nostra esibizione, per cui, una volta finito il workshop, lasciammo quell’edificio sgangherato e ci dirigemmo verso la sede principale del Festival per essere in grado di preparaci in tempo per la serata.

Entrammo nel club esibendo i nostri pass appesi al collo, ci fecero aprire le borse per vedere cosa stavamo portando all’interno del locale e ci fecero lasciare le bottiglie di acqua che avevamo portato con noi. Le rimpiansi, quando capii che non ne avremmo avute delle altre dagli organizzatori e che se avessimo voluto bere avremmo dovuto comprarne delle altre di tasca nostra in uno dei due bar situati all’interno del locale, a prezzi stratosferici.

Salimmo per le scale ricoperte di tappeti broccati, entrammo nella grande sala e ci dirigemmo verso il divano ricoperto di pelle bianca dove avevamo preso posto il giorno precedente, preparammo poi l’occorrente per il nostro spettacolo, visitammo il back stage, e tornammo a sedere sui divani, in attesa dell’inizio dello show.

La serata cominciò.

Eravamo previste in scena all’incirca verso le nove di sera, era di sabato, il giorno principale del Festival; ci recammo nel camerino durante la performance che precedeva la nostra, l’eccitazione e la tensione cominciavano a farsi sentire.

Avevamo poco da preparaci, io avevo indosso solo una lunga gonna nera ed una maglia dello stesso colore, B. sarebbe stata nuda in scena. Ci guardammo giusto un po’ allo specchio, scambiammo due parole cercando di ricordare i vari passaggi previsti dalla performance, ma sapevamo già che sarebbe stato diverso da come ce lo eravamo immaginato.

Ci vennero a chiamare poco dopo, un abbraccio e via, entrammo sul palco. B. entrò per prima e si sedette sotto al bambù, io arrivai poco dopo, quando la musica era già iniziata. Mi disse poi, il giorno dopo, che la donna che ci ospitava, vedendomi entrare sul palco quella sera, le riferì che ebbe l’impressione di vedermi arrivare come lo scorrere dell’acqua di un fiume.

C’era una sola luce diretta su di noi, gialla, fissa, che delimitava lo spazio entro il quale la scena si svolgeva. Non vidi niente e nessuno attorno per tutta la durata della performance, non un viso, un’espressione, era come se si fosse formata una bolla d’aria tutto attorno, non esistevamo che noi sul palco, ed il buio attorno.

Fu emozionante, a tratti anche difficile, avevamo solo trenta minuti a disposizione (che avevo calcolato grazie allo scandire di alcuni pezzi della colonna sonora) e le incognite delle esibizioni dal vivo sono sempre molte, tra le quali il dover improvvisare, talora.

Il bambù per la sospensione, per esempio, quella sera era stato posizionato troppo in alto per me, per cui ogni volta dovevo sollevarmi sulle punte dei piedi per raggiungerlo e far passare le corde, il che non dava un’immagine poi così aggraziata come avrei invece voluto.

Nel frattempo cercavo di bilanciare la progressione degli eventi sul palco con la musica, e con il resto delle cose che volevo che accadessero lì, sotto gli occhi di tutti.

L’idea del rituale, per esempio, era sfumata, ma avevamo tenuto un particolare da poter usare, l’acqua, e sul palco assieme a noi c’era un bicchiere che ne era pieno, posizionato poco distante da dove avevamo iniziato.

L’apice della performance fu quando quell’acqua entrò in scena, diventando il terzo attore, ed iniziai a versarne su B., mentre era legata a testa in giù e con un fazzoletto di stoffa bianca legato attorno alla bocca, in una specie di waterboarding sottosopra, mentre era costretta dalle corde.

La lasciai poi lì penzolare appesa al bambù, bagnata fradicia, completamente legata ed incapace di fare il minimo movimento volontario, mi discostai ed andai ad inginocchiarmi ad uno degli angoli del palco, semplicemente guardandola, diventando parte del pubblico, un’altra spettatrice aggiunta. Nel tornare presi il mio tempo, mi avvicinai lentamente e con fare discreto, poi continuai a legarla, cambiandole posizione.

Ci furono anche degli applausi a scena aperta ad un certo punto, poi di nuovo il religioso silenzio, fino alla fine dell’esibizione, quando, una volta riportata la mia amica a terra, tutta la tensione si sciolse assieme a quei nodi, durante l’acclamazione finale.

Tornammo nel back stage, seguite da un tizio di un canale televisivo che voleva intervistarci, ma che fu fermato all’ingresso della stanza dove eravamo appena entrate dal presentatore ed un altro degli uomini della security.

Scoppiammo a ridere.

Il resto del festival scorse via tra le altre performances, compresa quella finale del duo giapponese, veramente degna di nota, che denotava stile, padronanza delle tematiche BDSM nonché della scena, e una certa dose di stanchezza, che non scomparve immediatamente, e che fu trascinata per svariati giorni dopo il nostro ritorno.

Ripartimmo da Mosca la mattina successiva, un lunedì, fu lo stesso ragazzo che ci era venute a prendere all’arrivo ad accompagnarci nuovamente all’aeroporto.

Conservo ancora uno strano ricordo di quell’esperienza, un misto tra felicità e sgomento, assurda ammirazione, gratitudine. E la consapevolezza di quando adoro salire su di un palco.

Sarà per via del mio lato esibizionista.

Photo by PaganPoetryM

Set completo delle foto della performance

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