LA SUPREMA ARTE DELL’ACCETTARE

Altrimenti intesa come la pratica della minore resistenza – o del perché l’esercitare il corpo e la mente alla sofferenza vissuta in maniera consapevole può dare un’altra visione, almeno parziale, sul mondo del BDSM.

“What you resist, persists” Björk – Mutual Core – dall’album Biophilia, uscito nel 2011

C’è una netta differenza, quantomeno stando a quanto ho sperimentato nella mia esperienza di vita finora, tra quella che è la sopportazione e ciò che, invece, è l’accettazione; questo è valido anche nell’ambito del dolore, sia fisico che emozionale.

Entrambi i concetti possono essere collegati al passare attraverso la sofferenza, ma sono sicura che esiste un sottile velo che li distingue e li distanzia, principalmente facendo riferimento a quello che è il concetto celato dietro al loro significato.

Sopportazione significa, in qualche modo, adattarsi e resistere ma mantenere la distanza con quanto accade, caricarsi di un fardello, assoggettarsi, subire.

Accettare significa acconsentire, accogliere anche qualcosa di inevitabile ma forse la parola è priva della carica “passiva” che può avere la sopportazione.

Se prendo in considerazione la mia esperienza nel mondo del Bondage finora, vedo che ho avuto modo di osservare alcuni tipi di persone affrontare il dolore e la sua sopportazione/accettazione in maniere totalmente differenti: per alcuni l’unica via è quella della rigidità, la sopportazione totale dell’impatto fino all’arrivo del momento della massima tolleranza, per poi declinare ed interrompere in maniera decisa l’esperienza.

Per altri è la ricerca della negazione, almeno all’apparenza, di quel dolore, o lo sminuirne la presenza, a voler ricercare il concetto del dolore come illusione, probabilmente, o come volerlo seppellire senza ascoltarne l’impetuosa voce, processo che permetterebbe poi di lasciarlo andare in un secondo momento, dopo che lo si è conosciuto, dopo che lo si è integrato, ascoltato, analizzato.

Ho visto poi persone cercare di resistere il più possibile legate per dimostrare a sé stesse di poterlo sopportare quel dolore e quel disagio, ho avuto modo di partecipare a sessioni dove la persona coinvolta si sforzava di arrivare alla fine per una sfida mentale personale o per poter dire semplicemente di averlo fatto, mettendo sé stessa a rischio per eventuali danni fisici e psicologici senza ascoltare davvero cosa stava accadendo, e me per averglieli “provocati”.

Ho conosciuto persone che volevano soffrire per me, come per offrirmi il loro sforzo in segno di devozione, e ho visto alcune di queste rinnegare e ”maledire”, in un secondo momento, l’offerta fatta, quando quel senso di devozione si era trasformato in risentimento per non aver ricevuto in cambio le attenzioni che si aspettavano da me.

Ma ho anche assistito a quel processo particolare per il quale la persona che era legata assorbiva l’impatto, lo includeva nell’esperienza, lo accoglieva rendendolo assimilabile e si lasciava toccare in profondità lasciando a volte spazio a crisi di pianto, un pianto liberatorio che finiva poi per pulire via alcune di quelle sensazioni sconosciute che potrebbero far paura ai più e che in quei momenti salivano in superficie.

Pochi giorni fa, parlando di una mia storia sentimentale finita male, con dei postumi emozionali che mi sono trascinata poi dietro per mesi e mesi dalla  sua fine avvenuta in maniera piuttosto drammatica, un’amica mi ha detto che secondo lei il tormento non porta da nessuna parte.

Sarà davvero così?

Sarà invece che senza tormento, dolore, introspezione, presa di coscienza della difficoltà non c’è evoluzione?

Ultimamente mi scopro meno incline, comunque, al prendere anche solo in considerazione le credenze massificate da quella grande ondata New Age degli ultimi trent’anni, o forse più, dove per ogni aspetto della natura umana si tende a voler cercare qualcosa di metafisico, qualcosa di “soprannaturale” o energetico, o necessitante una qualche forma di terapia, per “guarire” da qualche sconosciuta malattia.

Come se tutti potessero veramente “guarire” da sé stessi, dalle incombenze delle zone d’ombra, dell’ignoto, come se dovessimo diventare tutti dei puri angeli intoccabili, inattaccabili, perfetti, senza macchia.

Nella mia vita ho incontrato persone così spaventate dal dolore e dall’idea della sofferenza che si rinchiudevano in un bozzolo intoccabile sperando di non venire intaccati neanche lontanamente da nulla che potesse ferirli, per diventare poi dei morti viventi apatici ed intrappolati nelle loro quattro mura domestiche o nei loro ruoli sociali vestiti e rivestiti da quelle “uniformi” alla moda e massificate appartenenti a dei gruppi, o sotto gruppi, di una qualche identità sociale, senza volontà alcuna di confrontarsi e mettersi in gioco né con me né col mondo esterno, preferendo rimanere congelati in quelle vite sospese tra il desiderio di essere accettati per quello che si è ed il non fare nulla perché questo accada.

Ho io stessa vissuto l’esperienza della “paralisi” da paura e timore di vivere, il blocco interiore ed esteriore dovuto alla costante paura di non essere accettata, capita, e di dover affrontare il percorso di passare attraverso i diversi stadi di “giudizio” degli altri.

Ma ad un certo punto la spinta al cambiamento è stata così massiccia che ho dovuto seguirla, il non farlo sarebbe stato qualcosa di totalmente innaturale e tutte le volte che ho provato ad ignorare questo impulso le conseguenze sono state catastrofiche.

La spiegazione che mi sono data è che, in momenti di grande stasi e stagnazione, è naturale l’arrivo, prima o poi, di qualcosa di completamente diverso che sconvolgerà l’immobilità fino ad allora accumulata, qualcosa che sovverta l’ordine costituito, che rinnovi ciò che è divenuto obsoleto e non serve più all’evoluzione e alla trasformazione, visto che tutto tende ad un equilibrio che non è mai statico ma sempre dinamico.

Dove ci posizioniamo rispetto a questo tipo di fenomeno?

Lasciamo che la sofferenza ed il dolore ci plasmino e ci trasformino in un una versione più evoluta di noi stessi, più consapevole, più arricchita in un certo senso o ci opponiamo ad essi, glissando sugli aspetti più profondi della nostra natura lasciandoli scivolare via senza lasciarli agire su di noi, per paura di soccombere a noi stessi e alle nostre zone d’ombra?

L’accettazione (o meno) del dolore e della sofferenza può anche essere vista in maniera più ampia, come un fenomeno sociale parte del tessuto del quale è fatto la nostra società contemporanea.

Non posso fare a meno di pensare come, in alcune culture precedenti all’avvento della società nella quale viviamo basata sul consumismo e sull’apparenza, la consapevolezza degli stadi di sofferenza sia stata parte dei cicli naturale della vita ed accettata come tale.

Così come non posso fare a meno di pensare come nel mondo contemporaneo, quello dominato dalla tirannia dell’immagine e della perfezione a tutti i costi, spiattellate costantemente sotto i nostri occhi, per esempio, dagli innumerevoli contenuti digitali e dalla pubblicità per renderci tutti clienti dipendenti da qualche prodotto o da qualche idea, o ideologia,  rimanendo costantemente manipolati a favore di qualcuno sicuramente più ricco di noi, questi aspetti relativi all’imperfezione e alla decadenza siano diventati più che mai dei tabù.

Voglio dire, la ricerca del bello e della perfezione e la loro rappresentazione è sempre stata parte delle nostre società durante il corso della storia, basti pensare al ruolo rivestito dall’estetica nell’antica Grecia, quello che è cambiato nel tempo è il grado di concentrazione del dosaggio “somministrato” alla popolazione, e ritengo che al giorno d’oggi sia più che mai aberrante e violento.

Dove vanno a finire le nostre imperfezioni e la nostra caducità allora?

Dov’è la nostra debolezza in tutta questa assordante arroganza e presunta perfezione dalla quale veniamo costantemente bombardati?

Come possiamo vivere la nostra inevitabile decadenza?

Ognuno, forse, troverà le sue risposte, a patto però che si ponga almeno qualche  domanda.

Essendo dentro il mondo del BDSM e del Bondage in particolare posso dire che, probabilmente, una delle risposte potrebbe essere la pratica, consapevole, di queste discipline.

Dico consapevole perché, ovviamente, spesso anche il BDSM viene fagocitato della massiva esperienza superficiale della moda e consumato come ogni qualsiasi altro prodotto sul mercato oggigiorno e anzi, spesso sovra-etichettato con mille altre pseudo appartenenze a filoni che ne ricercano lati periferici; un esempio potrebbe essere il mondo del porno, con la sua realtà aumentata molto lontana probabilmente dalla natura essenziale delle cose, esagerata e gonfiata a dismisura con lo scopo di stupire sempre più il pubblico e continuare a vendere i propri prodotti ai fruitori facenti parte della massa generica, anche nei gusti e nelle aspirazioni.

Oppure, recentemente, ho assistito al fenomeno dell’uso del BDSM, del suo linguaggio e dei suoi strumenti per la ricerca di un certo amore universale e della connessione emozionale con altri esseri umani, da parte di gruppi di persone alla ricerca della loro identità e del loro genere sessuale; nulla in contrario ma la sensazione che ho avuto è che edulcorandolo di quella parte drammatica e in qualche modo cinica ma catartica e tralasciando di sondare la parte, appunto, del disagio e della sofferenza a favore della facilità di approvvigionamento e distribuzione di queste pratiche, ne venga a mancare una parte essenziale.

Se per esempio guardo a delle immagini di Bondage tradizionale giapponese, che è sicuramente una delle pratiche che mi ispira di più, non vedo esercitato alcun buonismo, né pietà o risentimento, e più sono crude, ed in qualche modo crudeli, più sono magnificamente attraenti, profonde, vere.

C’è la ricerca dell’accettazione della propria posizione, del proprio desiderio di decadenza, della propria finitezza e mortalità, c’è vergogna e punizione, c’è oscurità e oscenità e secondo il mio punto di vista, tutti stati d’animo che vengono vissuti con una certa dignità e compostezza, senza voler gridare al mondo intero o rivendicare a tutti i costi qualcosa.

Tutto questo però, di solito, non vibra alle stesse frequenze del mondo  globale e patinato della moda e quello della nostra civiltà dell’apparire ma scava attraverso le varie stratificazioni “sottocutanee” andando a toccare zone recondite e nascoste.

Chi vive il BDSM in questo modo, secondo me, ricerca la completezza dell’essere, quella fatta anche di luoghi bui e sentimenti e desideri inconfessabili, vivibili, probabilmente, solo attraverso il tormento della carne come porta d’accesso al marasma melmoso, vischioso e buio dei nostri sentimenti repressi, e la loro accettazione, e l’abbandono alla naturale catarsi del processo.

Di sicuro non sono luoghi confortevoli.

Photo Thomas Brucher Berlin 2019

Un commento Aggiungi il tuo

  1. amleta ha detto:

    Io ho conosciuto persone che adoravano il bondage perchè si sentivano “contenute”. Io non ho fatto ancora questa esperienza però mi attirano molto le corde. Ovviamente bisogna sempre affidarsi ad un vravo rigger 😊

    "Mi piace"

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